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Il lavoro dei religiosi

Il carattere particolare delle prestazioni svolte dal religioso: il ''lavoro spiritualizzato''

Molteplici sono le posizioni dottrinali concernenti la natura dell’attività prestata dai religiosi a favore, o per conto, dell’Istituto cui appartengono; attività che, secondo l’opinione maggioritaria di dottrina e giurisprudenza, non sarebbe riconducibile alla fattispecie del rapporto di lavoro, sulla base di varie ragioni, tra le quali, in primo luogo, il concetto di ‘lavoro spiritualizzato’.

Per NOTARO è merito della dottrina se possono dirsi superati i vecchi schemi del "lavoro spiritualizzato"; ed ogni sforzo compiuto in questa direzione "va guardato con profondo interesse".

In particolare, secondo questo A., "il voler considerare il lavoro prestato dal religioso come lavoro spiritualizzato, può essere un utile espediente forse ancora valido, ma certamente in tal modo non si può dare una risposta giuridica ad un problema oggi molto sentito; si veda il numero delle controversie tra associazioni religiose e religioso che esce volontariamente o viene escluso dalla religio (egressus o dimissus secondo la terminologia canonica) e che ha bisogno di un supporto di diritto positivo. La formula ‘lavoro spiritualizzato’ può avere un significato per individuare un tipo particolare di mansioni, riscontrabili nella vita della Chiesa, ma dubito si possa dare a questa espressione una portata giuridica per trarne le giuste conseguenze. Vedrei nella spiritualizzazione del lavoro un modo per non affrontare il problema nei suoi termini corretti, usando cioè i mezzi messi a disposizione dall’ordinamento statuale, ma per sottrarre queste attività specifiche del religioso (inteso questo in tutte le sue accezioni) ad una valutazione più approfondita da parte del giudice statuale".

Fra i primi sostenitori di questo orientamento, che contempla l’esclusione del rapporto di lavoro subordinato nel caso di attività lavorativa prestata dai religiosi, troviamo M. GORINO CAUSA, il quale afferma che non si può avere rapporto di lavoro ove ricorrano gli estremi della "spiritualizzazione dell’attività specifica", ovvero "allorché vi sia esercizio di attività ministeriali in dipendenza ad un ufficio ecclesiastico in senso stretto o strettissimo". Diversamente, ove quella difettasse, ben potrebbe un religioso essere parte di un “rapporto civilistico di impiego”.

L’A. distingue due specie di spiritualizzazione. La prima "intrinseca ed oggettiva", con carattere sostanziale ed assoluto, legata alla "deputatio ad sacra ministeria". Essa si realizza nel caso di "ufficio di parroco, di canonico, di confessore di seminario" e cioè di "ufficio che implica in ogni caso attività esclusiva del chierico ordinato, attività di natura carismatica e, pertanto, non svolgentesi in concorrenza con dei laici". La seconda, invece, può qualificarsi come "estrinsecae soggettiva" e ricorre quando un’attività di natura non ministeriale – in quanto non "collegata in via esclusiva alla vestizione dell’abito ecclesiastico" – possa essere esercitata "in concorrenza con dei laici". In tale ipotesi, tuttavia, se l’attività è esercitata "da una persona ecclesiastica o religiosa, è suscettibile, in connessione con l’ufficio ecclesiastico in senso lato, di vera e propria spiritualizzazione, anche se di natura non ministeriale".

Pertanto, secondo questo A., l’attività di insegnamento svolta da un chierico secolare in una scuola privata per laici, tenuta dalla Religione per laici (c.d. ‘scuola esterna’), non riveste carattere di "attività religiosa specifica, nemmeno per accessione", perché in questo caso la condizione giuridica del chierico è "perfettamente identica a quella dell’eventuale collega laico". Se, invece, lo stesso insegnamento viene svolto da un religioso, in virtù dell’obbedienza canonica, in una scuola di novizi (c.d. ‘scuola interna’), si ha "attività religiosa specifica, identica all’attività di natura ministeriale".

La "forma massima di espansione" della ‘spiritualizzazione vi professionis religiosae’ si raggiunge nel caso in cui l’attività svolta dal religioso sia "statutariamente prevista nell’ambito dell’istituto di appartenenza". In tale ipotesi, i religiosi sarebbero tenuti allo svolgimento dell’attività "in virtù di un quarto voto di fatto, riassunto nel voto di obbedienza".

Osserva BOTTA come "ponendo l’accento sulla professione dei voti esercitata dal religioso – in specie sul voto di obbedienza e su quello di povertà – e sulla natura di "relazione umana totalmente spiritualizzata", nella quale si sostanzierebbe il particolare rapporto di religione tra professo e istituto di appartenenza, si è esclusa la sussistenza del rapporto di lavoro in ragione del fatto che in convento si entra ‘non per esercitare una professione, ma per fini di perfezione spirituale’”. In altri termini, "la prestazione dei religiosi non potrebbe essere inquadrata nel rapporto di lavoro subordinato, in quanto essa viene effettuata in adempimento di un dovere religioso di obbedienza e secondo fini spirituali, che l’ordine di appartenenza persegue, e non già in vista di un corrispettivo economicamente valutabile".

L’A. evidenzia come tale tesi abbia riscosso in giurisprudenza notevole consenso; "le corti civili, infatti, nonostante abbiano avuto più occasioni di occuparsi di sacerdoti del clero secolare (spesso nelle figure specifiche di vicario coadiutore del parroco, insegnante in seminario, amministratore del beneficio parrocchiale, cancelliere di Chiesa), piuttosto che dei religiosi, hanno fatto ricorso, per entrambe le fattispecie considerate, alla ‘spiritualizzazione’ delle attività specifiche". In tal modo, tuttavia, "si è finito per abusare dell’aggettivo ‘spirituale’", al punto di "snaturare nella loro essenza" i rapporti tra professo e istituto di appartenenza.

Per BOTTA, "si è senz’altro esagerato sul valore decisivo del carattere ‘spirituale’" delle attività lavorative dei religiosi, "sia che tale carattere si ricolleghi alla ‘natura’ del soggetto che le esercita, sia che esso si ricolleghi, invece, alla ‘natura’ delle attività stesse. Si confondono, così, piani diversi, si dimentica, forse, che il giudizio di un fatto risponde a differenti parametri nella società civile e nella società religiosa". […]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Il lavoro dei religiosi

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Informazioni tesi

  Autore: Stefano Nardelli
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2014-15
  Università: Università degli Studi di Macerata
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Giuseppe Rivetti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 149

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