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"Quindici", 1967-1969: una rivista per le neoavanguardie artistiche in Italia

Sulla conclusione dell'esperienza di ''Quindici''

Nel marzo del 1969 Alfredo Giuliani, dopo aver raggiunto nei mesi precedenti il picco di vendite, decise inaspettatamente di dimettersi dalla direzione della rivista.
L’annuncio ufficiale venne dato attraverso l’articolo di apertura del numero 16, in cui l’ex direttore spiegò approfonditamente le principali ragioni di una scelta che, nel momento di maggior successo di “Quindici”, poté sembrare immotivata ed irrazionale agli occhi dei lettori (14). «Credevamo di poter fare una cosa che allargasse un poco la nostra udienza, e l’abbiamo fatta. Abbiamo avuto successo, più di quanto noi stessi speravamo. […] Dunque perché, “sul più bello”, ho deciso di andarmene? È difficile da spiegare, e mi ci proverò».
Essendosi prefissi lo scopo di dare maggiore spazio possibile sulle pagine del mensile ai diversi ambiti della contemporaneità, i collaboratori di “Quindici”, fin dalla sua prima uscita, cercarono di far convivere interventi di carattere politico con quelli di ambito più strettamente culturale, ed è proprio questa duplice presenza a scatenare dubbi e dissensi all’interno del gruppo di lavoro. Giuliani, consapevole della rilevanza assunta da questa scissione, cominciò a sentire che il potere di contestazione, ovvero la base della neoavanguardia, si stava spostando “in altre mani”, non più in quelle dei partiti politici che precedentemente l’avevano gestita e logorata, ma nelle «grandi voci della protesta internazionale». La neoavanguardia iniziò di conseguenza una sua personale crisi interna e venne travolta dagli eventi rivoluzionari che il 1968 portò con sé: alcuni collaboratori continuarono ugualmente a dare spazio ai fatti culturali per cui la rivista era nata, mentre altri dedicarono sempre più spazio a documenti ed articoli riguardanti il dissenso socio–politico in atto.
Alla base della scelta di Giuliani si colloca la differenza, delineata in precedenza, fra sperimentalismo ed avanguardia: nel Gruppo 63, e dunque in “Quindici”, sono convissute entrambe queste componenti, ma nel momento in cui il movimento scelse la via dell’avanguardia, ovvero l’impegno politico e pubblico a discapito dello sperimentalismo linguistico, si creò al suo interno una spaccatura tale da portare la rivista verso «un deliberato suicidio». La conflittualità di queste due anime del Gruppo fu regolata e tenuta in equilibrio grazie ad un continuo dialogo fra i suoi membri e, in principio, ne costituì la vera forza provocatrice nei confronti dell’esterno. Quando tutto ciò andò a mancare si urtarono una fase di assopimento sperimentale letterario-linguistica con una fase opposta di grandissimo dinamismo sociopolitico, generando delle crepe tali da disgregare il quadro generale del movimento. I membri del Gruppo presero strade diverse e si creò in questo modo un panorama assai mutato: le tensioni fra redattori e collaboratori erano dovute a forti dissensi tra chi, come Nanni Balestrini, si schierò verso una posizione nettamente favorevole ad interventi di carattere politico per dare spazio alle rivolte che stavano sconvolgendo la penisola ed il mondo interno, e chi, come lo stesso direttore Alfredo Giuliani, cercò di mantenere quella distinzione fra dimensione culturale e dimensione politica che era stata la caratteristica distintiva, e allo stesso tempo il punto di forza, dell’esperienza di “Quindici”.
«Il disagio s’è precisato: è il rifiuto di prestarsi al consumo del Dissenso», con questa frase, e con le sue dimissioni ufficiali, Giuliani si pose netto contrasto nei confronti di quella che definì «l’Ortodossia del Dissenso», ovvero il voler mercificare ogni evento facente parte delle rivolte in atto durante quegli anni, dando così maggiore spazio alla parte pratica, e quindi all’azione politica, a discapito della parte teorica, ovvero lo sperimentalismo linguistico che inizialmente fu il vessillo del Gruppo 63 e della loro rivista. Come contraltare alle parole del direttore di “Quindici” seguì un articolo scritto da Umberto Eco e pubblicato all’interno dello stesso numero con il titolo Pesci rossi e tigri di carta. Da una parte Eco si mostrò consapevole dell’importanza che i mass media, e in generale l’informazione, stavano avendo nello svolgimento delle lotte politiche di quegli anni, influenzandone inevitabilmente le scelte ed il corso, quindi dal suo punto di vista risultava impossibile la pretesa da parte di “Quindici” di volersi sottrarre totalmente da questo tipo di discorso. Piuttosto era auspicabile una revisione del concetto di impegno e quindi della nozione di cultura stessa; la cosa, evidentemente, non fu mai compiuta dai collaboratori, ma rifiutare “Quindici”, come fece Giuliani, per come si era configurato in quel momento corrispose al rifiuto di tutto il lavoro precedente e significò che «anche i discorsi già iniziati non avevano senso». Dall’altra parte, proseguendo le sue riflessioni, Eco diede conferma alle motivazioni esposte dal direttore del mensile: «Nell’affrontare il discorso dell’anno 1968, “Quindici” è parso darsi in appalto. Mentre alcuni dei vecchi collaboratori continuavano a recensire libri di “letteratura”, altri collaboratori, per lo più anonimi inondavano il giornale di documenti sulla “contestazione”. [...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

"Quindici", 1967-1969: una rivista per le neoavanguardie artistiche in Italia

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Informazioni tesi

  Autore: Silvia Squillante
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2012-13
  Università: Università degli Studi Roma Tre
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Storia e Conservazione dei Beni Culturali
  Relatore: Barbara Cinelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 163

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Parole chiave

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quindici
neoavanguardie artistiche
1967 - 1969
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