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Ricomporre il mosaico. Radici socio-politiche della tensione interetnica in Sri Lanka

Il processo di riconciliazione nazionale attraverso la tutela dei diritti umani

I drammatici 26 anni di guerra civile che hanno devastato l’isola e la sua popolazione hanno reso l’ostilità e la rivalità interetnica un fenomeno profondamente radicato nella società dello Sri Lanka. L’intero svolgimento del conflitto non ha fatto altro che inasprire le intolleranze e rendere quasi impossibile un ritorno alla convivenza pacifica, al mutuo rispetto ed alla reciproca tolleranza. L’intero tessuto sociale dello Sri Lanka si è progressivamente sgretolato e la sua struttura ha definitivamente ceduto al processo di atomizzazione secondo l’impostazione fanatica del nazionalismo etnico.

Una spaccatura ulteriormente esasperata dalle atroci violenze subite dalla popolazione srilankese esterna al conflitto; individui che, generalmente, dovrebbero essere considerati degni di particolare attenzione poiché indifesi ed inoffensivi. Infatti, grazie alle costanti segnalazioni degli operatori internazionali rimasti sull’isola, nonostante l’inesistenza di programmi di protezione di cui godere, e le ricostruzioni di sopravvissuti e testimoni locali, è stato possibile ipotizzare la commissione di atti profondamente contrari ai più basilari principi del diritto internazionale, del diritto internazionale umanitario e della tutela delle libertà individuali nell’intera conduzione delle operazioni militari.

Violazioni attribuite sia all’esercito regolare dello Sri Lanka che al gruppo paramilitare delle Tigri Tamil. In particolar modo, i casi di infrazione più gravi vengono attribuiti alla fase finale del conflitto, che va dal settembre 2008 al maggio 2009, in cui venne lanciato l’ultimo e decisivo attacco ai territori settentrionali occupati dalle Tigri. Stando al rapporto della commissione d’inchiesta voluta dal Segretario Generale Ban Ki-moon e pubblicata il 31 marzo 2011, in questo periodo si sarebbero verificati numerosi e diversi episodi di grave violazione del diritto internazionale umanitario e del diritto afferente la tutela dei diritti umani; alcuni di questi episodi, se provati, sarebbero considerati crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

In particolare, secondo la commissione di esperti, il governo srilankese avrebbe ucciso civili tramite bombardamenti indiscriminati ed operazioni militari ai danni di ospedali ed altri obiettivi con funzioni prettamente umanitarie; avrebbe ripetutamente violato i diritti umani riconosciuti alle vittime ed ai sopravvissuti del conflitto, inclusi individui sospettati di appartenere ai gruppi paramilitari, e ad individui al di fuori della zona di guerra, come giornalisti ed oppositori politici; avrebbe negato la necessaria assistenza umanitaria in favore della propria popolazione.

Per quanto riguarda le Tigri, invece, la commissione ha considerato verosimili le accuse in merito all’utilizzo di civili come scudi umani, all’uccisione di individui in fuga dalle zone di controllo del gruppo paramilitare, all’impiego di arsenale militare in prossimità di civili, al reclutamento forzato di bambini nelle operazioni militari, al lavoro forzato ed all’uccisione di civili tramite attacchi suicidi. Tutto ciò avrebbe causato, soltanto in questa fase finale, la morte di oltre 40.000 civili; un dato tuttora incerto a causa delle difficoltà nel reperimento delle informazioni necessarie e che potrebbe nascondere un bilancio ancor più drammatico. L’intero conflitto, quindi, andrebbe considerato “un grave assalto all’intero regime del diritto internazionale, progettato per proteggere la dignità individuale sia in tempo di pace che in tempo di guerra”.

Dal maggio del 2009, quando il governò annunciò il completamento dell’attacco finale ai territori del nord e le Tigri decisero di abbandonare la lotta armata, sono passati quasi sette anni. In questo lungo lasso di tempo, le reali dinamiche dello scontro conclusivo non sono state ancora pienamente chiarite, nonostante i tentativi di esperti e addetti ai lavori, come quello dell’allora portavoce delle Nazioni Unite in Sri Lanka Gordon Weiss; i tragici eventi del lungo conflitto e le relative conseguenze continuano ad essere oggetto di discussione tra i governi in carica e quella parte di comunità internazionale intenzionata a far luce su questo disastro umanitario.

A sette anni di distanza dal termine delle ostilità, nessuna credibile inchiesta è stata istituita con il fine di provare l’esistenza di crimini internazionali nello svolgimento del conflitto e di, conseguenza, nessuna giustizia è stata resa alle vittime di un simile scempio attraverso l’individuazione dei relativi colpevoli. Un quadro appesantito dalle segnalazioni circa la violazione dei diritti umani di parte della popolazione dello Sri Lanka anche dopo la fine del conflitto: casi di tortura, come emerso dal rapporto del 2015 di Human Rights Watch; di violenze sessuali e di marginalizzazione sociale, denunciate sempre da Human Rights Watch, da Minority Rights Group International e riprese anche dal Segretario Generale Onu Ban Ki-moon; casi di interferenza nell’operato degli organi di stampa, di repressione della libertà di espressione, opinione ed associazione, di sparizioni forzate e detenzioni arbitrarie, tutti denunciati all’interno dei rapporti del 2014 di Amnesty International e Human Rights Watch.

A sette anni di distanza dal termine ufficiale della guerra civile, quindi, il conflitto interno alla società srilankese non può dirsi affatto concluso. La prosecuzione di violenze ed abusi, unita all’assenza di un adeguato processo giudiziario in grado di punire i responsabili delle atrocità commesse da ambo le parti durante gli scontri, continuano inevitabilmente ad alimentare la tensione interetnica e a rendere vano qualsiasi tentativo di riconciliazione comunitaria nel Paese.

Nonostante le palesi dichiarazioni di circostanza, la stabilità e l’armonia in Sri Lanka continuano ad essere elementi dalla struttura estremamente debole; tale debolezza compromette inevitabilmente la speranza di un ritorno al rispetto, la tolleranza e la collaborazione interetnica del passato, per non parlare di una reale costruzione di una coesa identità nazionale. In accordo con la comunità internazionale, quindi, il presupposto principale e fondante per lo sviluppo graduale di un simile processo continua ad essere quello di una credibile e totale affermazione della giustizia sull’isola: fin quando non verrà fatta piena luce sugli abusi in tempo di guerra ed in tempo di pace, attraverso un processo corretto, imparziale e globalmente riconosciuto, il conflitto sociale in Sri Lanka non potrà mai definirsi concluso e l’inizio di un reale e genuino processo di riconciliazione nazionale non potrà mai avere luogo.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Ricomporre il mosaico. Radici socio-politiche della tensione interetnica in Sri Lanka

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Informazioni tesi

  Autore: Diego Fionda
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2014-15
  Università: Università degli Studi di Siena
  Facoltà: Dipartimento di Scienze Politiche e Internazionali
  Corso: Relazioni internazionali
  Relatore: Andrea Francioni
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 220

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Parole chiave

asia
diritti umani
colonialismo
nazionalismo
guerra civile
conflitto etnico
tamil
sri lanka
ceylon
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