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Non penso dunque sono. La meditazione Zen tra reale e virtuale

Meditazione Chan online, l’Immersione e l’Incarnazione virtuale

Il Rifugio Chan sulla montagna dell’Upaya, è parte di una comunità buddista su Second Life che si compone di cinque gruppi, e da gennaio 2010, ha accolto 2.756 membri e ha tenuto a circa 85 eventi a settimana. Per questi gruppi Chan, nonostante la vasta gamma di attività, dai discorsi del Dharma ai concerti nei campeggi, la pratica più importante è la meditazione silenziosa on-line.

Mentre una volta solo dei sogni fantascientifici vedevano possibile accedere a mondi virtuali e viaggiare per il cyberspazio, ad oggi sarebbe anacronistico pensare il contrario, in quanto il solo accedere ad Internet è diventato comune per milioni di utenti in tutto il globo. Eppure, per quanto può essere definito comune, l’idea di un avatar che interagisce in uno spazio virtuale, che addirittura medita seduto su una costa rocciosa affacciata sull’oceano, solleva comunque molti interrogativi e perplessità. Ci si chiede come sono strutturati online i rituali di una specifica religione, se possono avere gli stessi esiti di quelli tradizionali, soprattutto in relazione al raggiungimento della liberazione, dell’illuminazione o del nirvana. Prima di tutto bisogna capire quali sono le pratiche intermediarie che consentono l’accesso, cosa vuol dire “essere” in un mondo virtuale, che tipo di esperienza costituisce il “saltare” tra i mondi alternativi e qual è il metodo migliore per comprendere e analizzare le religioni inserite in piattaforme come Second Life.

In generale, studiare i rituali buddhisti online abilita a una maggiore comprensione su come la tecnologia venga usata dai praticanti di una religione che si spostano tra il mondo online e quello “offline”. Per dare una risposta a questi interrogativi e analizzare il fenomeno in crescita, il Team Cardean di Ricercatori Virtuali ha condotto diversi studi che li hanno portati a sperimentare in prima persona le esperienze online di Second Life; hanno esplorato i templi, si sono prostrati davanti alle rappresentazioni di Buddha, assistito ai discorsi del Dharma, discusso circa la natura del buddhismo nelle chat pubbliche. La loro ricerca comunque, si è incentrata sull’osservazione partecipativa della meditazione Chan online. Lo scopo di questa ricerca è quello di concentrarsi sullo svolgimento della meditazione silenziosa,il cuore del buddhismo Chan.

Il rituale può essere individuale o svolto in comunità, comprende molteplici scelte fra tradizioni e usanze molto diverse ma quello che più o meno le accomuna tutte è il fatto di stare seduti, in silenzio. Come è possibile stare seduti e meditare su internet? Molti sono gli scettici e gli studiosi che si sono dichiarati contro questo vacuo studio etnografico perché basato su comunità inconsistenti ma c’è da dire che non hanno preso in considerazione l’idea di “immersione”. L’Immersione crea un’esperienza di dislocamento in cui l’individuo si percepisce come un essere presente, sa di costituire una presenza. Quello che rende l’etnografia possibile in mondi come Second Life è quindi la cosiddetta “incarnazione virtuale”, non intesa come l’essere risucchiati con il corpo fisico nel cyberspazio, piuttosto come una manifestazione corporea immersa in questo mondo virtuale.

La domanda è: dove finisce il corpo una volta effettuato il log-in?” Spesso si sostiene che il cyberspazio renda il corpo obsoleto. La logica conseguenza è quella di considerare i media online come dei “ladri di corpi” che poi li distruggeranno. A differenza di un punto di vista buddhista, tuttavia, entrambe le argomentazioni prevedono che esista di base quella cosa permanente e stabile che definiamo “corpo”. Pertanto, lasciandoci dietro i nostri corpi, sarebbe difficile dedicarsi alla pratica Zen, universalmente posta come una pratica diretta e non mediata, “una trasmissione speciale del buddismo distinta dagli insegnamenti, che non dipende da parole o lettere”.
Se questo è il caso, nuovamente si pone il problema: come si può meditare on-line? Piuttosto che catalogare la pratica come ridicola o frivola e senza una reale utilità, bisognerebbe riflettere sull’assunto che il corpo non è tanto da ritenersi come un progetto, un’abilità, un’impresa.

In quanto tale, il corpo non esiste perché non funziona secondo leggi naturali e universali, piuttosto è regolato da leggi sociali, logiche e storiche, le quali essendo instabili e indeterminate contengono un significato che non può mai essere propriamente fissato. Proprio per questo motivo, quando si ha la necessità di spiegare in che modo i corpi sono costituiti da atti pubblici nel cyberspazio, si deve parlare di “incarnazione virtuale”. In senso più generale, incarnazione rimanda all'esperienza di essere nel corpo di qualcuno, e sfida l'ipotesi che la soggettività - sia virtuale o reale- può essere ridotta unicamente alla mente.

La conclusione è che se l’Incarnazione tiene vivo il corpo, potenziale di atti culturali, incarnandoci virtualmente possiamo a tutti gli effetti adempiere a pratiche che non accettano mediazioni, perché di fatto non esistono mediazioni.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Non penso dunque sono. La meditazione Zen tra reale e virtuale

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Informazioni tesi

  Autore: Rosanna Napolitano
  Tipo: Diploma di Laurea
  Anno: 2013-14
  Università: Università degli Studi di Napoli "L'Orientale"
  Facoltà: Lingue e Letterature Straniere
  Corso: Lingue Lettere e Culture Comparate
  Relatore: Chiara Ghidini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 50

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Parole chiave

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