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Lo stato di necessità tra teoria e prassi

La necessità e il fatto necessitato

Il primo degli elementi fondamentali riguarda il c.d. “fatto necessitato”, che consiste in un fatto previsto dalla legge come reato, commesso per esservi stato l'agente costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo caratteristico della situazione di necessità.

Quindi, prima di tutto occorre che il fatto corrisponda ad una figura di reato prevista dalla legge. Più che un requisito, dovrebbe essere considerato un presupposto, in quanto il giudice deve preliminarmente stabilire se il fatto commesso in situazione di necessità corrisponda ad una figura astratta di reato, fermo restando che, in caso di risposta negativa, la conseguenza sarà una sentenza di proscioglimento dell'imputato perché il fatto non costituisce reato. Per quanto riguarda la sua applicabilità, si ritiene che lo stato di necessità possa essere applicato a qualunque fattispecie, visto che il legislatore l'ha compresa tra le cause generali di esclusione dei reati.

Proprio perché il fatto necessitato deve corrispondere ad una fattispecie di reato, viene spontaneo affermare che il primo titolare del bene offeso è innanzitutto lo Stato, in quanto garante della conservazione delle condizioni di vita della società. Ma, accanto allo Stato, titolare del bene è anche il soggetto direttamente offeso dal reato, il quale può essere astrattamente chiunque. Nonostante ciò, è però opportuno distinguere, come comunemente si afferma in dottrina, tra fatto necessitato difensivo e fatto necessitato aggressivo. Il fatto necessitato è difensivo quando si dirige contro la causa del pericolo, aggressivo quando non si dirige contro la causa dello stesso. Bisogna chiedersi se questa direzione del fatto vada intesa rispetto all'oggetto materiale di esso, ovvero rispetto alla persona titolare del bene: secondo una parte della dottrina, il fatto sarebbe difensivo quando offende direttamente un bene appartenente ad una persona che ha prodotto o ha concorso a produrre il pericolo, sarebbe aggressivo quando non offende direttamente il bene in questione.

Secondo un'altra parte della dottrina, sarebbe difensivo il fatto necessitato commesso contro una cosa o una persona che non ha causato il pericolo, viceversa aggressivo sarebbe il fatto contro una cosa o una persona che ha cagionato il pericolo. Secondo questi autori, comunque, la distinzione poggia sul rapporto tra l'oggetto materiale del fatto necessitato e la causa del pericolo, mentre nel caso del fatto necessitato difensivo la relazione è diversa, fondandosi piuttosto tra il titolare del bene e la causa del pericolo.
Dall'analisi del fatto necessitato, possiamo inoltre constatare l'esistenza di una relazione che intercorre tra lo stesso e la situazione di necessità: il collegamento tra i due si ritiene sia operato dalla necessità stessa. Questo rapporto ha carattere oggettivo e deve esistere obiettivamente, nel senso che il giudizio sulla sua esistenza deve fondarsi su tutte le circostanze del fatto concreto.

La dottrina distingue due ipotesi di “azione necessitata”. Da un lato vi è un'impostazione molto rigida, la quale afferma che un fatto è necessitato quando è assolutamente insostituibile da un altro per conseguire lo scopo prefissato. Come ben sappiamo, il comportamento necessitato non mira a reagire per difendere un diritto da un'aggressione ingiusta, bensì per difendere un bene da un danno grave e si dirige contro un terzo innocente. Il soggetto che sta per subire un danno grave, quando si trova davanti più soluzioni, deve scegliere quella in assoluto meno lesiva, anche se il male che ad essa consegue è suo e non del terzo.

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Lo stato di necessità tra teoria e prassi

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Informazioni tesi

  Autore: Gabriele Bellinghiere
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2015-16
  Università: Università degli Studi di Messina
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Giancarlo De Vero
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 180

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