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"I Vicerè" di Roberto Faenza (2007) e "Noi credevamo" di Mario Martone (2011): espressioni filmiche del revisionismo risorgimentale e interpretazioni dell’Italia di oggi

Storia del cinema risorgimentale

Per capire il posto occupato oggi da film come I Vicerè e Noi credevamo, ci sembra necessario ripercorrere la storia della rappresentazione cinematografica del Risorgimento, insieme alle evoluzioni politiche e sociali del paese. Le diverse percezioni e interpretazioni del Risorgimento, dei suoi protagonisti e eventi, che sono state proposte dai registi lungo gli anni seguono le dinamiche storiche, politiche e sociali della loro epoca. Studiando l'evoluzione della storia del cinema a tema risorgimentale, si studia la storia del Risorgimento ma anche quella del Ventesimo e del Ventunesimo secolo, dal 1905, anno del primo film sul Risorgimento, agli anni 2010. Fra i diversi contesti storico-politici di produzione, la critica distingue generalmente e convenzionalmente il periodo giolittiano, il periodo fascista, il Dopoguerra, gli anni 1960-1970. Fra gli anni 1970 e gli anni 1990, c'è stato una pausa, un'interruzione nella realizzazione di film a soggetto risorgimentale, poi una ripresa negli anni 2000. Malgrado quest'intervallo, su cui converrà indagare, la tematica risorgimentale rimane abbastanza costante nel cinema italiano, però con approcci molto diversi. Il cinema diventa proiezione delle problematiche politiche e sociali delle epoche di produzione, seguendo i mutamenti culturali successivi e a volte le esigenze ideologiche delle forze governative al potere. Attraversando in modo veloce la storia del cinema a tema risorgimentale, dall'inizio del Novecento a oggi, cercheremo di capire se si può parlare di una tradizione del cinema risorgimentale, con caratteristiche comuni e costanti, se I Viceré e Noi credevamo adempiano a questa tradizione, e in quale modo si collocano in essa. Infatti, sembra che nel corso degli anni, il cinema a tema risorgimentale abbia dato vita a un certo numero di cliché, luoghi comuni e modelli, che si ritrovano spesso, e che sono frequentemente connessi alla formazione di una retorica nazionalista e patriottarda. Da sempre, per quanto riguarda gli argomenti trattati, la scelta degli eventi raccontati, i personaggi, le interpretazioni e analisi del periodo storico, si vede chiaramente una tendenza all'esaltazione di leggende (Garibaldi, la Repubblica romana.) ma anche al conformismo. Un'analisi più precisa della storia del cinema risorgimentale in parallelo con la storia del cinema in generale - ci permetterà di capire come si è sviluppata una certa tradizione, fra strumentalizzazione ideologica e messa in discussione tanto politica che cinematografica. Inoltre, bisognerà mostrare come il cinema a tema risorgimentale non segue solo le evoluzioni politiche della storia italiana, ma anche gli sviluppi e mutazioni della storiografia sul Risorgimento, dato che cinema, politica e ricerca storica sono strettamente legati.

L'inizio secolo:
La storia del cinema risorgimentale comincia nel 1905, con il film di Filoteo Alberini La presa di Roma, primo lungometraggio italiano a soggetto risorgimentale, proiettato in occasione del 35°anniversario di Roma capitale. Il film, impregnato di un forte anticlericalismo, ricostruisce in modo spettacolare l'assalto di Porta Pia condotto dai bersaglieri italiani dopo la sconfitta dei loro tentativi di mediazione con le truppe del papa. Seguono negli anni successivi Piccolo garibaldino (1909), film che esalta il martirio di un giovane eroe che muore durante l'impresa dei Mille; Nozze d'oro di Luigi Maggi (1911), che si svolge durante la Seconda guerra d'indipendenza e rievoca la battaglia di Palestro, e I Mille di Mario Caserini (1912), dedicato all'epopea garibaldina. Battaglia di Palestro, spedizione dei Mille e Presa di Roma: si vede che fin dall'inizio, il cinema risorgimentale si è interessato ad imprese notevoli e/o vittoriose spesso leggendarie. Durante il periodo giolittiano, domina una visione deamicisiana, insieme moralista e patetica, ma anche celebrativa delle vicende ottocentesche. All'inizio del secolo, il tema risorgimentale è utilizzato in modo propagandistico per spingere l'interventismo bellico e la motivazione nazionale contro il nemico austriaco prima della Prima Guerra Mondiale. I film muti sul Risorgimento, che hanno spesso una dimensione propagandistica e pedagogica, diventano strumenti didattici per divulgare valori morali, sociali e culturali. Inoltre, la propensione per la celebrazione delle gesta ottocentesche è accentuata dal fatto che si festeggiò nel 1911 il cinquantenario dell'Unità d'Italia.

Il fascismo:
Anche il regime fascista sceglie di sviluppare il filone risorgimentale al cinema, per la sua portata retorica e patriottarda. Attraverso una messa in scena e una recitazione melodrammatica ed enfatica, il cinema risorgimentale fascista cerca di diffondere l'immagine di una nazione "unita" pur rafforzando il legame di discendenza tra le camicie rosse di Garibaldi e quelle nere di Mussolini. Il Partito si proclama infatti naturale discendente dei mitici eroi del Risorgimento, seguace dei periodi gloriosi del passato italiano, incarnati nella persona di Mussolini. Perciò, il Partito Nazionale Fascista investe nella realizzazione di film in cui il tema risorgimentale è trattato in modo celebrativo e auto glorificante. Si può dire che il cinema fascista riscrive la storia ufficiale dell'Italia, tracciando un percorso diretto dal processo d'unificazione alla Rivoluzione fascista. Secondo i fascisti, rivoluzione fascista e unità d'Italia hanno tutte e due salvato la Patria dal pericolo straniero e dalle intromissioni internazionali. La tendenza a rileggere il Risorgimento con la lente delle ideologie contemporanee si vede particolarmente in un film come 1860 di Alessandro Blasetti (1934). Il film, che segue l'impresa dei Mille, dai preparativi fino alla battaglia di Calatafimi, crea un parallelo nella scena finale tra camicie rosse garibaldine e camicie nere che sfilano accanto a loro.

Il dopoguerra e gli anni 1950:
La propensione a interpretare il Risorgimento secondo le vicende storiche dell'epoca si ritrova nel Dopoguerra con l'elaborazione di un parallelo tra Risorgimento e Resistenza, a scopo di stimolare un senso di appartenenza nazionale e comunione morale dopo l'esperienza tragica del fascismo e della guerra. I diversi partiti di massa si accreditano come successori degli eroi ottocenteschi, incoraggiando retoricamente la conciliazione nazionale. Questa tendenza si esprime in film come il nazionalpopolare Camicie rosse -Anita Garibaldi (1952) di Goffredo Alessandrini, che racconta l'avanzata garibaldina dopo la caduta della repubblica romana nel 1849 in modo retorico. Ma negli anni 1950 si vedono anche le premesse di una svolta nel modo di abbordare il periodo risorgimentale. Invece di privilegiare eventi gloriosi e eroi mitici del Risorgimento, dei registi, come Pietro Germi in Il brigante di Tacca del lupo (1952) o Pietro Nelli in La pattuglia sperduta (1954), scelgono di rappresentare momenti della storia del Risorgimento che non sono né mitici né gloriosi. Il brigante di Tacca del lupo affronta per la prima volta il contestato argomento del brigantaggio, mentre La pattuglia sperduta narra una sconfitta del Piemonte nella guerra contro l'Austria nel 1849 in modo antieroico, dimesso e umanizzato. Per una delle prime volte, la storia del Risorgimento è raccontata dal punto di vista della vita degli uomini. Non si rappresentano più battaglie vinte gloriosamente ma gli insuccessi e le difficoltà che nascono dalla lotta per l'Unità d'Italia. Inoltre, esce nel 1954 Senso di Luchino Visconti, considerato uno dei maggiori capolavori del cinema risorgimentale e forse del cinema tout court. Celebrato per la cura dedicata agli aspetti formali, il film racconta la relazione fra la contessa Serpieri e il tenente austriaco Franz Mahler nel nord Italia del 1866. Visconti ha dichiarato volere «mettere in scena il tradimento" delle classi nobili di fronte ai bisogni del popolo italiano», secondo l'interpretazione gramsciana del Risorgimento. Questa messa in questione cinematografica della visione celebrativa ed univoca del Risorgimento è strettamente legata alla ripresa che conosce il revisionismo storico proprio negli anni Cinquanta, dopo la caduta della monarchia sabauda, mito per eccellenza dell'Ottocento. Storiografia e cinema sono intimamente legati, e converrà più tardi nella nostra riflessione applicare quest'idea a Noi credevamo e I Vicerè per capire come si inseriscono nella storiografia risorgimentale.

Gli anni 1960-1970:
Dopo il Centenario dell'Unità d'Italia, negli anni 1960, poi negli anni 1970, la rilettura anticonvenzionale della storia del Risorgimento si fa più acerba. Si sviluppano interpretazioni critiche del periodo risorgimentale, influenzate dalle riedizioni degli scritti di Gramsci. Il cinema risente fortemente di questa tendenza critica iniziata negli anni 1950. Il Risorgimento, ora concepito come rivoluzione tradita e mancata, viene rappresentato al cinema in modo nuovo rispetto alla tradizione celebrativa di cui abbiamo parlato. Le frustrazioni dei rivoluzionari dell'Ottocento divengono il transfert storico per affrontare questioni contemporanee come le delusioni della Resistenza partigiana, fino al disincanto post 1968. Nel 1860 esce Viva l'Italia di Roberto Rossellini, girato su commissione della RAI all'occasione del Centenario del 1961. Attraverso un racconto quasi didascalico della spedizione dei Mille, il film, come lo scrive Morando Morandini, cerca di “togliere l'epopea garibaldina dal mito e dall'oleografia”, pur facendo coincidere verità storica e verità umana. Nel 1963 esce il secondo capolavoro viscontiano, Il Gattopardo. Lo spettatore segue le vicende dell'aristocratica famiglia Salina, che vive e subisce lo sviluppo dei moti garibaldini e della nuova borghesia arricchita, sviluppo al quale partecipa attivamente il nipote del principe Fabrizio, il giovane Tancredi. Il film racconta il passaggio della Sicilia dai Borboni ai Savoia e la conciliazione tra due mondi, illustrando la necessità che "tutto cambi perché nulla cambi". Quest'amara constatazione costituisce una delle dichiarazioni del film che portano implicazioni universali in grado di fornire chiavi di lettura per la storia italiana in generale, e non solo sul Risorgimento. Tra i film a soggetto risorgimentale più importante degli anni 1970, si può citare Bronte, cronaca di un massacro che i libri di scuola non raccontano (1972) di Florestano Vancini, che rivisita un episodio avvenuto in Sicilia durante la spedizione dei Mille: a Bronte i contadini si ribellano contro i "galantuomini", ma la rivolta degenera provocando la durissima repressione da parte dei garibaldini. Il film demitizza Garibaldi e il progressismo risorgimentale parlandoci di un evento misteriosamente dimenticato dagli storici. Altra pellicola maggiore del decennio potrebbe essere Allonsanfàn (1974) dei fratelli Taviani, che tenta, attraverso la storia di un nobile lombardo che tradisce la causa rivoluzionaria, di creare un parallelo tra la storia italiana del primo Ottocento e le contraddizioni e delusioni postsessantottesche. Infine e fra l'altro, Quanto è bello lu murire acciso di Ennio Lorenzini (1975), che racconta la spedizione di Carlo Pisacane, costituisce un esempio perfetto del cinema risorgimentale dell'epoca, insieme didattico e iperpoliticizzato. L'influenza della storiografia risorgimentale "di sinistra" si fa fortemente sentire.

L'interruzione degli anni 80-90:
Dall'inizio del '900 alla fine degli anni 1970, il tema risorgimentale ha nutrito il cinema nazionale. Ma si vede negli anni 1980-1990 un'interruzione delle produzioni cinematografiche sul Risorgimento (con alcune eccezioni come i film di Luigi Magni, Arrivano i bersaglieri del 1980, In nome del popolo sovrano del 1990). Ma mentre il Risorgimento perde di interesse al cinema, diventa soggetto di molti sceneggiati televisivi, il sistema audiovisivo italiano essendo sottoposto a mutamenti produttivi. Il Risorgimento come soggetto di sceneggiati è una tradizione televisiva iniziata negli anni 1950, che si sviluppa particolarmente negli anni 1980. Si possono citare il famoso sceneggiato di Luigi Comencini, Cuore (1984), o L'eredità della priora di Anton Giulio Majan, andato in onda su Rai Uno nel 1980, basato sull'omonimo romanzo di Carlo Alianello. Si nota una ripresa del cinema a tema risorgimentale negli anni 2000 (forse perché arriva il Centocinquantenario dell'Unità ): escono Li chiamavano briganti di Pasquale Squitieri (1999) che racconta le atrocità nate dall'annessione del Meridione al Piemonte, attraverso la storia del brigante Crocco, e Tra due mondi di Fabio Conversi (2002), che descrive senza pregiudizi il passaggio dal regime borbonico a quello unitario in Sicilia. I due film sembrano appartenere allo stesso filone: narrano vicende risorgimentali in chiave "revisionista", e dal punto di vista dall'Italia del Sud. Forse siamo davanti ad una nuova tendenza: anche i registi di Noi credevamo e I Vicerè cercano, attraverso storie di personaggi meridionali, di riconsiderare la questione dell'epopea risorgimentale, da sempre storicamente e cinematograficamente esaltata. Rifiutano battaglie gloriose ed eroi mitici, e preferiscono affrontare problematiche controverse come le delusioni dell'Unità, il trasformismo politico, o la questione meridionale, pur evitando l'atteggiamento troppo politicizzato dei registi degli anni settanta.

Studiando la storia del cinema risorgimentale, due filoni diversi sembrano apparire: uno che tende all'esaltazione retorica e patriottarda di momenti e personaggi leggendari celebrati per il loro glorioso ruolo nell'unificazione nazionale, un altro che sembra invece rifiutare questa celebrazione per mettere in questione il processo d'unificazione, i suoi attori, le loro ideologie e comportamenti, ma anche le conseguenze dell'Unità d'Italia. Mentre il primo filone favorisce imprese inattaccabili in quanto sacre, in modo a volte parziale, il secondo filone -che sembra, e vedremo perché, essere quello dei nostri due film -non considera più il Risorgimento come un fenomeno totalmente positivo, ma rivisita diverse problematiche sociali, culturali, politiche ed economiche, dando del periodo e delle sue conseguenze una visione più critica. Questi film, attraverso un'analisi acuta del Risorgimento mettono in discussione l'idea di una fondazione mitologica ed epica della nazione italiana, partecipando a formare ciò che si potrebbe chiamare il "cinema risorgimentale revisionista". Il cinema italiano si è occupato molto presto del Risorgimento, ma ha dimostrato di essere in ritardo rispetto alla storiografia: mentre i lavori critici si sono rapidamente sviluppati (fin dai primi anni del Novecento e soprattutto a partire degli anni 1940 con gli scritti postumi di Gramsci), il numero di film "revisionisti" è inferiore a quello dei film che propongono una visione ufficiale e celebrativa.

Questo brano è tratto dalla tesi:

"I Vicerè" di Roberto Faenza (2007) e "Noi credevamo" di Mario Martone (2011): espressioni filmiche del revisionismo risorgimentale e interpretazioni dell’Italia di oggi

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Informazioni tesi

  Autore: Jeanne Mayer
  Tipo: Tesi di Specializzazione/Perfezionamento
Specializzazione in Cinema
Anno: 2012
Docente/Relatore: Laurent Scotto D'Ardino
Istituito da: Scuole Normale Superiore di Lione (Francia)
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 162

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