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La tutela penale delle acque

Insufficienza dell'attuale legislazione penale ambientale: il caso Lambro

Il miglior modo per verificare l'efficacia di un sistema normativo è sicuramente quello di vedere come esso spiega i suoi effetti nei confronti di fattispecie concrete.
Un rapido sguardo alla cronaca degli ultimi tempi ci mette di fronte a diversi disastri ambientali che interessano non solo l'Italia ma anche il resto del mondo.
Nel nostro Paese in particolare è recente il caso verificatosi in Lombardia dove ignoti inquinatori hanno aperto i collettori di collegamento di tre cisterne del deposito di una ex raffineria nei pressi di Monza, causando la fuoriuscita di circa 10 milioni di litri di gasolio e olio combustibile, che in parte sono finiti nel fiume Lambro.
Ci si chiede, allora, se il nostro ordinamento offra strumenti normativi idonei per affrontare efficacemente situazioni come questa.
Come abbiamo avuto modo di sottolineare nel capitolo precedente, le norme specifiche di riferimento in tema di inquinamento idrico sono contenute nella parte terza del D.Lgs. 152/2006.
Tali norme tuttavia, di fronte a casi devastanti come questo non hanno alcuna utilità. Il motivo sta nel fatto che da sempre, a partire dalla legge Merli fino ad arrivare all'attuale testo unico ambientale, tutta la normativa sull'inquinamento ha sempre sistematicamente presentato lo stesso vizio genetico di fondo: si tratta storicamente di leggi di forma e non di sostanza. Leggi che, piuttosto che opporsi fermamente all'inquinamento, lo regolano con scarsi principi sanzionatori.
Oggi, anche la parte terza del T.U. ambientale risente di questo vizio genetico, infatti, dopo aver individuato importanti principi finalizzati alla tutela giuridica delle acque, nel momento in cui si va ad analizzare la parte sanzionatoria, il decreto si rivela un gigante dai piccolissimi piedini d'argilla, dal momento che tutto il sistema sanzionatorio non solo è prevalentemente formale e non prevede alcun principio sostanziale, ma anche laddove prevede delle sanzioni, esse sono per la maggior parte depenalizzate o al limite micropenalizzate con contravvenzioni di scarso rilievo; l'intero impianto normativo finisce quindi per avere un potere deterrente molto modesto.
A completare il quadro sta il fatto che in tutta questa frenetica produzione legislativa, non è mai esistito un reato sostanziale di inquinamento idrico.
Dall'analisi svolta nel capitolo precedente, infatti, si nota la mancanza di uno specifico reato di danno ambientale che vada a punire chi inquini un corso d'acqua pubblico; in base alle norme del T.U. non si punisce chi inquina, ma chi non rispetta le regole per inquinare basate sul rispetto dei livelli tabellari. Questa affermazione è confermata dal fatto che il punto di campionamento per valutare se uno scarico superi o meno i limiti tabellari si intende fissato subito all'uscita dello scarico, a nulla rilevando l'effettivo inquinamento del corpo ricettore.
Una volta appurata la carenza del nostro ordinamento, e in particolare delle leggi speciali ambientali, in materia di inquinamento sostanziale, le uniche norme che si possono applicare a casi devastanti come quello del fiume Lambro sono quelle che fanno riferimento ai cd. "reati satelliti".
I reati satelliti sono costituiti da tutti quei reati che, pur non avendo come specifico oggetto di tutela l'ambiente, di fatto possono essere applicati anche per reagire di fronte ad ipotesi di inquinamento ambientale.
Essi nascono intorno agli anni '80, grazie all'attività della giurisprudenza e in particolare della magistratura pretorile, per la necessità di colmare in qualche modo le lacune delle leggi ambientali che come abbiamo dimostrato nel corso di questo lavoro non prevedono dei reati con riferimento ad ipotesi di inquinamento sostanziale.
Non c'è dubbio che tra i reati satelliti, quello che meglio può adattarsi ad ipotesi di inquinamento ambientale come quella del fiume Lambro è il già esaminato art. 635/II°, comma 3 C.P., che fa riferimento al danneggiamento aggravato di acque pubbliche.
In attesa della previsione a livello legislativo di uno specifico reato di danno ambientale da applicare alle ipotesi di inquinamento sostanziale, l'unica via percorribile è quella dell'applicazione dei reati satelliti da parte della cd giurisprudenza supplente.
Un'ulteriore conferma dell'insufficienza della legislazione penale ambientale, ci viene data da alcune statistiche che, seppur risalenti ad alcuni anni fa, possono dare l'idea di quanto ci sia ancora da fare per giungere ad una reale efficacia delle norme a tutela delle acque.
Secondo una ricerca statistica sui reati previsti dalla legislazione penale complementare su dati del 1999, si evidenzia come su 185.758 condanne definitive, 77.247 sono per contravvenzioni e, di queste, 1.987 all'inquinamento delle acque.
Delle condanne per inquinamento delle acque, 1.892 sono alla sola pena pecuniaria, mentre 95 alla pena detentiva senza condanne superiori ad un anno di arresto. Sono numeri che evidenziano nella loro concretezza che l'apparato repressivo in vigore in materia o funziona poco o comunque funziona male, e nulla ci vieta di pensare che in virtù delle depenalizzazioni apportate negli ultimi anni, le condanne in futuro possano ulteriormente diminuire.

Questo brano è tratto dalla tesi:

La tutela penale delle acque

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Informazioni tesi

  Autore: Alessandro Pacifico
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Bari
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Paolo De Felice
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 194

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