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La relazione tra Stati Uniti e Israele nel dopo Guerra Fredda: pressioni interne e interessi strategici

Il valore strategico dell’area mediorientale

L'idea di usare lo Stato di Israele come "risorsa strategica" si diffuse negli anni '70. Il paese, che già aveva dimostrato il suo forte sviluppo militare durante la conduzione delle guerre arabo-israeliane, si apprestava a diventare la chiave di volta della politica americana nella regione mediorientale.
Anche se non sempre questa strategia adottata dagli Stati Uniti condusse ai risultati sperati, in linea di massima l'appoggio dato a Israele aiutò l'America a sentirsi più sicura, e a migliorare le relazioni con alcuni paesi dell'area, che abbandonarono il blocco sovietico per beneficiare della sua protezione.
Inoltre, essendo un paese affacciato sul bacino del Mediterraneo, Israele costituisce un utile punto di appoggio per gli spostamenti marittimi, soprattutto per la sua prossimità al Canale di Suez.
Il Mediterraneo, costituendo l'unico punto di collegamento tra l'Oceano Atlantico e l'Oceano Indiano, è sempre stato, e continua ad essere, un'area di vitale importanza, un passaggio obbligato attraverso cui si dipanano le rotte che collegano tra loro regioni di primario interesse strategico. Il fatto che le sue acque sfiorino le sponde dell'intero "arco di instabilità" determina la possibilità per gli Stati Uniti di far penetrare la loro influenza dalla costa all'entroterra, eludendo il possibile sviluppo di forze accentratrici nei paesi dell'area.
Oggi, come allora, il Vicino Oriente rappresenta un tassello indispensabile della politica estera statunitense, e ne è anzi divenuta la regione di maggior interesse da diversi anni.
Se già durante la Guerra Fredda apparve evidente il potenziale energetico proprio di quest'area, dopo il crollo dell'Unione Sovietica, l'America, divenuta garante della stabilità mondiale, è intervenuta diverse volte nell'area al fine di salvaguardare i rifornimenti energetici.
Le azioni politico-militari condotte dagli Stati Uniti negli ultimi anni hanno avuto quale obbiettivo principale quello di superare la cronica instabilità che caratterizza la regione, ma tutti gli interventi svolti in tal senso sono ripetutamente falliti dal momento che le radici di tale instabilità sono da ricondurre a fattori sociali e politici radicati nella storia di questi paesi.
Le rivendicazioni e gli antagonismi latenti che contraddistinguono i rapporti tra gli stati della regione sono stati in parte tenuti a freno nel periodo della Guerra Fredda, quando gli Stati Uniti si preoccuparono di coinvolgere la regione del Golfo nella logica dei due blocchi attraverso la dottrina Eisenhower del 1957, prima, e la dottrina Carter del 1979, poi. Sempre nel tentativo di rendere più stabile la regione, nel 1981, Washington favorì le creazione del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), in cui entrarono a far parte Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar, ossia tutte le monarchie del Golfo, e nel 1988 intervenne attivamente nel conflitto tra Iraq e Iran a sostegno del regime di Saddam Hussein, fino all'armistizio che questo impose al suo avversario.
Poi, il 2 agosto del 1990, l'Iraq invase il Kuwait. Al di là di ogni aspettativa, questo avvenimento ha provocato conseguenze che si sono trascinate fino ad oggi, e che con tutta certezza hanno ricoperto un ruolo fondamentale nello scatenare l'esplosione della guerra del 2003.
La posta in gioco che spinse la coalizione guidata dall'America, sotto l'egida delle Nazioni Unite, a elevarsi a garante della sicurezza nella regione non fu solo la sovranità di un paese illegalmente occupato, ma anche il potenziale energetico di cui questo paese disponeva. La guerra terminò il 28 febbraio 1991, dopo soli 42 giorni, con la sconfitta delle forze irachene e la liberazione del Kuwait.
La risoluzione n. 687, con cui il Consiglio di sicurezza stabilì le condizioni per la cessazione definitiva delle ostilità e il completo ristabilimento della pace nell'area, in realtà impose allo Stato iracheno non poche umiliazioni.
Tra le varie cose, venne imposta una demarcazione della frontiera che l'Iraq non aveva mai considerato accettabile, fu creata una zona smilitarizzata e inviato un gruppo di osservatori nel paese, si impose il totale disarmo chimico, biologico e nucleare, operazione controllata da vari enti internazionali, tra cui il Segretario Generale e la AIEA, e da una Commissione speciale appositamente costituita, l'UNSCOM. Infine, non ci fu alcuna revoca delle sanzioni economiche e commerciali che gli erano state imposte nelle risoluzioni 661 e seguenti, adottate dal Consiglio durante il conflitto. Una delle scuse con cui si faciliterà lo scoppio della seconda guerra del Golfo nasce proprio dall'uso improprio che l'amministrazione americana fece di questa risoluzione.
La guerra del 2003 non è stata condotta sotto l'egida dell'ONU, ma da una coalizione guidata da Stati Uniti e Regno Unito. L'accusa al regime di Saddam relativa al presunto possesso di armi nucleari si ricollegava al disarmo impostogli nella risoluzione n. 687 del 1991.
L'ostruzionismo che l'Iraq adottò nei confronti degli osservatori dell'AIEA e dell'UNSCOM, sostituita nel 1999 dall'UNMOVIC, fu usato dagli Stati Uniti come una prova della sua colpevolezza. Come si sa, già prima dello scoppiare della guerra, avvenuto il 20 marzo del 2003, l'Iraq cambiò atteggiamento e permise lo svolgere dei dovuti controlli, i quali dimostrarono che non vi era alcuna prova che il regime di Saddam possedesse armi di distruzione di massa, o che le stesse realizzando.
Sempre all'inizio degli anni Novanta, un altro avvenimento cambiò completamente il seguito degli eventi: nel 1991 ci fu il crollo dell'Unione Sovietica, e gli Stati Uniti emersero a unica super potenza mondiale.
Nell'area del Golfo essi adottarono una strategia che facesse perno sull'Arabia Saudita, cercando al contempo di favorire la politica del Dual Containment, ossia una politica volta ad abbattere il regime in Iraq e ad isolare, sia politicamente che economicamente, l'Iran. Si avviò, così, un dislocamento di mezzi e uomini nelle monarchie arabe della regione.
Tuttavia, questa strategia presto si dimostrò in parte inefficace: i paesi coinvolti, primo tra tutti l'Arabia Saudita, apparivano sempre più riluttanti a cedere il controllo politico della loro difesa a una potenza straniera come gli Stati Uniti.
Per l'America era di primaria importanza cercare di diversificare il più possibile i legami nella regione al fine di non dipendere esclusivamente dall'appoggio di un numero limitato di paesi per condurre una stabilizzazione dell'area. [...]

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La relazione tra Stati Uniti e Israele nel dopo Guerra Fredda: pressioni interne e interessi strategici

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Informazioni tesi

  Autore: Valentina Muscente
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Internazionali e Istituzioni Europee
  Relatore: Corrado Stefanachi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 56

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