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Massinissa e Sofonisba nell'opera petrarchesca. Incontro tra culture diverse.

Massinissa e Petrarca

L’Africa di Petrarca costituisce uno studio del “diverso”, un tentativo di colmare la distanza culturale e storica che rende inaccessibile il vissuto interiore dei personaggi del poema. Il poeta adotta il punto di vista dei vinti, uomini e donne travolti degli eventi storici, che hanno assegnato la palma della vittoria a Roma.

Petrarca non dispone di fonti storiografiche che diano voce ai sentimenti, alle motivazioni, agli ideali dei personaggi africani, presentati costantemente come antagonisti della gloriosa Roma Repubblicana. Lo stesso poeta elabora il poema muovendo dall’intenzione di celebrare il suo eroe Scipione l’Africano e, dunque, la virtus romana. L’esito poetico è, tuttavia, il canto di una terra distrutta e dei suoi uomini vinti.
Il sottile umanesimo di Petrarca è propedeutico alla descrizione di personaggi il cui vissuto, risulta altrimenti inaccessibile, in quanto la vicenda amorosa di Massinissa e Sofonisba è collocata in un’epoca e in una terra lontana e inconoscibile.
Il poeta sceglie di colmare questa distanza indagando i personaggi africani in quanto uomini, portatori dunque di passioni eternamente condivisibili e comprensibili.
Il criterio della verità umana non consente di stabilire un’identità definita e stabile, ma propone un cammino nelle diverse storie, nelle contrapposte ideologie, nei destini delle creature.
[…]
Petrarca conosce la forza dell’amore e le sue illusioni, le ha indagate minuziosamente nei Rerum volgarium fragmenta, crea, dunque un contatto profondo con il re numida. Le decisioni di Massinissa non saranno più valutate, come in Livio, dal punto di vista strategico – militare, bensì come risoluzioni di un intrepido giovane innamorato, il quale merita, dunque, pietà e perdono.

Il dissidio di Massinissa è similare a quello di Petrarca, al punto che, nel suo monologo, egli si rivolge a se stesso quasi sempre ricorrendo alla seconda persona: te, tuum, tibi, una sorta di sdoppiamento che pone di fronte l’uomo innamorato e quello saggio. L’uso della seconda persona suggerisce l’inquietudine e l’incertezza del parlante.

Massinissa, tuttavia, pieno di vane speranze, immagina un futuro felice con Sofonisba “oh dolce vita degli amanti,concordia non rotta da mutue querele”. La connotazione del rapporto illegittimo dei due amanti africani è la stessa che Laura esprime nel Triumphus Mortis II “che concordia era tal dell’altre cose qual giunge Amor, pur ch’ onestamente li tempre”.

Il termine concordia, manca nel Canzoniere, indica una conformità, un’intimità naturale che caratterizza la coppia Petrarca – Laura e, allo stesso modo, Massinissa – Sofonisba.
Massinissa pone le sue speranze nel giovane e pio Scipione affinché, comprenda e accetti il suo matrimonio. Il primo ostacolo alla felicità dei due amanti africani è, tuttavia, “la pubblica fama”, in quanto “il volgo loquace volgeva al peggio ogni cosa”. La diffusione della notizia ad opera del volgo crea l’immagine di una fama ciarliera che aggiunge menzogne alla verità e ricalca un motivo topico dell’Eneide. L’opinione pubblica identifica l’amore di Massinissa e Sofonisba non come “coniugia” bensì come “adulterii”.
La relazione illegittima dei due amanti africani è considerata adulterio dal volgo, ma anche dal virtuoso Scipione, una sanzione ripetuta nella storiografia greca e divenuta esemplare in quella romana con Livio. L’antitesi concettuale tra il punto di vista dei due amanti, che considerano il loro un matrimonio legittimo, e quello esterno è radicale.

La medesima distanza si evince nell’incontro tra Scipione e Massinissa. L’eroe romano invita l’alleato a porre un freno alle passioni che sconvolgono il suo animo e a cedere Sofonisba come schiava di Roma. La relazione tra Scipione e Massinissa si configura come asimmetrica, collocata in una dimensione monologica e non dialogica.
[…]
Petrarca attribuisce le sue emozioni per la morte di Laura a Massinissa, che si strugge per l’imminente caduta di Sofonisba. Nel trionfo della morte il poeta, infatti, descrive sé stesso, sconvolto dalla morte di Laura, con una terminologia simile a quella usata nell’Africa dal sovrano numida “Quanti lamenti lagrimosi sparsi fur ivi, essendo que’ belli occhi asciutti […] e fra tanti sospiri e tanti lutti”.
Il travaglio notturno di Massinissa prende voce in un lungo monologo, il lamento accorato assume le forme di un canto funebre. Deliranti soluzioni si affacciano alla mente per salvare la donna amata: medita di varcare le Colonne d’Ercole, di andare con la sposa a Cartagine dei vecchi amici a chiedere perdono, di trovare riparo nelle zone africane più nascoste ed insidiose. Massinissa è, tuttavia, consapevole che non c’è riparo dal potere romano, la fama di Scipione è tale che il generale della Res publica avrebbe potuto trovarli in ogni parte del mondo.

L’unica scelta possibile è la morte, che si configura come il solo mezzo per una comunione, almeno spirituale, che nemmeno Scipione potrà scindere “E tu, mio dolce vanto, metà dell’anima mia, o breve conforto e lungo dolore, nobile sposa, andrai per dritto sentiero alle valli d’Eliso, e a me per la tua morte lascerai gemiti e sospiri”. Sofonisba, morendo, sarà finalmente libera, Massinissa è atteso, invece, da una vita di dolore. La gloria e i doni conferiti al sovrano numida nei capitoli successivi non cancellano l’immagine sofferente descritta dal poeta nel quinto canto.

Petrarca è consapevole del vuoto incolmabile lasciato dalla donna amata dopo la morte, una vita longeva ricca di vittorie e di onori non renderanno mai felice Massinissa. La scissione incomprensibile tra il Massinissa innamorato e sofferente e il generale potente e soddisfatto presente nell’opera liviana Ad urbe condita e nel De viris illustribus di Petrarca trova così una felice soluzione. Vana è la fama, volubile la fortuna, l’animo di Massinissa è fotografato in profondità alla fine del quinto capitolo, rassegnato ad una vita di dolore.

Il generale africano che ricerca ricchezze ed onori nei canti successivi è uno stereotipato personaggio caratteristico del genere epico.
Massinissa concede a Sofonisba la possibilità definitiva di scegliere se prendere il veleno oppure divenire schiava di Roma “Sibi consulat ergo”. Il filologo e storico italiano Ugo Enrico Paoli considera tali parole “inopportunamente dure”, Stefania Voce propone una diversa tesi “Ci sembra che Massinissa sia psicologicamente già proiettato in uno spazio lontano, ovvero stia assumendo l’atteggiamento di chi, ormai convinto della sua pur sofferta decisione, prenda le distanze dal suo dolore e lucidamente lasci alla donna le responsabilità della propria sorte futura”.

Petrarca riprende il modello Livio “sibi ipsa consuleret”, ma tali parole implicano, probabilmente anche un attestato di stima nei confronti di Sofonisba. La regina cartaginese ha mostrato sempre coraggio e lucida ragionevolezza, Massinissa sconvolto dal dolore preferirebbe forse che la sposa scegliesse la schiavitù alla morte, ma le consegna ugualmente le redini del suo destino. Massinissa non può proteggere Sofonisba, si affida, dunque alla sua scelta. L’invito a provvedere a sé stessa si avvale delle stesse parole di Livio, ma ha una diversa accezione nella sensibilità petrarchesca, riecheggia lo stesso rispetto che il poeta ha sempre mostrato verso le decisioni di Laura.

Il tentativo costante di Petrarca di indagare l’animo di Massinissa porta, quindi, ad una sorta di identificazione. Le azioni di Sofonisba, così come quelle di Laura hanno delle conseguenze sull’uomo innamorato, che deve comunque rispettarle e accettarle.
Massinissa riassume, da solo, il dramma d’amore “L’amoue vrai, l’amour – passion avec ses éclats, ses tourments, ses fureurs, ses abandons, avec tous ses attributs en somme, nous le trouvons dans Massinissa. Malgré sa sensualité Massinissa est tender, sensibile, délicat.”.

Il re numida, tuttavia, non rappresenta unicamente un ideale d’amore, ma anche di patriottismo. Il poeta dipinge anche Massinissa, volubile e traditore della sua stessa patria, come simbolo del valore della pace tra i popoli, non differentemente da Annibale, Magone e Sofonisba. Tradito da Scipione, egli, infatti, si stacca dall’eroe romano e dai valori che lo avevano affascinato per riprendere il contatto con la sua Africa “Oh, non fosse mai passato nella terra libica! Fosse rimasto sempre nei lidi del Lazio”.

Massinissa combattuto tra amore e virtù, fedeltà all’ideologia romana e consapevolezza della necessità di rispettare i limiti imposti dalle frontiere per garantire la pacifica convivenza tra i popoli, rispecchia il dissidio dello stesso Petrarca. Conflitto interiore che appartiene ad un fiorentino del 300, attribuito ad un africano del III secolo a. C. in una prospettiva di umanesimo universale.

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Massinissa e Sofonisba nell'opera petrarchesca. Incontro tra culture diverse.

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Informazioni tesi

  Autore: Maria Rubino
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi di Bari
  Facoltà: Lettere
  Corso: Lettere moderne
  Relatore: Stefania Rutigliano
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 151

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