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Corruzione e capitalismo clientelare nell'Africa subsahariana

Gli aiuti e la corruzione

Il concetto che gli aiuti allo sviluppo siano un atto doveroso dei governi occidentali e che il ricco debba aiutare il povero si è rivelato fallimentare alla luce dei fatti. Dambisa Moyo (2009), che ha lavorato per la Banca Mondiale e la Goldman Sachs, afferma che la “cultura degli aiuti” ha in realtà impoverito il continente africano e ne ha rallentato la crescita. L’Africa subsahariana è la regione più povera del mondo contenendo il 50% dei poveri del globo ed avendo un PIL pro capite di un dollaro al giorno, un dato addirittura più basso rispetto agli anni ’60 del secolo scorso. L’aspettativa di vita alla nascita si aggira intorno ai 50 anni e in alcune aree, come lo Swaziland, non più di 30 anni. Tale situazione è dovuta alle malattie e in parte all’AIDS (un bambino su sette non sopravvive oltre i 5 anni) determinando un quadro molto preoccupante se si tiene conto del fatto che metà della popolazione africana è al di sotto dei 15 anni. Per quanto concerne la politica, il 50% dei governi non sono democratici, molti di essi sono presieduti da autocrati, capi di Stato e presidenti che detengono il potere da decenni.

Esistono tre diverse tipologie di aiuti allo sviluppo:

a) Aiuti di emergenza (o umanitari)

b) Aiuti distribuiti localmente dalle ONG

c) Aiuti sistematici, bilaterali, multilaterali e pagamenti effettuati dai governi

Questi ultimi negli anni hanno assunto la forma di prestiti a tassi d’interesse minori rispetto a quelli di mercato (“prestiti concessionali”) o di “sovvenzioni” ovvero elargizione di denaro a fondo perduto.
La storia degli aiuti ebbe inizio con la Conferenza di Bretton Woods nel 1944, tenutasi al Mount Washington Hotel nel New Hampshire, nella quale si decise di configurare un sistema globale di gestione monetaria e finanziaria attraverso la creazione di tre organizzazioni: la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione internazionale del commercio, realizzata di fatto solo nel 1994.
Proprio da questa conferenza emerse la struttura dello sviluppo alimentato dagli aiuti caratterizzata inizialmente da un progetto di ricostruzione che riguardava essenzialmente l’Europa devastata dalla Seconda Guerra Mondiale: il piano Marshall.
Esso consisteva in un pacchetto di aiuti per l’ammontare di 20 miliardi di dollari e fu giudicato piuttosto efficace.
Si spostò successivamente l’attenzione sull’Africa considerata terreno fertile e particolarmente adatto a ricevere aiuti. Nel periodo che va dagli anni ’50 agli anni ’60 il continente africano sperimentò l’indipendenza dal giogo coloniale delle potenze europee (Francia, Gran Bretagna), almeno sul piano politico.

Elargire risorse finanziarie aveva il fine di conservare posizioni strategiche geopolitiche in particolare per gli USA e URSS, protagonisti della Guerra Fredda. Nel 1965, quando la metà degli Stati africani subsahariani aveva raggiunto l’indipendenza, gli aiuti erano pari a 950 milioni di dollari.
Con la crisi petrolifera agli inizi degli anni ’70 si registrò una crisi mondiale che colpì soprattutto i paesi africani, l’inflazione salì alle stelle e il PIL si ridusse drasticamente. Questo segnò una svolta, in particolare gli aiuti furono dirottati dai grandi investimenti per le infrastrutture verso progetti per lo sviluppo rurale e agricolo, servizi sociali, programmi di vaccinazione di massa nonché forniture di cibo per le popolazioni malnutrite.

Il volume degli aiuti per la povertà aumentò vorticosamente anche in seguito alla seconda crisi petrolifera avvenuta fra il 1979 e il 1980, si calcolano circa 36 miliardi di dollari in assistenza internazionale. Nel 1982 la gestione del debito africano si avvicinò agli 8 miliardi di dollari (rispetto ai 2 del 1972). I paesi si dimostrarono incapaci di onorare i debiti accumulati creando quella che viene definita la “crisi del debito”. La soluzione fu la ristrutturazione del debito attraverso la cessione di nuovi aiuti alle nazioni insolventi per restituire quanto dovuto. Questo portò non solo ad aumentare la dipendenza dagli aiuti ma fece ulteriormente sprofondare nei debiti i paesi poveri.

Gli anni ’80 furono caratterizzati da politiche di stampo neo-liberista portate avanti con forza da esponenti politici come Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Si dovette quindi riorganizzare la pianificazione degli aiuti in Africa ponendo particolare accento sulla privatizzazione delle imprese in tutti i settori. […]
Gli aiuti negli anni Novanta erano gestiti prevalentemente dalla Banca Mondiale e dal Programma per lo Sviluppo delle Nazioni Unite la cui quota di donazioni salì al 30% (rispetto al 23% degli anni Settanta) anche se verso la fine del decennio diminuirono drasticamente. Per molti PVS gli aiuti privati avevano sostituito in gran parte quelli ufficiali (55% tra il 1992 e il 1997).
In realtà questo continuo flusso di aiuti è causa sia dell’elevata corruzione, sia del mancato sviluppo di queste realtà. Il circolo vizioso degli aiuti crea una cultura della dipendenza, facilita i comportamenti corruttivi e impedisce gli investimenti. Organizzazioni internazionali, come la Banca Mondiale, ritengono che gli aiuti al contrario mettano i paesi poveri nelle condizioni di poter combattere la corruzione e di raggiungere livelli più elevati di reddito; sfortunatamente il denaro concesso senza condizioni non permette il raggiungimento di questi due obiettivi, anzi fa si che le persone siano più disposte ad avviare attività illecite. […]
Queste enormi somme generano quindi la corruzione mentre Weder e Alesina affermano che gli aiuti hanno la tendenza ad alimentarla (Dambisa Moyo, 2009). Studi condotti da Graf Lambsdorff, osservando gli indici di corruzione percepita dei diversi paesi africani, dimostrano che un miglioramento di un solo punto porterebbe ad un aumento del PIL intorno al 4%. Il motivo per il quale questi aiuti vengono comunque erogati da decenni risiede anzitutto nel fatto che i donatori (Banca Mondiale, FMI) danno lavoro a decine di migliaia di dipendenti il cui sostentamento è legato proprio all’entità della cifra erogata. I donatori, inoltre, da un lato non riescono a catalogare con precisione quali sono i paesi corrotti, dall’altro ritengono che senza gli aiuti i paesi poveri non potrebbero fronteggiare il debito; uno studio della Banca Mondiale (1997) afferma però che dal 1980 al 1996 circa il 72% degli aiuti sono stati stanziati nei confronti di paesi che in passato non avevano mostrato rispetto dei patti.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Corruzione e capitalismo clientelare nell'Africa subsahariana

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Informazioni tesi

  Autore: Alessandro D'Alessio
  Tipo: Diploma di Laurea
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Interfacoltà
  Corso: Cooperazione Internazionale e Sviluppo
  Relatore: Donatella Strangio
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 64

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