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Adolescenza e Ritardo Mentale: uno studio sul passaggio all'età adulta

Il modello sociale di Mike Oliver

Con gli anni Ottanta del XX secolo iniziano nuove lotte per la conquista dei diritti civili, che segnano una rappresentazione sociale della disabilità sempre più vicina alla diversità che alla menomazione.
Sono gli anni delle grandi riforme e delle ideologie di deistituzionalizzazione, in cui si moltiplicano gli attori che svolgono un ruolo fondamentale nel mondo e nella realtà del disabile. I servizi non appartengono più al solo mondo della beneficenza e delle opere pie, ma entrano a far parte della programmazione e della pianificazione di una crescente sicurezza sociale. Si sviluppa così un rinnovato interesse nei confronti del cosiddetto terzo settore, interesse che si traduce in una crescita, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, del fenomeno dell'associazionismo e del volontariato.

L'elemento più innovativo di questa nuova modalità di vedere la disabilità è il "Modello Sociale della Disabilità" ideato nel 1981 da Mike Oliver, accademico britannico e attivista dei diritti delle persone disabili.
Oliver distingue il modello individuale della disabilità, comunemente condiviso dall'approccio medico e delle istituzioni, da quello sociale. Il modello individuale si basa su una concezione della disabilità intesa come "problema" da affrontare a livello individuale, concentrandosi così sui limiti e sulle perdite. Questo è ciò che Oliver chiama "il dramma individuale" della persona disabile, che suggerisce come la disabilità sia un evento terribile che occorre casualmente nella vita dell'individuo (Oliver, 1990)
La nascita e lo sviluppo del modello sociale di Oliver si basa invece sul rifiuto di questi presupposti. Il modello certo non nega il "problema" della disabilità ma lo colloca all'interno della società: non sono le limitazioni individuali a generare il "problema" bensì il fallimento della società a provvedere con servizi appropriati ai bisogni e alle necessità delle persone disabili. La disabilità viene intesa quindi come uno stato sociale e non come una condizione medica. Il modello sociale propone così una de-medicalizzazione della disabilità: secondo Oliver i dottori sono formati per diagnosticare, somministrare farmaci e curare le malattie non per alleviare condizioni e circostanze sociali, delineando così un confine preciso tra disabilità e malattia. La medicalizzazione della disabilità è quindi sbagliata perché colloca il "problema" in uno spazio concettualmente errato:
nell'individuale piuttosto che nel sociale (Ibidem, 1990).
Il modello sociale della disabilità si caratterizza per tre elementi chiave:
- la differenza tra menomazione (condizione biologica) e disabilità (condizione sociale);
- la distinzione con il modello medico che individua i limiti nel deficit della persona;
- la condizione di oppressione lamentata e sperimentata dalle persone disabili nella società (Lepri, 2011).

Questo brano è tratto dalla tesi:

Adolescenza e Ritardo Mentale: uno studio sul passaggio all'età adulta

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Informazioni tesi

  Autore: Mirko Cario
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Psicologia
  Relatore: Alfredo Milanaccio
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 266

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