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Strategie competitive delle PMI nei mercati di largo consumo: il caso Margò S.a.s..

Prospettive di crescita per la piccola impresa

È necessario ora spostare l’attenzione su quelle che possono essere le aspettative di crescita futura delle PMI italiane, soprattutto alla luce della situazione economica attuale, fortemente rischiosa per la loro sopravvivenza. Negli ultimi anni, infatti, le prospettive sono peggiorate, le imprese hanno rallentato gli investimenti, modificandone la qualità e la tipologia: esse hanno effettuato quasi esclusivamente investimenti sostitutivi.
In situazioni di questo tipo, si possono evidenziare alcuni elementi di criticità nei processi di demografia e di crescita delle imprese:
- l’elevato tasso di mortalità segnala che la vita delle nuove imprese, soprattutto le più piccole, è ardua;
- il nanismo imprenditoriale è allo stesso tempo causa e conseguenza delle difficoltà di crescita delle imprese, difficoltà che perdurano anche quando i problemi iniziali sono stati superati e ci sono promettenti prospettive di sviluppo;
- la complessità dei processi di ricambio generazionale o di trasferimento verso imprese già esistenti può comportare la cessazione di attività che avrebbero ancora un mercato.

Questi elementi trovano conferma nell’indagine condotta dal Comitato nazionale di piccola industria con la collaborazione del Centro Studi Confindustria. L’indagine ha avuto l’obiettivo di verificare direttamente la percezione che gli imprenditori hanno riguardo ad alcune problematiche particolarmente sentite e recepite dalla maggior parte del campione, nonché analizzare i fattori che ostacolano “l’evoluzione fisiologica” dell’impresa e le condizioni che occorre garantire affinché tali imprese riescano a mantenere la vitalità mostrata fino ad ora, rafforzando il loro grado di competitività sui mercati nazionali ed internazionali.
Le indicazioni raccolte permettono di individuare alcuni elementi che caratterizzano il micro-cosmo delle PMI italiane, facendo emergere come questioni centrali di fondo i seguenti punti:
1. la necessità di migliorare il grado di cultura dell’imprenditore;
2. l’esigenza di poter contare su un mercato del lavoro più efficiente e più ricco d’offerta;
3. l’urgenza di ridurre la pressione fiscale;
4. la necessità di una radicale trasformazione delle amministrazioni pubbliche e dell’assetto normativo sulle questioni riguardanti l’impresa;
5. la necessità di far progredire il patrimonio infrastrutturale e la qualità del territorio.

È proprio la necessità di trovare una reale e concreta soluzione a queste problematiche, che metterebbe le PMI italiane nella condizione di poter avviare quel processo di crescita fondamentale per mantenere la vitalità e le significative potenzialità di sviluppo, che sono sempre state una loro caratteristica premiante.
Sul fronte interno sono stati individuati altri specifici fattori che giocano a sfavore e limitano la competitività delle PMI:
- la mancanza delle risorse umane necessarie per svolgere le attività creatrici di valore;
- una cultura d’impresa spesso eccessivamente focalizzata sui soli fattori produttivi e non sempre adeguata a cogliere in maniera efficace gli stimoli provenienti dall’esterno;
- la difficoltà a disporre della capacità finanziaria atta a sostenere in modo adeguato la crescita.

In particolare, la mancanza di risorse umane è considerata cruciale per lo sviluppo dell’impresa. La grave difficoltà della piccola impresa nel reperire operai specializzati e tecnici è in parte generata dalla concorrenza delle organizzazioni di maggiore dimensione che (come è stato già visto parlando degli svantaggi delle piccole dimensioni nel par. 1.2), spesso utilizzano le piccole imprese come serbatoio presso il quale reperire personale già formato per le proprie esigenze.
Un ulteriore elemento che incide sulla scarsità delle risorse umane è invece determinato dalla “semplicità” organizzativa della piccola impresa, che limita le opportunità di crescita dei propri dipendenti. Per quanto riguarda il “deficit culturale”, questo limite si traduce in un’incapacità di indirizzare l’attività d’impresa secondo un coerente ed efficace orientamento strategico, attraverso il quale si amplia l’orizzonte temporale degli obiettivi e dei programmi di azione.
In altre parole, questa scarsa visione strategica provoca una mancanza di impulsi ed un appiattimento della gestione sulle questioni ordinarie. Peraltro esistono delle differenze a seconda dell’area geografica, della dimensione e del settore nel quale l’impresa opera.
Per esempio, nelle imprese impegnate nei settori ad alta tecnologia o nei servizi avanzati, c’è una rilevante responsabilizzazione di figure manageriali con forme di incentivazione molto avanzate. Allo stesso modo, le aziende in cui si è già giunti al secondo passaggio generazionale mostrano in genere un più valido assetto organizzativo, un’efficace gestione delle risorse umane ed una crescente considerazione dell’impresa come entità a sé stante.
Il problema dell’accentramento imprenditoriale costituisce, inoltre, un rilevante fattore di debolezza, in quanto la natura dell’azienda fortemente centrata sulla figura dell’imprenditore o della sua famiglia, costituisce un ostacolo alle prospettive di sviluppo e di aumento della competitività, poiché determina una notevole difficoltà nel realizzare forme di collaborazione strutturata che portino alla “creazione di sistemi e network di imprese”.
Infine, nell’ambito dei fattori interni ostacolanti la competitività delle PMI, il terzo gruppo di elementi identificati ha come punto centrale la difficoltà a disporre delle capacità finanziarie indispensabili per sostenere in modo adeguato la crescita. [...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Strategie competitive delle PMI nei mercati di largo consumo: il caso Margò S.a.s..

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Informazioni tesi

  Autore: Giuseppe Corradino
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2012-13
  Università: Università degli Studi di Firenze
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia aziendale
  Relatore: Rocco Moliterni
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 101

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