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Storie di donne islamiche: tra religione e violenza

Mondi a confronto: tra donne occidentali e donne orientali

Nascere donna non dovrebbe essere un peccato, ma nascere donna in un paese musulmano integralista significa dolore ed umiliazioni. In passato, quando nascevano troppe bambine, queste venivano uccise perché gli uomini dovevano essere in numero maggiore.
La donna veniva e viene vista come un elemento quasi di disturbo, perché in una famiglia musulmana significa che dovranno sorvegliarla fino a quando non si sposerà: solo quel giorno il “problema” passerà al marito.

Tutto ciò è chiaro nella storia di Samia Shariff, nata in una famiglia algerina che in quel periodo risiedeva in Francia. La sua vita è stata molto difficile perché fuori dalle mura di casa la gente conduceva una vita tipicamente occidentale, dove le donne erano libere, mentre in casa vigevano le regole musulmane e, nel suo caso, doveva combattere contro l’odio della madre che la maltrattava e non le dava mai amore, perché aveva un odio profondo verso il sesso femminile, anche se lei stessa ne faceva parte.

Costretta a vivere senza l’amore dei genitori, con continue offese, Samia durante l’adolescenza fu costretta a nascondere il suo corpo agli occhi degli altri, fasciando il seno e portando delle maglie lunghe. Poi, a sedici anni, fu costretta a sposare un uomo che non amava, più grande di lei, scelto dai suoi genitori. Quest’uomo si rivelò un uomo violento, che la violentava in continuazione, che la offendeva sempre, che la disprezzava anche se accettava senza problemi i soldi che il padre di Samia gli dava per mantenerli.

Il matrimonio portò tre figli, ma il primo le fu portato via dalla madre con la scusa che lei non fosse in grado di crescerlo perché troppo piccola. La vita che ha dovuto affrontare Samia fino alla fine del suo matrimonio è la vita che molte donne musulmane affrontano.

Giovani donne che vengono costrette a sposarsi in giovane età senza poter obiettare, senza potersi ribellare. Il matrimonio non viene visto come un rito religioso ma come un contratto, con tanto di dote stabilita e di firma. Viene venduta la sposa al miglior offerente, senza mettere, invece, in primo piano i sentimenti di quella donna. E’ lo stesso rituale dell’acquisto di animali: ti piace quella bestia, la paghi e diventa tua.

Samia, avendo vissuto per molti anni in Francia, conosceva bene il mondo occidentale libero dove una donna può rifiutarsi, ma lei non aveva scelta: doveva accettare tutto quello che la sua famiglia aveva deciso per lei.

Samia, durante gli anni del suo matrimonio trascorsi in Francia, vedeva fuori dalle finestre le donne che erano libere di scegliere che vita volevano vivere e se volevano sposarsi o meno; in casa sua, invece, c’era un clima di terrore per lei e per le sue figlie.

Ma il limite arrivò con il ritorno in Algeria, dove l’integralismo islamico era cresciuto, con i terroristi che rapivano giovani donne. Anche i suoi genitori erano diventati integralisti e i suoi fratelli di idee libere, cresciuti come lei in Francia, ora erano diventati dei musulmani praticanti che vedevano le donne come delle puttane, buone a niente. Se in Francia doveva sopportare solo il marito, in Algeria c’era anche tutta la sua famiglia che l’offendeva e l’umiliava per ogni cosa.

Quando riuscì ad uscire da quel matrimonio, divorziando, scoprì la cosa più orribile che una madre potesse sapere: il marito violentava da tantissimi anni la sua figlia maggiore. Questa rivelazione le ha dato forza di combattere e di liberarsi di quell’uomo e di rifarsi una vita con un uomo che l’amava e la rispettava. Ma, durante quel matrimonio, ci furono tantissimi dolori: la famiglia che l’offendeva pubblicamente, la figlia maggiore che era scampata a tentativi di rapimento ma, a tempo stesso, anche un po’ di felicità con la nascita di tre figli. Quella situazione non poteva durare a lungo.

Samia scappò con i suoi cinque figli in Francia, per dargli una nuova vita. Ma essendosi trasferita in una nazione senza punti di riferimento, fu molto difficile. Per un anno si fecero aiutare dai servizi sociali, ma quella situazione non poteva durare per molto: infatti, con l’aiuto di un amico conosciuto in Francia, emigrarono in Canada sotto falso nome, con passaporti contraffatti.

Dal loro arrivo in Canada, la loro vita ha iniziato a prendere una svolta positiva: hanno tenuto duro, fino ad ottenere la cittadinanza canadese.

Samia è una donna che ha sempre combattuto, lottando per avere una vita dignitosa. Se non ci fossero state le sue figlie si sarebbe lasciata andare, avrebbe preferito morire anziché vivere una vita fatta di violenza.

Purtroppo si è ritrovata a vivere con una famiglia, che interpretava il Corano a suo piacimento: la donna era la schiava, quella che doveva sempre subire, senza poter ribellarsi. Suo padre era il re, lui comandava tutto e tutti. Lui dava i soldi per il loro sostentamento, comprava ville enormi, dava loro una vita agiata; in cambio, però, non voleva sentire lamentele e tutto doveva essere fatto come lui ordinava. Samia ha anche resistito per avere un po’ di pace e calma, per il bene dei suoi figli, ma alla fine ha preso la decisione migliore. Lasciare quel mondo di integralismo islamico per approdare ad un altro mondo, quello occidentale, dove sia gli uomini che le donne hanno gli stessi diritti.

Gli integralisti islamici credono anche che se una donna fa qualcosa di inappropriato bisogna punirla, anche con la morte, come nel caso di Suad, rimasta incinta al di fuori del matrimonio. La sua gravidanza aveva sporcato il nome della sua famiglia e per questo doveva morire. Ma, nel suo caso, doveva morire con il fuoco, un modo barbaro e violento.

Suad ha passato i primi diciotto anni della sua vita in un paese della Cisgiordania. Senza istruzione, senza affetto, da quando era nata aveva sempre lavorato sia in casa che nella terra. Il padre era un uomo che trattava le figlie peggio degli animali, picchiandole con la cintura, legandole nella stalla con gli animali quando facevano qualcosa che a lui non andava bene. Suad, come tutte le adolescenti, si era innamorata del suo vicino di casa. All’inizio era solo un gioco di sguardi, poi un giorno lui l’ha seguita e lei ha ceduto all’insistenza di quel ragazzo che voleva baciarla, toccarla, stare con lei, perché quella persona le aveva promesso che l’avrebbe sposata: infatti aveva saputo dalla madre che qualcuno l’aveva chiesta in sposa, ma ancora non avevano raggiunto un accordo perché c’era una sorella più grande di lei che doveva sposarsi prima. Ma lui le aveva promesso che l’amava, che l’avrebbe sposata. Suad desiderava ardentemente andarsene da quella casa, e quindi aveva accettato, aveva perso la sua “sacra” verginità con quel ragazzo. Si era nascosta, aveva nascosto quel sangue che sarebbe servito il giorno del suo matrimonio per dimostrare che a quel giorno era arrivata vergine. Suad era cresciuta senza istruzione e non le era stato spiegato come avveniva un rapporto sessuale: cosa sarebbe successo e che sarebbe potuta anche restare incinta. Quando lo comunicò al ragazzo, lui le promise che sarebbe andato dal padre per mettersi d’accordo per il matrimonio. Ma questa cosa non avvenne.

Suad fu lasciata sola in quella famiglia, in quel villaggio, incinta di un bambino. Per le leggi della sua religione quella cosa non doveva succedere. Tentò di nasconderlo per un po’, ma alla fine i genitori se ne accorsero e non potevano assolutamente accettarlo.

Dovevano farsi giustizia, ripulire il loro onore davanti al villaggio. Decisero che doveva morire attraverso il fuoco. Il cognato di Suad fu scelto per questo compito. I genitori non c’erano quel giorno in casa. Il cognato le arrivò alle spalle, parlò un po’ con lei e poi le lanciò della benzina sul corpo, dandole fuoco. Il fuoco le ha bruciato metà del corpo, dalla testa al busto. Nell’ospedale dove fu ricoverata non la curavano nel modo adeguato: le strappavano le bende con violenza provocandole forti dolori e la lavavano con delle pompe dandole forti bruciori. Ma, in quell’ospedale, sapevano anche che, se quella ragazza si trovava in quello stato, significava che doveva morire e loro non ci potevano fare niente.

Suad partorì il suo bambino in quell’ospedale senza rendersene conto: sentì un dolore al ventre e qualcosa di strano tra le gambe. Poi sentì il bambino e ne rimase scioccata. Se fosse rimasta lì dopo il parto, sicuramente sarebbe morta e il suo bambino abbandonato. Perché nei paesi integralisti musulmani, quando si decide che una persona deve morire per ripulire l’onore di quella famiglia, la cosa la si porta a termine. Il delitto d’onore è diffusissimo.

Ma il corpo e la mente di Suad hanno combattuto, anche grazie all’aiuto di un’organizzazione che l’ha portata via da lì, trasferendola in Svizzera per operarla.

Suad ha passato molti anni duri e difficili: ha subito molti interventi per riavere una fisionomia soprattutto perché, dopo l’attentato con il fuoco, le era rimasto il volto attaccato al collo. In un paese dell’Europa ha trovato un uomo che ha sposato di sua scelta senza costrizioni e da cui ha avuto due figlie: durante la loro adolescenza ha avuto modo di riabbracciare il figlio maggiore che aveva dato in precedenza in adozione quando aveva due anni, perché non era in grado di crescerlo. Fortunatamente ora vive felice la sua vita con la sua famiglia.

Samia e Suad sono cresciute con la stessa religione e con gli stessi principi.

Ma Samia è nata in Francia: quindi era a conoscenza che esisteva un mondo in cui le donne potevano essere rispettate ed avere una cultura. Suad, invece, non ha ricevuto istruzione e non sapeva che, oltre il suo territorio, esisteva altro. Ad entrambe, fin da bambine, veniva detto che le donne non valevano niente, che non erano buone a far niente, solo un peso per la famiglia. Suad ha visto la madre uccidere le sue sorelline neonate, solo perché erano nate femmine.

Samia ha combattuto disperatamente per dare ai suoi figli, ma soprattutto alle sue figlie, una vita libera e degna di essere vissuta.

Bisogna anche precisare che molti paesi musulmani sono meno integralisti, lasciando le donne libere di istruirsi, frequentare l’università e lavorare. In alcune nazioni le donne musulmane hanno combattuto anche per avere il diritto di guidare l’auto.

Ma le donne islamiche vorrebbero vivere come le donne occidentali. Anche le donne occidentali hanno dovuto combattere per avere i loro diritti. Ci sono state donne che, agli inizi del Novecento, hanno combattuto per avere il diritto al voto: le suffragette.

Dall’Inghilterra all’America, dopo anni di lotte esse riuscirono a far riconoscere i loro diritti. Le donne italiane hanno dovuto aspettare la fine della seconda guerra mondiale per avere riconosciuto questo diritto.
[…]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Storie di donne islamiche: tra religione e violenza

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Informazioni tesi

  Autore: Mary Voto
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2013-14
  Università: Università degli Studi di Salerno
  Facoltà: Scienze dell'Educazione
  Corso: Scienze dell'educazione e della formazione
  Relatore: Daniela Calabrò
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 132

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