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La crisi del debito sovrano: il tramonto dell'Euro

Lo scoppio della crisi e l’ulteriore deterioramento della situazione economica in Italia

Nel settembre del 2008, negli Stati Uniti, una delle più grandi banca d'investimento, la Lehman Brothers, entra in crisi e viene lasciata fallire. La crisi fu provocata da una eccessiva accumulazione di titoli garantiti da mutui nell'attivo e da una leva finanziaria troppo elevata. La Lehman Brothers, venne lasciata fallire sperando in questo modo di dare un segnale contro il comportamento troppo spesso irresponsabile delle istituzioni finanziare che si avventurano in un indebitamento eccessivo e continue speculazioni, nella speranza, che se fosse andata male sarebbero state salvate.

Il fallimento della Lehman Brothers, scatenò un effetto domino. La American Insurance Group arrivò sull'orlo del fallimento, poiché non riusciva più a far fronte alle proprie obbligazioni in termine di garanzie assicurative su fallimenti (i Credit Default Swaps). I CDS emessi dalla American Insurance Group erano stati sottoscritti in maggior parte dalle banche, e per evitare un inevitabile crollo a catena la American Insurance Group venne salvata attraverso una sorta di processo di nazionalizzazione. L'intervento pubblico salvò la American Insurance Group ma chi veramente beneficiò di questo intervento erano le banche che avevano sottoscritto i CDS emessi dalla AIG. Come visto nel primo capitolo, la crisi finanziari si diffuse rapidamente a livello mondiale grazie agli investitori finanziari e alle numerose banche, soprattutto Europee, che avevano investito nei titoli tossici, artefici della crisi statunitense.

Negli Stati Uniti, a differenza dell'Europa, vi fu un intervento coordinato e tempestivo del Tesoro e della Federal Reserve; in Europa invece a causa della mancanza di una unione bancaria con relativa supervisione da parte della BCE e a causa che molti meccanismi di risoluzione della crisi rimangono di competenza nazionale invece che europea, non fu possibile intervenire in modo rapido e chiaro.

Un esempio pratico di quanto il controllo nazionale danneggi l'Unione Europea è dato dalla differenza di intervento che appunto ci fu tra Usa e Europa: fin dal settembre 2007, gli USA hanno messo a disposizione ben 700 miliardi di dollari per la ricapitalizzazione delle banche e meno di due anni dopo hanno condotto un severo stress test dichiarando fin dall'inizio che le banche che lo avessero fallito avrebbero ricevuto capitali pubblici, anche a costo di essere nazionalizzate. Gli europei sono intervenuti non tempestivamente e in ordine sparso sulle banche che di volta in volta si trovavano in difficoltà, guidati solo da esigenze nazionali e mai in base a un disegno comune; hanno condotto tre stress test, senza dire cosa sarebbe successo alle banche che avessero dovuto presentare un deficit di capitale, con ciò costringendole a ricorrere al mercato nelle condizioni peggiori possibili; e per chiudere il cerchio hanno dato alla fine 100 miliardi di euro alle banche spagnole a condizioni che ancora non sono ben chiare.

La mancanza di un intervento rapido, chiaro e deciso, si rivelò insufficiente a contrastare la trasformazione della crisi finanziaria in crisi economica globale. Nel 2008 il tasso di crescita dell'economia mondiale passo da circa il 5% del 2006 al 3,2%. Questa contrazione del tasso di crescita era molto più rilevante nelle economie avanzate che avevano un tasso di crescita in media pari allo 0,9%, mentre in quelle in via di sviluppo era in media del 6,1%. In quell'anno, in Italia, il PIL registrò un -1,4%.

Sempre nel 2008, in Italia cadde il governo di centrosinistra presieduto da Prodi, che portò alla necessità di nuove elezioni che consegnarono il governo alla coalizione presieduta da Silvio Berlusconi.
La prima mossa del nuovo governo fu quella di abolire l'Ici sulle prime case, promessa a fine campagna elettorale. Ma nella manovra per il 2009, approvata nel giugno del 2008, la riduzione dell'indebitamento netto era affidata per due terzi ad aumenti di entrate e per un terzo a riduzioni di spesa.

Le aspettative positive che si avevano sul miglioramento della finanza pubblica, dopo i primi interventi del governo Berlusconi, non furono confermate. La spesa pubblica aumentò di circa l'1% in rapporto al PIL arrivando a circa il 50% del PIL. Ci fu anche un aumento della spesa per gli interessi che arrivò a superare il 5% del PIL. Vi fu, poi anche una lieve riduzione fiscale. Il risultato fu l'aumento dell'indebitamento netto al 2,7% e una riduzione dell'avanzo primario al 2,5%. Il rapporto debito/PIL torno a salire, passò dal 103,5% del 2007 al 106,1 del 2008.

Nel corso del 2008 la situazione economica internazionale andava progressivamente deteriorandosi. La zona euro entrò in recessione e stessa cosa accadde all'Italia. In una situazione che andava peggiorando, l'orientamento degli organismi internazionali era per politiche, anche di bilancio, espansive. Già nell'ottobre del 2008, dopo un vertice G7 tenutosi a Washington, i capi di Stato e di governo dei Paesi della zona euro avevano deciso di adottare un piano di azione, affrontare la crisi finanziaria e rilanciare l'economia. Nel dicembre del 2008 il Consiglio dell'Unione europea approvò l'European Economic Recovery Plan, che comportava interventi per circa l'1,5% del PIL dell'UE. Vari paesi della zona euro intrapresero politiche espansive che portarono ad un aumento del deficit.

«In Italia le risorse per contrastare il ciclo negativo venivano finanziate in modo da lasciare invariato il disavanzo. Il governo intervenne con vari decreti legge anticrisi volti a sostenere l'economia: nel novembre del 2008, nel febbraio 2009, agli inizi di luglio e poi ancora agli inizi di agosto 2009. Tutti questi decreti erano congegnati in modo da sostenere l'aumento di spese per il sostegno di famiglie ed imprese con aumenti di entrate, così da lasciare sostanzialmente invariato il disavanzo pubblico.»

Anche se nella seconda parte del 2009 cominciavano a manifestarsi nell'economia internazionale segni di ripresa, il 2009 fu un anno negativo, in particolar modo per le economie avanzate, il cui PIL è crollato di oltre il 3%. Negli Stati Uniti il PIL crollò del 2,4%, in Giappone del 5%, e nella zona euro di circa il 4%.
Tutto ciò accadde nonostante l'enorme impegno dei paesi membri nei programmi di ripresa, che non solo non aiutò a riprendere la crescita ma peggiorò la situazione dei deficit e del peso del debito pubblico sul PIL.
Negli Stati Uniti, ad esempio, il peso del deficit sul PIL salì dal 3,2% del 2008 al 9,9% nel 2009. Mentre il rapporto debito/PIL raggiunse l'80% e si prevedeva che nel 2011 avrebbe superato la quota del 100%. Nella zona euro il rapporto deficit/PIL saliva dal 2% del 2008 al 6,3% nel 2009. In alcuni paesi il salto fu particolarmente elevato:
• In Spagna il disavanzo salì dal 4,1% all'11,2% del PIL;
• In Grecia il disavanzo salì dal 7,7% al 13,6% del PIL;
• In Portogallo il disavanzo salì dal 2,8% al 9,4% del PIL;
• In Italia il disavanzo salì dal 2,67% al 5,36% del PIL;
• In Irlanda il disavanzo salì dal 7,3% al 14,3% del PIL.

Le conseguenze si manifestarono anche sul peso del debito sul PIL, nella zona euro il rapporto debito/PIL salì dal 69,4% del 2008 al 78,7% nel 2009. Come già visto nel primo capitolo, in Grecia, il rapporto debito/PIL salì dal 99,2% del 2008 al 115,8% nel 2009 mentre in Italia il rapporto debito/PIL salì dal 106,3% del 2008 al 115,98% nel 2009; negli altri paesi della zona euro che avevano mostrato un aumento notevole del deficit in rapporto al PIL, mostrarono anche un grande incremento del peso del debito sul PIL, ma rispetto alla Grecia e l'Italia essi partivano da un livello più basso. Così in Spagna questo rapporto salì dal 39,7% al 53,2%; in Portogallo dal 66,3% al 76,8%, in Irlanda dal 43,9% al 64%.

Con l'avvicinamento del 2010 cominciarono a verificarsi tensioni sui mercati dei titoli di Stato di alcuni paesi europei. Come detto nel primo capitolo, ad esempio, in Grecia la revisione dei dati di bilancio portò alla scoperta una grave crisi delle finanze pubbliche, che era stata tenuta nascosta dal governo precedente agli organi dell'UE. Questo comportamento non fu di certo ammirevole per la Grecia, ma tant'altro disdicevole fu il fatto che gli organi dell'Unione Europea si dimostrarono incapaci di controllare la correttezza e la veridicità dell'informazioni da parte di uno Stato membro. […]

Questo brano è tratto dalla tesi:

La crisi del debito sovrano: il tramonto dell'Euro

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Informazioni tesi

  Autore: Daniele Sganga
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2012-13
  Università: Università degli Studi Europea di Roma
  Facoltà: Economia
  Corso: Finanza
  Relatore: Giuseppe Pennisi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 92

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