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Adriano Olivetti, pianificare il territorio per riformare la società

Il progetto di Comunità

Il progetto di Comunità olivettiana si pone come strumento concretizzabile e non utopico, volto a superare i contrasti economici e sociali tra settori produttivi non omogenei come industria, agricoltura e artigianato, in cui gli «uomini sono costretti a condurre una vita economica e sociale frazionata e priva di elementi di solidarietà», così da pervenire a un superiore interesse concreto sovraordinato e unificante i consociati, le loro attività e il territorio.

La Comunità descritta da Adriano Olivetti possiede un’ampiezza concreta, comunque infra-provinciale, definita da variabili geografiche, storiche, politiche e amministrative consolidate, tali da creare un senso identitario e simbiotico tra popolazione, territorio e attività tipiche in esso svolte. Ne L’Ordine politico viene accennata anche una dimensione demografica concreta, quanto indicativa, di circa 100mila persone (con variazioni tra 75mila e 150mila), ritenuta idonea a qualificare un organismo sociale sufficientemente complesso, così da potersi diversificare al proprio interno in svariate attività e servizi, ma non così grande da perdere i tratti della «misura umana».

Quest’ultima delimita il piano delle relazioni sociali, poiché sono proprio queste a creare armonia ed efficienza socioeconomica mediante quei contatti diretti tra persone che svolgono attività produttive di beni o servizi e hanno relazioni sociali non individualiste. La «misura umana» permetterebbe, infatti, di poter controllare i problemi concreti di una Comunità perché questa diventi un effettivo dominio dell’uomo, anche nel senso concreto delle percorrenze pedonali e della circolazione dei veicoli.
A livelli sovraordinati come le Province, le Regioni e lo Stato, le relazioni umane sarebbero sempre più fatte di astrazioni, intermediazioni, diaframmi materiali e culturali. Adriano sa bene che il progresso tecnologico è in grado di espandere, ogni giorno sempre più, le possibilità e le velocità di movimento delle persone e delle cose. I mezzi di trasporto e comunicazione però, ancorché sempre più evoluti, non aumenterebbero che apparentemente i contatti umani. Adriano attribuisce un’importanza cruciale alle relazioni tra le persone, perché tutte le organizzazioni, private o pubbliche che siano, sono creazioni che «vivono di energia nervosa di uomini e donne», si sviluppano nel tempo che viene sottratto alla dimensione domestica e vivono del rapporto diretto e concreto con la Comunità in cui sono inserite.

Per Adriano, il rapporto geograficamente circoscritto comunitario consentirebbe conoscenza e comprensione di molti dettagli e sfumature della vita associata locale, laddove invece i nuovi mezzi di comunicazione tenderebbero invece a diminuirli. Ne siano un esempio tangibile le diversità di significato in molte sfumature del linguaggio, per non parlare dei dialetti, che veicolano contenuti metacomunicativi diversi e circoscritti. L’eccessiva distanza fisica, insomma, sarebbe un limite insormontabile per la gestione della vita associata che necessiterebbe di un livello di relazione e comunicazione più completo e complesso per potersi caratterizzare da reale coesione, identità, coinvolgimento, adesione e impegno.
Sul piano della gestione della “cosa pubblica”, il criterio sarebbe ancora più valido e una gestione del territorio da livelli lontani rispetto agli interessi locali, diverrebbe fonte di errori e privilegi. Parimenti, anche il comune quasi mai rispetterebbe la «misura umana» perché troppo grande nel caso di una metropoli o troppo piccolo nel caso di un comune di poche migliaia di abitanti. Il comune non può essere una Comunità in sé per la grande eterogeneità dimensionale che lo caratterizza. Il livello provinciale sarebbe invece inadatto perché ancora troppo grande e comunque artificialmente creato con criteri non comunitari, quindi irrispettoso degli equilibri sociali e geografici.

Adriano dà molta importanza allo «spazio naturale» deputato a caratterizzare una Comunità, poiché in esso risiederebbe anche quel senso di amore per la terra natia, quel senso di «fratellanza umana fatta di solidarietà nella comunanza di tradizioni e di vicende». Occorre precisare che la Comunità non coinciderebbe necessariamente con uno spazio abitato omogeneo sul modello di una cittadina ma potrebbe tradursi anche in un centro principale di modeste dimensioni con altri abitati più piccoli ad esso satelliti ma posti a una distanza ragionevole.

Ancora, potrebbe tradursi nella complessità di una grande città che trovi al proprio interno delle opportune partizioni comunitarie, come nel caso di Torino, citata ne L’Ordine politico in quanto città industriale e immaginata suddivisa in una serie di Comunità con una denominazione caratterizzante tipo: Fiat, Mirafiori, Ansaldo, Galileo, ecc.. In esse, l’industria prevalente zonale ed altre complementari in una certa area economica occuperebbero un elevato numero di dipendenti, creando così quel senso identitario, di interessi e di relazione umana prima descritti. In modo spontaneo, gli operai e i lavoratori in genere di una certa area di livello comunitario si recherebbero negli stessi negozi, frequenterebbero gli stessi spazi sociali, manderebbero i figli nelle stesse scuole, parteciperebbero alle stesse routine, percepirebbero gli stessi problemi, insomma creerebbero spontaneamente una Comunità riconoscibile per i propri caratteri peculiari di tipo sociale, economico e identitario.

Sempre ne L’Ordine politico, Adriano si interroga concretamente in merito a quali legami possano accomunare cittadine come Fossano, Mondovì, Saluzzo, Bra rispetto al capoluogo di provincia di Cuneo di cui fanno parte; oppure Biella al capoluogo Vercelli; o, ancora, il suo Canavese all’area francofona della Valle d’Aosta. Ecco che allora anche nel livello provinciale dimensionalmente più modesto non si ritroverebbero gli elementi comunitari da lui individuati. La Comunità viene concepita come «l’espressione massima dell’autonomia politica locale», che andrebbe a sostituirsi al cosiddetto «Governo dei Prefetti», assumendone i poteri di controllo e coordinamento sui comuni più piccoli, che formerebbero una sorta di consorzio funzionale entro lo spazio fisico della Comunità.

Per le grandi città, inoltre, Adriano immagina trasformazioni profonde, ispirate da un «indirizzo spirituale» volto a valorizzare la civiltà moderna, risolvendo in modo armonioso, naturale e senz’altro più umano i problemi di convivenza di centinaia di migliaia di persone, costrette, altrimenti, a vivere in contesti di inurbamento irrazionale dai caratteri sterili e alienanti. In questo senso, il pensiero di Adriano torna alla città di Torino dove le politiche di industrializzazione di grandi fabbriche come Fiat, Lancia, Iveco e Pirelli, hanno creato quartieri operai periferici formati da grandi palazzi, tutti molto simili fra loro, con pochissimi servizi, dai ritmi umani legati alle turnazioni di fabbrica, privi di infrastrutture ludiche e sportive per le giovani generazioni, di giardini e di spazi sociali adeguati.

Scrive Giancarlo Liviano D’Arcangelo: «Ivrea non soffrì mai il richiamo impoverente dell’emigrazione a Torino dove imperversava la Fiat, idra ferina ed egemone, ciclope che alle logiche comunitarie non era interessata» . Le dinamiche di industrializzazione hanno così prodotto effetti di conurbazione ovvero lo sviluppo smisurato di piccoli centri periferici all’aerea metropolitana di Torino che hanno assunto le caratteristiche di “cittadine dormitorio”, sovraffollate di alloggi ma non di socialità.
L’idea portante del saggio politico è, inoltre, di abbattere le distinzioni artificiose volute dall’urbanistica tradizionale e dalla cultura politico-industriale prevalente che vedrebbe una artificiosa distinzione materiale e culturale tra città e campagna. La soluzione, ancora una volta, risiederebbe nella Comunità, che si farebbe conduttrice di una gestione congiunta e armonizzata della vita economico-sociale dei centri cittadini e dei vasti terreni agricoli esterni agli abitati, per rendere osmotiche le economie che su di essi operano.

L’agricoltura beneficerebbe di positive ricadute, grazie a una sua più efficiente riorganizzazione produttiva secondo criteri scientifici e metodologici già efficaci nell’industria. Le campagne vedrebbero estesi servizi di ogni tipo, prima appannaggio solitamente dei centri urbani più importanti. La grande città, che Adriano definisce «alveolare», vedrebbe nuovamente una natura protagonista nel riprendere il posto che le spetta anche nella società contemporanea, dove l’uomo si riapproprierebbe «fuori del lavoro e nel lavoro, del sentimento di una vita più armonica e più completa», ad esempio, tramite la promiscuità di grandi oasi verdi con finalità educative, ricreative, culturali. Adriano spera che la Comunità diventi «un ponte ideale che materialmente e moralmente mantiene e perfeziona quel vincolo che deve legare i lavoratori dei campi e quelli delle fabbriche, impedendone un increscioso, dannoso, inutile distacco o contrasto». Insomma, la gestione politica e amministrativa di tipo comunitario, di cui si dirà più avanti, è ipotizzabile in qualsiasi spazio in cui si riesca a individuare la naturale presenza sociale e ambientale di una Comunità concreta.

Ne L’Ordine politico Adriano postula fin da subito una compartecipazione della Comunità politica al capitale azionario delle grandi fabbriche, nella nomina dei suoi vertici aziendali, nell’ideazione e implementazione delle politiche industriali che, in qualche modo, si compenetrino con le necessità di sviluppo sociale, dell’istruzione, dell’urbanistica, del turismo. Su questa prospettiva di base, Adriano immagina che talune grandi imprese private si possano trasformare, per motivi di efficienza, in enti di diritto pubblico, in modo da avere la compresenza di Industrie Sociali Autonome e Associazioni Agricole Autonome, partecipate però dalla Comunità in senso politico, dai propri dipendenti, dallo Stato, dai sindacati.

La chiave di volta e la differenza di queste soluzioni, politicamente di tipo federalista, rispetto alle esperienze dei sistemi di collettivizzazione socialista di paesi come l’URSS, consisterebbe nell’efficienza derivante dalla funzionalizzazione. Questa, illustrata nel dettaglio più avanti, troverebbe basi solide di formazione nel livello comunitario concretamente esistente in una certa area, poiché in esso sarebbe possibile far realmente partecipare, secondo democrazia, i cittadini alla gestione del proprio territorio e dell’economia, conoscendone i caratteri e le problematiche sicuramente meglio di altre sfere di governo di livello superiore. […]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Adriano Olivetti, pianificare il territorio per riformare la società

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Informazioni tesi

  Autore: Vincenzo Piazza
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2014-15
  Università: Università degli Studi di Sassari
  Facoltà: Dipartimento di Scienze Politiche, Scienze della Comunicazione e Ingegneria dell'Informazione
  Corso: Politiche Pubbliche e Governance - LM62 - con una votazione di 110 su 110 e Lode
  Relatore: Antonietta Mazzette
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 311

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