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Dalla schizofrenia allo schizofrenico. Interesse, Prossimità, Incontro.

Il senso profondo dell’esperienza schizofrenica

Lo psicotico è l’individuo che ha subito il più grave inganno dell’esistenza. Qualcuno gli ha detto: non avrai altro dio all’infuori di me. Ma questo si è rivelato Nulla. (Ferrero P., 1985). Quella dello schizofrenico sembra l’esacerbazione di una grave ferita inferta alla fiducia di base, tappa fondamentale dello sviluppo del bambino individuata da Erikson (1950), cioè il poter far affidamento sulla continuità e sulla identità dei provvisori esterni, poter riporre fiducia in se stesso e nelle capacità dei propri organi e considerarsi sufficientemente degno di fiducia. La battaglia dello schizofrenico diviene quella di riapprodare a un isola di fiducia (Ferrero P., 1985) oltre la simbiosi con la figura di attaccamento. Il soggetto psicotico è organizzato caratterialmente a un livello evolutivo denominato simbiotico (Mahler M., et al., 1975): si relaziona agli altri così come con la madre fino ai 6 mesi di età, non considerandoli individui ma parti di sé, vive una confusione tra me e non me (Sullivan H.S., 1955), tra i propri pensieri e sentimenti e quelli altrui e prova un’insicurezza esistenziale (McWilliams N., 2002).

Vittorino Andreoli (1999) scrive che lo schizofrenico è un'isola, una monade chiusa in una cella dell'esistere, in una prigione del mondo. In isolamento perché così può ancora respirare. Non è un’umana solitudine ma una solitudine autistica che viene dalla frantumazione di ogni scambio interumano (Borgna E., 2008) e impregna (Ballerini A., 2010) il soggetto; è un’atmosfera autistica che trova nella schizofrenia la sua più pervasiva espressione (ivi). Ballerini (2010) specifica che la reale caratterizzazione dell’autismo della schizofrenia non è una semplice introversione o un ritiro nella fantasia ma un vuoto che dà schizofrenicità ai sintomi ed è, sostiene Cargnello (1993), l’impossibilità di essere propriamente se stessi per carenza di quella autentica apertura verso il Tu che travolge allo stesso tempo la propria soggettività e la realtà comune (Ballerini A., 2010).

La solitudine nel mondo schizofrenico è ambivalente, l’individuo vive in realtà una profonda nostalgia dell’umanità e una paura altrettanto intensa di esserne distrutto: è l’angoscia di annichilimento (Hurvich M., 1989). È l’angoscia che il soggetto schizofrenico emana in stato acuto, è il terrore di essere invaso all’Altro e di disintegrarsi di conseguenza; tale sensazione spinge il soggetto ulteriormente verso il ritiro solitario perché, in tale stato, ogni disponibilità dialogica si inaridisce (Borgna, 2002). La fiducia ferita si fa sfiducia (Erikson E., 1950), lo psicotico arriva a mettere in discussione le categorie spazio-temporali ristrutturandole in modo idiosincratico: il tempo vissuto perde il passato e il futuro e si fissa in un presente isolato e martirizzato (Borgna, 2002); lo spazio si appiattisce in una confusione tra il vicino e il lontano, l’esterno e l’interno.

Secondo la prospettiva fenomenologico-esistenziale (Berra L.E., 2011), la schizofrenia e, più generalmente, la psicosi, è una possibilità […] dell’uomo che fa parte del comune mondo-della-vita (Lebenswelt), cioè il soggetto non sarebbe malato ma vive in un modo in sé dotato di senso che va compreso. Come conferma alle parole di Andreoli emerge che l’alienato è colui che nell’alienazione ha trovato l’unico modo per lui possibile di essere-al-mondo (ivi), una modalità solo apparentemente disorganizzata e insensata: ha in realtà una propria Gestalt (Borgna, 2002), con una propria significazione umana.

Il soggetto schizofrenico non vive una pura regressione ma, vivendo la dissoluzione di senso del mondo, […] vi costruisce una forma di vita, così come l’eschimese costruisce, per proteggersi, l’iglu […] (Morselli G.E., 1948); per questo è fondamentale un approccio fenomenologico, per poter cogliere di volta in volta il tema che condiziona le strutture trascendentali dell’esistenza come lo spazio e il tempo (Berra L.E., 2011). Talvolta tale Gestalt include delle esperienze poetiche e creative che la psichiatria naturalistica sottovaluta: il reale e il fantastico si fondono e ciò dilata le possibilità del linguaggio e dell’esperienza rendendo possibili delle schizofrenie creative (Borgna, 2002); ne abbiamo vari esempi nella letteratura e nell’arte.

Gli autori citati, perlopiù psichiatri esistenzialisti e fenomenologi, hanno colto il valore umano della schizofrenia: il loro lavoro è stata la comprensione e non la spiegazione; hanno lavorato per ricondurre la sovrastruttura della malattia al mondo-della-vita umano. Il metodo fenomenologico ha aiutato a rapportare le categorie dello spazio e del tempo, che la malattia ha dilatato, al mondo-della-vita e avere così le coordinate essenziali entro cui muoversi nel suo mondo; senza queste la psichiatria naturalistica è rimasta a lungo impantanata, non riuscendo ad afferrare la specificità della gestalt schizofrenica in ogni persona e destinandola in tal modo all’inguaribilità e all’estensione nel tempo (ivi).

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Dalla schizofrenia allo schizofrenico. Interesse, Prossimità, Incontro.

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Informazioni tesi

  Autore: Matteo Gatti
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2013-14
  Università: Università degli Studi di Urbino
  Facoltà: Scienze della Formazione
  Corso: Scienze e tecniche psicologiche
  Relatore: Elena Acquarini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 54

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