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Invecchiare e raccontarsi

Pubblico e privato: considerazioni sull'autobiografia

Nel paragrafo precedente abbiamo affermato che i racconti sono sempre narrati da una qualche prospettiva particolare e, da questo punto di vista, non sono mai neutrali. Come ci ricorda Bruner: "Il racconto del trionfo del vincitore è quello della disfatta dello sconfitto, anche se entrambe hanno combattuto la stessa battaglia."
Quanta "verità", ci si può chiedere allora, ci può essere in un'autobiografia?
Nella premessa al volume In quella parte del libro de la mia memoria. Verità e finzioni dell' "io" autobiografico, saggio da lui curato, Francesco Bruni osserva: "Non esiste nulla come l'autobiografia, ma solo artificio e menzogne", ma subito dopo aggiunge: "non è necessario prendere alla lettera questa massima provocatoria per sapere che l'autobiografia non è necessariamente la porta che fa entrare nel segreto dello scrittore e nella verità del quotidiano. [...] Tuttavia lo scetticismo nei confronti dell'autobiografia non può essere aprioristico e deve condurre piuttosto a un vaglio critico, caso per caso, con lo scopo di intendere le finalità di un testo, e la sua riuscita [...] [ Inoltre ] La provocazione ricordata ora sull'autobiografia come luogo produttivo di menzogne è sensata in una fase di candida fiducia sui racconti centrati sull'io [...] il "benedetto istinto di riferire e subordinar tutto a noi medesimi" certo non è nato oggi, e [...] D'altra parte quell'istinto non agisce solo in sede autobiografica"

Come ci ricorda Bruner: [ Un aspetto fondamentale, dato quasi per scontato quando si parla di racconti, è la necessità di un narratore. C'è un soggetto che racconta e una storia che viene raccontata, il che apre ad una riflessione di non poco conto: ] un racconto riflette in qualche modo il punto di vista o la prospettiva o la conoscenza del mondo del narratore." ; " i racconti sono sempre narrati da una qualche prospettiva particolare. Il racconto del trionfo del vincitore è quello della disfatta dello sconfitto, anche se entrambe hanno combattuto la stessa battaglia.". Ma c'è di più: "Parlare di noi [ a noi stessi, così come agli altri ] è come inventare un racconto su chi e che cosa noi siamo, su cosa è accaduto e sul perché facciamo quello che stiamo facendo. [ ] Le nostre storie che creano il Sé, col tempo [ si moltiplicano, si accumulano, si dividono addirittura in generi. [...] Gli stessi ricordi diventano vittime delle nostre storie creatrici del Sp. Non che io non possa più raccontarti ( e raccontarmi ) la "storia vera, originale" [ solo che, col trascorrere del tempo, la racconterò in tanti modi, ciascuno modellato dalla mia vita successiva non meno che dalle circostanze di allora ]. La creazione del sé è [ dunque ] un'arte narrativa e, benché sia vincolata dalla memoria più della letteratura di fantasia, lo è comunque con difficoltà [...]".

Osserva al riguardo Duccio Demetrio: "oggi, le nuove tecnologie della scrittura ci dimostrano che il nostro file può essere riaggiornato ogni volta, integrato di continuo; il che modifica, e non poco, il rapporto che stabiliamo con il nostro testo autobiografico. Possiamo vivere nell'illusione virtuale di ricostruire attraverso il riesame e le sollecitazioni del presente la nostra storia, che può diventare in questo modo una vera fiction. [...] raccontando di noi agli altri [ e a noi stessi ], raccontiamo le nostre molte vite possibili e fantasiose; se resta l'oggettività dei fatti, delle rotte seguite, degli incontri fondamentali, muta invece la loro rappresentazione. Quel fatto, quella persona conosciuta, quell'itinerario perseguito possono, con la disponibilità mentale che il lavoro autobiografico ben presto esige, trasformarsi in tutt'altro "; " [ la ] proprietà curativa dell'autobiografia non risiede soltanto nello scrivere i fatti, nudi e crudi, che riteniamo abbiano caratterizzato la nostra storia fino a questo momento. È l'immaginario autobiografico che facilita, per un verso, la scrittura personale; per l'altro, è incoraggiante accorgersi della manipolabilità "a piacere" della nostra esistenza.. [...] la cura è quanto mai antica e risaputa: ogni autobiografo celebre o modesto ha immaginato se stesso, a seconda degli intenti, ora nel peggior modo possibile, ora nel migliore, ora nella sua mediocrità. In tutti i casi una fiction è stata e viene prodotta. La realtà, quale essa sia ( e ammesso che ce ne sia una ) nel momento che viene trascritta [...] Assume un altro volto, che è quello della rappresentazione. [...] Questa sorta di manipolazione inevitabile ci conferma in modo lampante che la vita delle cose è sempre un riflesso della vita della mente e che , di conseguenza, la vita rappresentata con un codice qualsiasi è un'altra vita ancora.

Il tema della "manipolazione inevitabile" subita dalla realtà nel momento che viene rappresentata mediante la scrittura autobiografica, è affrontato anche da Andrea Battistini che scrive: "catturata dalla scrittura, la dinamicità della vita viene cristallizzata in una forma definitiva, immobile. [...] se la vita è irripetibile nella sua singolarità, il suo racconto risente degli schemi che perpetuano le convenzioni irrigidite dei generi letterari. La narrazione personale si rivela in gran parte impersonale, consentita nei fatti, nelle imprese, nelle opinioni e nelle credenze, ma non nel riviverli con la spontaneità con cui furono sentiti [...] lo scrittore di sé, scrutando in se stesso, indaga su ciò che gli altri non vedono, ma poi, quando quella sostanza eterea è ricondotta entro il "carcere dell'inchiostro" ( l'espressione, ammirevole, è di Renato Serra ), la trappola delle parole conferisce all'autoritratto un aspetto un po' allucinato, come se si vedesse con gli occhi di un altro. [...]. Rousseau pur convinto che "nessuno è in grado di scrivere la vita interiore e veritiera di un uomo meglio di lui stesso", è costretto a riconoscere che nel momento in cui la si avvolge nell'involucro fermo della scrittura, inevitabilmente la si altera "contraffacendola con una maschera inerte e ingannevole". Perché allora, si domanda Andrea Battistini, "sono così tanti quelli che, nonostante i tradimenti cui sapevano di andare incontro, non si sono fatti scrupolo di lasciare un'autobiografia? [...] Evidentemente, se Narciso è così attratto dalla sua immagine, la freddezza del cristallo ( lo specchio in cui contempla la sua immagine ) possiede, come tutti i simboli, significati ambivalenti [...] Lo specchio, ci ragguaglia saggiamente Baltrusaitis, è l'emblema sia della vanità o della superbia, sia della prudenza. Se per un verso chi vi incrocia il proprio sguardo subisce la sorte che infliggeva il basilisco, nel senso che il rigor mortis della scrittura paralizza la vitalità dell'esistenza, per un altro verso il ritrovamento finale di un'immagine definitiva, ottenuto con l'autobiografia, è paradossalmente un romanzo di morte che con il ricordo genera la vita, perché ci si sottrae alla distruzione del tempo per possedersi di nuovo un'ultima volta. Alla fase dello specchio, ha spiegato Lacan, si deve la scoperta dello spazio interiore".

E viene un momento, sia nella storia occidentale che nella storia personale, in cui lo specchio ci aiuta a prendere coscienza anche della nostra identità plurale. "a partire dall'età moderna l'azione dello specchiarsi si è fatta meno ingenua, più complicata"
Ad un certo punto si cominciano a studiare le leggi ottiche che sottendono i fenomeni della riflessione e gli artisti del barocco vengono sedotti dal gioco delle anamorfosi. Ci si rende conto che la superficie dello specchio "non è mai piana, ma parabolica, suscettibile di produrre metamorfosi" , si cominciano ad avere dubbi su ciò che si vede e si ricorda, si prende coscienza che i sensi sono ingannevoli e la memoria soggetta all'oblio. Anche l'autobiografia sembra ad un certo punto "esposta al fenomeno ottico della diffrazione: più individui si aggirano dentro di noi e lo specchio che li moltiplica, nel rivelarsi un caleidoscopio, con un'ulteriore metamorfosi si trasforma in un labirinto."

Questo brano è tratto dalla tesi:

Invecchiare e raccontarsi

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Informazioni tesi

  Autore: Peppina Concas
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2012-13
  Università: Università degli Studi di Cagliari
  Facoltà: Scienze dell'Educazione
  Corso: Scienze dell'Educazione
  Relatore: Claudia Secci
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 170

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Parole chiave

vecchiaia
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