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La non punibilità dei reati contro l'amministrazione della giustizia ex art. 384 c.p.

Il principio del "nemo tenetur se detegere" e la componente egoistica

Per quanto concerne la componente egoistica dell’esimente, cioè salvare “se medesimo”, un’efficacia scriminante le potrebbe, probabilmente venire attribuita invocando il principio del nemo tenetur se detegere, che, cioè, nessuno possa essere obbligato a confessare qualcosa, ad accusarsi di qualcosa da cui possa scaturire, per sé, un “grave e inevitabile nocumento nella libertà o nell’onore”.

Interpretato in questo modo, l’art. 384, co. 1, sancirebbe pertanto un diritto della persona: diritto di non accusarsi. Attraverso esso verrebbe data una particolare rilevanza penale a questo peculiare aspetto del diritto di difesa, di cui all’art. 24 Cost. In quanto tale, la disposizione sarebbe superflua, in quanto lo stesso effetto esimente discenderebbe già dall’art. 51 c.p. ; tutt’al più, le si potrebbe attribuire una funzione interpretativa: la disposizione chiarirebbe cioè un certo aspetto del diritto di difesa, in particolare chiarirebbe che tale diritto include l’interesse a prevenire un certo tipo di nocumenti ed inoltre che all’interno di questo profilo del diritto di difesa rientra, anche la possibilità di compiere quei reati ai quali fa riferimento l’art. 384, co. 1.

Alla pari degli altri tentativi di spiegare il fondamento dell’esimente, pure quello che fa leva sul principio del nemo tenetur se detegere pone tuttavia dei problemi di compatibilità con la fattispecie dell’art. 384.
Due nello specifico sono i punti di attrito: l’elencazione dei reati ai quali fa riferimento l’esimente; l’efficacia dell’esimente anche nel caso in cui si agisca per evitare un “nocumento nell’onore”.

Per quanto concerne il primo punto di attrito, infatti possiamo notare come non tutti i reati presenti nell’elenco tassativo dell’art. 384, co. 1, si conciliano facilmente con il principio del nemo tenetur.
Sintetizzando, il significato di tale principio è che non si possa essere costretti a confessare un illecito, che cioè nessuno possa essere spinto a commettere atti, o fatti, da cui, possa discendere un’accusa contro se stesso.

Il nemo tenetur dunque, si incentra essenzialmente su un diritto a non fare, quindi, ad omettere qualcosa nel momento in cui dal farla possa scaturire una ammissione di responsabilità.
La maggior parte delle fattispecie cui fa riferimento l’art. 384 sono caratterizzate dal fatto di incentrarsi su una condotta illecita lato sensu omissiva. Ciò è chiaro nelle fattispecie disciplinate dagli artt. 361 a 365, in quanto questi sono tutti reati omissivi propri. Lo stesso si verifica anche in altre ipotesi come il rifiuto di uffici legalmente dovuti (art. 366), la falsa testimonianza (art. 372) e tutti gli altri delitti di falsità giudiziaria.

Diversamente invece avviene nelle tre fattispecie di cui agli artt. 369 (auto-calunnia), 374 (frode processuale) e 378 (favoreggiamento personale) c.p. La condotta qui incriminata non ha nulla di omissivo: queste fattispecie sono basate sull’incriminazione di una condotta con cui il soggetto intralcia lo svolgimento dell’attività giudiziaria. Non si tratta di reati propri, infatti il soggetto non deve per forza rivestire un ruolo nello svolgimento dell’ iter giudiziario, e seppure lo rivesta, l’attività penalmente rilevante da lui svolta non per forza consisterà nell’inosservanza di un dovere positivo connesso al ruolo.

Le fattispecie dell’auto-calunnia, della frode processuale e del favoreggiamento personale non presuppongono quindi l’esistenza di alcun dovere positivo, o di collaborazione con la giustizia, dal cui adempimento deriverebbe una confessione di illecito da parte del soggetto.

L’idea del nemo tenetur non è quindi capace di determinare una ratio unitaria per l’esimente dell’art. 384; essa ovviamente non mostra alcun collegamento con la componente altruistica, ma, anche se riferita soltanto alla “componente egoistica”, essa non è in grado di spiegare quale sia la ragione per cui il privilegio dell’esimente si riferisca a circostanze che non hanno nessun collegamento con l’esercizio della libertà di non auto-incriminarsi. La sfera della non punibilità di cui l’art. 384 co. 1 oltrepassa i limiti del diritto di difesa, e del beneficio contro l’autoincriminazione a questo connesso: il primo dunque non può essere spiegato in maniera esaustiva ed unitaria alla luce di quel diritto e delle sue conseguenze.

Per quanto concerne invece il secondo punto di attrito possiamo notare che non occorre che la temuta lesione dell’onore discenda dalla rivelazione di un reato. La nozione di onore viene assunta in senso lato, racchiudendo tutti i beni giuridici che sono protetti attraverso l’incriminazione dell’ingiuria e della diffamazione, e si riferisce anche al cosiddetto onore sessuale.

L’esimente potrà quindi avere efficacia pure quando il fatto sia commesso per evitare nocumenti che non hanno nessuna connessione con un’ autoincriminazione.
Poniamo a titolo esemplificativo che un soggetto renda falsa testimonianza al fine di non ammettere la sua tossicodipendenza; in questo ed in altri casi del genere pur non rientranti nella logica del nemo tenetur l’art. 384, co. 1, viene certamente applicato: in questo caso difatti il soggetto non cerca di sfuggire ad un’accusa giudiziaria, ma cerca invece di sottrarsi ad un giudizio sociale, il che non presenta alcun collegamento col diritto di difesa, né con la connessa libertà di non auto-incriminarsi.

Questo brano è tratto dalla tesi:

La non punibilità dei reati contro l'amministrazione della giustizia ex art. 384 c.p.

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Informazioni tesi

  Autore: Francesco Buscemi
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Palermo
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Scienze giuridiche
  Relatore: Manfredi Parodi Giusino
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 58

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Parole chiave

art. 384 codice penale
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