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Sui ruoli di Antigone

Antigone, la cittadina

Se finora abbiamo visto posizioni che enfatizzavano il valore antipolitico della tragedia e dell'Antigone in modo specifico (il cosiddetto filone impolitico di Nicole Loraux e Pierre Vidal-Naquet), non possiamo dimenticare le intime connessioni reciproche insite in ogni istituzione ateniese. Nell'ultimo periodo, alla fine del XX secolo, studi anglosassoni sono riusciti a mediare l'estremizzazione dei diversi aspetti riguardanti la tragedia, la contrapposizione era: da una parte, posizione aspramente criticata da Garvie, il considerare la messinscena ateniese come un mero strumento di propaganda politica del tragediografo dietro alla sua opera; dall'altra, uno studio spiccatamente sociologico e religioso che ha estraniato il testo tragico dalla realtà storica in cui era immersa.

Ultimamente è risultata doverosa una collaborazione tra metodo storico e sociologico al fine di analizzare meglio una realtà come quella greca di cui si sottovalutava la complessità. Conscia di ciò, Suzanne Said, pur apprezzando i risultati ottenuti dal filone impolitico, ritiene sia inesatto e generico non considerare la singola tragedia ed il singolo tragediografo sotto i vari punti di vista, per quanto, in verità, si accosti maggiormente alla visione storico-politica. Con questa analisi, Sofocle risulta la figura più controversa nello scenario tragico: da un lato, fu politicamente attivo, eletto nel 443 come membro del collegio degli "ellenotami" che gestivano il tesoro della Lega Delio-Attica e nel 413 come probulo, cioè preparò l'instaurazione del governo oligarchico dei Quattrocento; dall'altro, però, la sua politicità permea le sue opere in misura minore rispetto agli altri autori tragici suoi -quasi-contemporanei. Unica eccezione del carattere "meno politico" delle sue tragedie è, appunto, l’Antigone.

Ma perchè il nostro autore sente l'impellenza di mostrare il proprio pensiero politico? Come e perchè proprio con Antigone si immerge nella sua età periclea? Il primo indizio sul legame tra la realtà ateniese dell'epoca e la protagonista teatrale è riscontrabile nelle parole di Tucidide. Alla fine del primo libro della Guerra del Peloponneso, che racconta la guerra che ha visto schierati i due grandi eserciti, nonchè modus vivendi, di Atene e Sparta lo storico del 460 a. C. accenna ad eventi sacrileghi del tutto avulsi dalla trattazione precedente e successiva, di gran lunga anteriori allo scontro iniziato nel 431 a. C.
[…]

L’ottimismo pericleo è l'ottimismo dell'intelligenza: egli vede ottimisticamente la città e i suoi bisogni e individua la realizzazione fisica e intellettuale dell'uomo nel "vivere come si vuole", nella "vita rilassata, spensierata". La prospettiva del tempo si può definire, senza cadere in errore, come edonistica, nell'accezione meno frivola del termine: l'età periclea rappresenta un'eccezione nella storia greca, poichè la cultura greca è fondamentalmente pessimistica. Ma l'occhio rivolto verso gli Inferi e la cieca accettazione del fato, verso la guerra inevitabile contro un nemico che non cesserà mai di essere "l'altro" è sempre presente, sia nella storia (questa fiducia nell'uomo che rimane sempre ateniese è solo preludio della disastrosa guerra del Peloponneso), sia nell'Antigone.

La protagonista è invorticata in un passato pessimistico che non dimentica poichè sa che sarà lui a dare le linee guida per il futuro; l'uomo continua a essere ciò che è sempre stato: mortale, impotente e sofferente, pur immerso in una realtà totalizzante dai buoni presentimenti come quella democratica.
[…]

I cittadini ateniesi, o almeno coloro che avevano compiuto la maggiore età ed erano figli di padre e madre ateniesi, in base alla legge di Pericle del 450 a.C., avevano potere legislativo e giudiziario e la facoltà di nominare i magistrati e di gestire le relazioni estere, sedendo nell’ekklesia.

Per quanto la situazione possa sembrare idilliaca ed, in effetti, viene descritta dagli storici come il periodo più glorioso per Atene, le contraddizioni della polis sono numerose. Innanzittutto, esiste una netta separazione tra pubblico e privato: con Pericle, il politico è luogo di armonia, mentre il privato è sede delle differenze, ed è la polis stessa che autorizza e armonizza le differenza del privato.
Mentre nel pubblico vige la trasparenza delle leggi, la quantificazione del bisogno (esistevano già le indennità pubbliche, ricompense per svolgeva mansioni per il governo) e l'unanimità, nel contesto privato non vi era tutta questa chiarezza riguardante le norme da seguire.

Nelle "belle case private", così chiamate da Tucidide, ci si limitava a seguire il consiglio di governare “anche l’ostilità reciproca nell’ambito dei contatti quotidiani, senza adirarci con il vicino se fa qualcosa per il proprio piacere, e senza infliggerci molestie certo non passibili di punizione ma comunque spiacevoli a vedersi”.

Il mondo al di fuori della vita pubblica è diretto non da leggi o divieti tassativi, ma solo dal buon costume e dal "quieto vivere"; è proprio in questo mondo che dimora Antigone. Ella, esclusa in quanto donna, non fa parte dell'unanimità delle assemblee che si tenta di raggiungere in modo ossessivo dai tempi dell'Iliade. La sua subalternità diviene ancora più sentita nel periodo pericleo, in cui anche i nullatenenti acquistano più diritti.
Come già detto, inizialmente ad Atene potevano essere cittadini i soli maschi maggiorenni, figli di entrambi i genitori ateniesi liberi dalla nascita, e, soprattutto, possidenti, poichè in grado di sostenere i costi dell'acquisto delle armi necessarie alle battaglie. La naturale conseguenza era che, non soltanto donne e schiavi erano esclusi dalla vita politica, ma anche chiunque non fosse benestante o fosse figlio di un unico genitore libero, parte della popolazione che costituiva la maggioranza.

La nascita ed il desiderio d'espansione di un impero marittimo decretarono il cambiamento dei parametri per la cittadinanza ateniese. Essendo sorto il bisogno di far ricorso ad un gran numero di marinai all'interno della flotta in via d'accrescimento, il diritto alla cittadinanza si allargò anche a coloro i quali non avevano fondi per armarsi, quindi potevano definirsi nullatenenti, i cosiddetti teti, ma potevano essere annoverati all'interno della potenza navale ateniese.
Coloro che da sempre appartenevano ai gruppi sociali ghettizzati e privati di diritti e che continuavano a rimanerci (donne e schiavi, per l'appunto), sentirono questa vasta elargizione di concessioni e riconoscimenti come un ulteriore tradimento. Dopo tali eventi ed in seguito all'acquisizione di peso sociale da parte dei teti, venne dunque enfatizzata la convinzione che le discriminazioni ancora evidenti avessero origini naturali imprescindibili.

Nulla pareva potesse salvare gli emarginati, sempre più imprigionati nei loro ruoli: la sconfitta dell'Antigone ne è la prova. La donna sofoclea si indigna per un governo che mira al cambiamento non includendola; rimane in una società che le è propria ma mai fino in fondo. La concessione periclea verso i nullatenenti attenta nell'intimo a tutta quella fetta di popolazione che, pur essendo estremamente facoltosa (ricordiamo, infatti, che Antigone era di stirpe "reale", nipote di Creonte, il basileus), viene reclusa nell'ombra della civiltà perchè del sesso sbagliato. Pericle sa che la città deve essere coesa contro lo straniero, in un periodo così florido; nel suo discorso, esalta la forma democratica contrapponendola alla forma oligarchica di Sparta e alla forma monarchica orientale: “Viviamo infatti in un sistema di governo che non invidia le leggi dei vicini, ma anzi siamo noi d’esempio per alcuni piuttosto che imitare altri”, ma non è un discorso di valore universale neanche all'interno delle mura. La polis si espande e si solidifica ma trattiene "fuori" tutto ciò che è estraneo o diverso per nascita, sesso e provenienza. L'ultima, ma non per importanza, contraddizione espressa nella realtà dell'età democratica per eccellenza, ma che si specchia nella tragedia, è sicuramente l'idea di legge.

Il nòmos non è mai da considerarsi nè immutabile nè indipendente dalla volontà popolare, proprio perchè, come lo stesso Pericle sottolinea, il popolo è tutto, è esso stesso legge. Quindi, il cambiamento delle leggi, il kinèin toùs nòmous, è una prassi comune se in accordo con il desiderio popolare. Tuttavia possedere una propria storia, anche a livello legislativo, è un obbligo di ogni popolo, soprattutto nel caso in cui ci si riferisca ad uno così ricco di sacralità. A tal proposito, la politica ateniese, pur col progredire delle situazioni, rivolge sempre uno sguardo agli antenati, alla costituzione avita, alla pàtrios politèia.
[…]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Sui ruoli di Antigone

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Informazioni tesi

  Autore: Eleonora Santamaria
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2015-16
  Università: Università degli Studi Gabriele D'Annunzio di Chieti e Pescara
  Facoltà: Filosofia e Scienze della Formazione
  Corso: Filosofia
  Relatore: Giulio Lucchetta
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 58

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