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D'Annunzio e l'Abruzzo (da Terra Vergine al Trionfo della Morte)

L'Abruzzo di Terra vergine: realismo mitico

In questi primi due paragrafi abbiamo assodato, con particolare ampiezza, due fattori. Abbiamo fissato alcuni caratteri individuali, puntualizzando la loro tipicità che annulla ogni intento realistico, e la loro fissità che appiattisce in un determinata struttura lo sviluppo storico dei sentimenti e dei loro contrasti. Successivamente, invogliati sia da alcune ipotesi critiche già sostenute da altri sia da quel carattere di originalità che presentano i bozzetti, con un’analisi il più possibile dettagliata abbiamo cercato di individuare nelle opere poetiche numerosi motivi di fondo delle pagine prosastiche, deducendone la specificità lirica, il carattere iper -realistico, diremmo quasi metafisico.

Nel trattare questi due punti essenziali, per una maggiore chiarezza sono state fatte altre considerazioni da tenere presenti: prima fra tutte quelle sulla topografia, che rende indubbia l’abbruzzesità di questi bozzetti. Ma voler ricercare in queste pagine un’imagine, il più possibile vicina alla realtà dell’Abruzzo, del popolo e del paesaggio abruzzese, si rischia di affermare delle posizioni contro-producenti. Non è su quello che non si dice o su quello che vorremmo fosse detto, ma su ciò che si dice deve vertere l’analisi per gustare o meno questa opera giovanile pur nella sua labile struttura organica, la cui effettualità si poggia, quasi esclusivamente ed incontrovertibilmente, sui continui richiami a luoghi abruzzesi.

Che i luoghi abruzzesi siano con una certa insistenza iterati in tutta l’opera, non ci stanchiamo di ripeterlo, ci sembra fondamentale e per due motivi: primo perché scagionano questa raccolta dalla facile accusa di “frammentismo tematico ”, che poi non sappiamo se sia un pregio o un difetto; secondo perché ci danno la cifra per una lettura fruttificante nel senso che, inglobando i vari brani in una cornice ben precisa, riducono le possibili deviazioni critiche, i possibili voli pindarici. Una volta affermato che lo specifico dell’opera è da vedersi nel legame alla terra natale dell’autore, in una parola nella sua abbruzzesità, i problemi da risolvere sono pochi e riconducibili ad uno solo: quale carattere di questo mondo viene analizzato e presentato, che idea, leggendo l’opera, ci facciamo dell’Abruzzo.

Alle premesse su fatte, si aggiunge un altro elemento da non trascurare: il dialetto. I riferimenti alla parlata del popolo, pur nel loro esiguo numero, sono segni d un certo interesse volti a dimostrare un intento di fondo teso al recupero di alcuni aspetti, anche se per lo più pittoreschi, del vivere popolare. Parallelamente ai termini topografici funzionali ai fini di ovviare alla genericità e al frammentismo tematico, l’uso del dialetto, in posizione espressionistica per il carattere in corsivo, non riesce, comunque, ad entrare con pieno diritto nel tessuto narrativo per l’alternarsi continuo di queste forme arcaiche e termini da vocabolario. E tuttavia la sua presenza è significativa: è indice di quel continuo sforzo, non fruttuoso in tutta la sua portata, di avvicinarsi, di entrare e comprendere il vivo della problematica e del sentire genuino del popolo.

È una proposta realistica che resta a livello intenzionale in questi bozzetti, producendo un frammentismo formale evidente per l’alternarsi di forma popolari e forme sofisticatamente auliche e soggettivamente liriche. Sembra che D’Annunzio, travalicando, spinto sia dall’irruenza giovanile incontrollata per l’inesperienza sia dal suo estro sempre tendente alla liricità, le realistiche intenzioni iniziali tese alla rappresentazione diretta ed impersonale della sua terra nativa, trasfiguri tutto in una fissità astorica per quella sua concezione mitica della realtà non ancora cosciente, ma già fortemente sentita. Un presupposto realistico genera una sofistica mitizzazione.

Su queste due posizioni: il continuo richiamo ad una realtà geografica e storica precisa e il continuo superamento e conseguente annullamento di essa, si articolano tutti i bozzetti di Terra vergine, non solo per quella soffusa liricità, ma anche e soprattutto per il carattere astorico dei personaggi fissi nella loro tipicità, non viventi ma astratti. Epperò l’Abruzzo, sfumato nei oggettivi contorni e cristallizzato in un aspetto mitologico ma non folklorico, si presenta in una soggettiva trasfigurazione, ma non barbaro quanto primitivo, non incivile quanto pre-civile, non incolto quanto cultuale, non idillico quanto veemente e passionale.

In conclusione questi bozzetti, segnando o limiti del verismo, si apparentano con il realismo magico, di più recente data, e ne anticipano alcuni temi, anche se D’Annunzio tra due opposte tendenze del realismo e della trasfigurazione, pur sempre compresenti, opera una scelta gene in favore della seconda. E questa stessa trasfigurazione poggia, come abbiamo visto nel trattare il rapporto con la produzione poetica, su un dato autobiografico, interdetto a qualsiasi apertura sull’oggettività pel’intrinseco assunto intimistico e poco problematico.

Questo brano è tratto dalla tesi:

D'Annunzio e l'Abruzzo (da Terra Vergine al Trionfo della Morte)

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Informazioni tesi

  Autore: Giovanni Cipollone
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1976-77
  Università: Università degli Studi di Napoli - Federico II
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere moderne
  Relatore: Pompeo Giannantonio
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 185

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