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Genere e Scuola: scuole elementari e istituti magistrali nell'Italia fascista

Modifiche post-riforma e la Carta della Scuola

A seguito della Riforma Gentile furono introdotte e aggiustate varie parti degli ordinamenti superiori, come abbiamo già avuto modo di illustrare per le scuole elementari. Ad un'analisi di genere, oltre al fallito esperimento dei licei femminili, si aggiungono alcuni altri interventi specifici: il ministro Belluzzo nel 1931 presentò un progetto di legge che prevedeva di istituire accanto ad una scuola tecnica biennale, un ramo speciale per le professioni femminili.

Così viene descritta da Charnitzky la modifica:

“Questo comprendeva oltre a una scuola industriale femminile, una scuola professionale femminile che, completata da una scuola di magistero professionale per la donna, biennale, non doveva limitarsi a trasmettere la «necessaria cultura» e la conoscenza delle «arti femminili», ma, come dichiarò De Vecchi nel 1935 al Consiglio dei Ministri, aveva il compito di preparare le alunne al loro futuro ruolo di «vera donna di casa, madre di famiglia, conscia di tutti i suoi doveri, addestrata ad ogni cura domestica, dalla più umile a quella che ha un alto contenuto spirituale: l'allevamento e l'educazione della prole»”.

Sotto il ministero Ercole inoltre, nel febbraio del 1934, fu varata una legge che prevedeva l'introduzione di una nuova materia d'insegnamento chiamata “cultura militare”, con “tre livelli di formazione, che comprendevano in totale un periodo di cinque anni con 20 ore di insegnamento annuali”. Consultando le direttive di massima per lo svolgimento dei corsi di cultura militare che vennero date come corredo ad un decreto dell'ottobre del 1935 (la materia fu introdotta infatti nel febbraio del 1935 in tutte le scuole secondarie) possiamo leggere che essa fosse finalizzata a rendere

“i giovani intimamente partecipi dello spirito militare; a imprimere cioè profondamente negli animi loro che organizzazione, vita, efficienza militare sono parte integrante e viva e fruttuosa dell'organismo nazionale, sono strumento fondamentale e insostituibile della potenza dello Stato”.

Ovvio che fosse una mossa governativa la quale si inseriva in un più ampio disegno di militarizzazione dell'educazione nazionale; ma di nuovo ci troviamo di fronte ad una contraddittorietà di fondo rispetto alla scolaresca femminile la quale viene investita di informazioni certo lontane dal futuro di una buona e brava moglie fascista. Se approfondiamo infatti la lettura delle direttive, scopriamo che la “cultura militare” è prevista per il I grado nei corsi inferiori degli istituti magistrale e per il II grado nei corsi superiori. Prendendo in considerazione il fatto che, per quanto si sforzasse il governo di incentivare la virilizzazione del corpo docente, le ragazze ricoprivano comunque la stragrande maggioranza delle iscritte al percorso magistrale, è lampante come il corso fosse decisamente poco appropriato e di nuovo portatore per le donne di quella contraddizione di fondo che si creava accostando il futuro mansueto della donna-madre a quello dell'eroe di guerra.

Dopo tutto l'insegnante di cultura militare doveva essere “un animatore, un suscitatore di energie morali e un esaltatore dello spirito” e viene spontaneo domandarsi come ciò fosse conciliabile di fronte ad una classe composta al novantanove percento da femmine. La materia andava infatti ben nel dettaglio, approfondendo non solo la storia della guerra a partire dell'impero romano ma si dilungava sull'organizzazione militare, i vari gradi e suddivisioni interne all'esercito, arrivando persino a descrivere la meccanica delle armi da fuoco e il loro uso.

La chiave di lettura che fornisce De Grazia sembra qui calzare perfettamente: il fascismo incorre in una insolubile contraddizione riguardo l'educazione della donna la quale viene investita dalla retorica eroicizzante sulla guerra e sui meriti degli animi combattenti quando invece su un piano più pratico si cercava di arginare quanto più possibile l'opera della donna recludendola all'interno degli ambiti ritenuti dalla morale comune più idonei alla femminilità, come la casa, la maternità e l'educazione infantile.

Si parla nuovamente di un percorso parallelo ma separato quando la vita della donna viene ripresa in mano dal ministro Bottai nella stesura della Carta della Scuola. In particolare per il percorso magistrale si compie una manovra radicale creando due istituti separati: l'Istituto magistrale quinquennale aperto formalmente ad entrambi i sessi e un istituto magistrale femminile di tre anni con sbocco obbligato verso il magistero femminile di due anni. Chiarissimo è l'intento di creare due percorsi separati nel genere, uno maschile che avrebbe portato anche all'insegnamento superiore e uno femminile che prevedeva soltanto l'abilitazione alle scuole materne senza permettere l'accesso all'università. L'intento era quello di esaurire pian piano le scuole promiscue per sostituirle con delle scuole separate “a mano a mano che nell'ordine corporativo si definisce il nuovo indirizzo del lavoro femminile”, come è chiaramente espresso nella Carta della Scuola.

Bottai presentò la Carta della Scuola al Gran Consiglio del Fascismo nell'ottobre del 1938 ma le circostanza politiche non permisero di applicare tutti i cambiamenti in essa previsti. Con lo scoppio della guerra in Europa nel 1939 e poi l'entrata in guerra anche dell'Italia l'anno successivo, non vi fu tempo e denaro per applicarla nel suo totale; del nuovo disegno scolastico si riuscì a realizzare soltanto la scuola media unica a partire dall'anno scolastico 1940-41. Per la realizzazione integrale di tutto il nuovo ordinamento si richiedeva infatti un impegno finanziario che l'Italia non poteva affrontare, non solo per l'impegno che richiedeva l'entrata in guerra ma anche perché le finanze del Ministero dell'Educazione Nazionale erano state da sempre in difficoltà.

La realizzazione del nuovo assetto dell'istruzione superiore non arrivò mai e, suggerisce Charnitzky, “l'edificio dell'ordinamento scolastico fascista progettato da Bottai rimase così un castello di carta. La Carta della Scuola creò, come osservò beffardamente un contemporaneo, una «scuola di carta»”.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Genere e Scuola: scuole elementari e istituti magistrali nell'Italia fascista

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Informazioni tesi

  Autore: Marta Mariani
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2013-14
  Università: Università degli Studi di Pisa
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Storia e Civilità
  Relatore: Alberto Mario Banti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 115

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