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''Concordia'': un naufragio mediatico

Considerazioni finali su “Concordia: un naufragio mediatico”

Per farmi un’idea di quanto massivamente il naufragio della Costa Concordia sia stato coperto dai mezzi di informazione e di quanto risalto abbia avuto presso i media di tutto il mondo mi è bastato “scrollare” le news sui siti online delle testate italiane ed estere più importanti. Un risalto – giustificato dall’eccezionalità dell’evento e dalle tante nazionalità di vittime e naufraghi coinvolti nell’incidente – che ha finito col fare della Concordia una metafora in seno all’immaginario collettivo. Il web è sembrato trasformarsi in un bar sport dove si è chiacchierato contaminando i fatti di opinioni, lasciandosi sedurre da vecchi miti e condizionare dall’emotività del momento. Un evento complesso come un naufragio che ha coinvolto oltre quattromila persone e affondato in pochissimo tempo una gigantesca nave da crociera è stato narrato concentrandosi quasi esclusivamente sugli aspetti più banali e spettacolari della vicenda. […]

Anche la celebre telefonata di De Falco a Schettino, cioè la telefonata di un ufficiale che alla cornetta di un ufficio lontano inchioda con le parole un essere umano già inchiodato dalla scoperta di essere solo un essere umano – è stata trattata come fenomeno di costume: uno è diventato l’eroe, l’altro il codardo. L’audience si è nutrito di questo documento – attorno al quale il giornalismo italiano si è riscoperto unanime – in maniera del tutto acritica. Così gli editorialisti delle testate più importanti sono caduti nella dicotomia eroe/antieroe, trasformando in simboli tutti gli attori della vicenda. […]

I mezzi di informazione italiani, che hanno avvertito il naufragio come una vergogna collettiva, si sono dimostrati quasi ossessionati dalle cronache e dalle views delle testate internazionali. Gli italiani tendono a lamentarsi facilmente del loro paese, ma cosa succede se è uno straniero a farlo? Al tedesco der Spiegel, che in articolo piuttosto ambiguo si è dichiarato non “sorpreso” che il comandante fosse italiano, e secondo cui le gesta dello stesso comandante avrebbero rivelato una inconfondibile italianità dell’accaduto (una esagerazione per dire come diverse culture influenzino parte dei problemi dell’eurocrisi e della moneta unica), molte testate nazionali – trascinate dal Giornale e dagli editoriali impregnati di nazionalismo ed etnocentrismo del direttore Sallusti – hanno rispolverato il mito degli italiani “brava gente” (mito che dopotutto si è prestato molto bene ad una narrazione già banalizzata e stereotipata) e risposto con una gara di patriottismo, rinfacciando le colpe storiche della Germania e dando il via alla caccia a chi l’ha fatta più grossa. Schettino e Lubitz hanno riacceso l’eterna diatriba tra tedeschi (operosi efficienti e prevedibili) e italiani (disordinati ritardatari e inaffidabili). Ancora una volta gesta o caratteristiche poco onorevoli vengono considerate come rivelatrici della “nazionalità” dell’accaduto, legate al luogo di nascita e quindi immutabili. […] Il mondo mediatico riflette gli stessi schemi proposti dalle logiche nazionalistiche: i morti nazionali sono più importanti degli altri. Ed i confini nazionali sono ancora un ostacolo insormontabile per il pensiero.

Il naufragio del Giglio è diventato per tutti il simbolo dell’Italia che affoga di debiti in un mare di scogli piazzati a fior d’acqua, col timone affidato a pochi, incompetenti e poco coraggiosi comandanti. Il naufragio di per sé è da sempre uno degli archetipi di ogni letteratura, in quanto la sua metafora illustra i rischi dell’esistenza umana e rinvia agli atteggiamenti che si possono assumere nei confronti del mondo: in favore della sicurezza o del rischio, del coinvolgimento o dell’estraneità di chi guarda dalla terraferma. La metafora si rafforza se a naufragare è stata una crociera, che ha incarnato uno dei sogni del boom economico. Tutte le storie tragiche di mare hanno questa potenza di fondo, spettacolare ed evocativa, che rimanda all’ineluttabilità della fine e all’affanno dell’uomo che tenta di salvare se stesso e gli altri. Eppure nell’immaginario collettivo ha avuto maggiore impatto un naufragio occasionale come quello dell’ammiraglia della Costa rispetto al naufragio quotidiano che, tra le regioni meridionali e le coste africane, rappresenta il flusso della storia. La nostra società prova a prevenire entrambi, a colpi di decreti e leggi speciali.

La prosa mediatica ha insistito sul parallelismo tra Concordia e Titanic. Sarà che il transatlantico britannico ha segnato al tempo stesso l’apice e la fine di un’epoca, sarà forse quella mescolanza di ricchi, borghesi e poveri, destinati tutti insieme nell’abisso, trascinati dallo sgretolamento del mito dell’eccellenza tecnologica con cui pareva possibile controllare e comandare la natura; o ancora l’avventura del ritrovamento del relitto a quasi quattromila metri di profondità e le magiche atmosfere del film di James Cameron. Fatto sta che la leggenda del Titanic, a un secolo dall’affondamento, continua a commuovere e appassionare. Nell’immaginario rievoca la suggestiva immagine del monumento che crolla, della tecnologia che sfida la natura e viene abbattuta. L’eccellenza tecnologica aiuta a diminuire i pericoli, ad accorciare le distanze, ad alleviare i disagi. Non a cancellare i rischi, non a sfrattare l’errore dal novero delle facoltà umane. L’uomo non può dominare appieno la natura, e a volte nemmeno gli artifici che lui stesso ha costruito.

Titanic e Concordia hanno condiviso lo stesso destino: fenomeni tecnologici e meraviglie della cantieristica affossati da una fine cruenta. Giganti del mare che hanno umiliato, con la loro caduta, l’insano connubio tra il delirio di onnipotenza tecnologica e il bisogno di una crescita senza limite del profitto. È bastata una sottovalutazione di ciò che si faceva e una sopravvalutazione di ciò che si era, e la realtà si è abbattuta sull’immaginazione. Così anche l’“inchino”, che si è scoperto non esser altro che un mero fatto di marketing, è stato trasformato dai media in metafora: gioco irresponsabile, si è letto, pratica medievale (l’omaggio al potente di turno), overdose di spettacolo tagliata male (e quindi mortale); in termini antropologici è stato interpretato come la manifestazione del “familismo amorale” tipico del nostro paese, in particolar modo del meridione, cioè l’uso del potere per soddisfare il proprio narcisismo e anteporre gli interessi e le ambizioni della propria famiglia all’onestà e al bene comune.

Nei giorni più neri della crisi finanziaria, quella cartolina dall’Italia con la nave piegata sul fianco è stata utilizzata con un certo gusto dai media di tutto il mondo. Così, due anni dopo, quando il relitto è stato raddrizzato e trainato a Genova, i giornali italiani hanno fotografato l’evento come fosse un rito purificatorio. Si è detto: finalmente un lavoro, anche italiano, fatto bene. L’epica della Costa Concordia, cominciata la notte del 13 gennaio 2012, ha seguito la nave anche durante il viaggio verso il capoluogo ligure, dove alcuni quartieri dell’estrema periferia si sono ritrovati improvvisamente coi riflettori puntati addosso.

I media locali hanno reinventato la narrazione in un contesto più intimo, campanilistico e legato al territorio – un territorio in perenne lotta contro la cementificazione e quell’idea di “sviluppo” che impatta sulla qualità della vita –, annunciando l’ospite come un riscatto, una grande possibilità di soldi, di lavoro, di business, e immaginando una nuova filiera produttiva per un’economia in agonia postindustriale, perché le grandi industrie che hanno fatto Genova negli anni Sessanta e Settanta non ci sono più, o sono in netto calo. È come se la città intera, in quei giorni, si fosse aggrappata al relitto. La gente si aspettava lavoro, come se l’era aspettato dal porto tanti anni fa. In Comune e ai cantieri navali si sono create file di disoccupati in cerca di un’occupazione sulla Concordia, da cui si sarebbe smontata una montagna di acciaio, plastica, ferro e vetro: molti resteranno delusi perché a spartirsi le commesse saranno le sole ditte specializzate. Alcuni hanno organizzato gite in barca (a pagamento) per vedere da vicino la nave, altri offerto in affitto il balcone con vista privilegiata. A Genova, però, non si sono visti i turisti che hanno affollato il Giglio e l’effetto Concordia è durato solo pochi giorni.

Cosa resta oggi della Concordia? E cosa resterà negli anni a venire? Forse le storie delle persone che quella notte erano a bordo, a cenare, a ballare e a godersi la vita bella e traditrice; forse la voce di De Falco che urla al comandante di tornare a bordo e la faccia abbronzata di Schettino, che si rilassa ad un party dove tutti sono vestiti di bianco.

Questo brano è tratto dalla tesi:

''Concordia'': un naufragio mediatico

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Informazioni tesi

  Autore: Luca Mereu
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2014-15
  Università: Università degli studi di Genova
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Informazione e editoria (giornalismo)
  Relatore: Marco Aime
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 217

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