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Fiscalità ambientale e prelievi tributari sui rifiuti: Analisi storica e prospettive future dei tributi ambientali in relazione all’annoso problema della tassazione sui rifiuti

Definizione di tributo ambientale e analisi del concetto

Come visto nel precedente paragrafo, all’interno dell’approccio degli strumenti economici (c.d. market based approach), tra le categorie indicate dall’OCSE, rientrano i tributi ambientali (o ecotasse), rispetto ai quali si registra un’importante tendenza alla loro introduzione negli ordinamenti giuridici di tutto il mondo.

Da un punto di vista meramente economico, le c.d. ecotasse consentono, almeno teoricamente, di perseguire oltre alla tutela ambientale anche il duplice fine di incrementare il gettito fiscale.

Dunque molti stati hanno introdotto tali strumenti economici, per lo più riconducibili a tre categorie di prelievo impositivo:
i. tributi sull’energia (energy taxes), ossia prelievi tributari dovuti in aggiunta al prezzo di acquisto dei prodotti energetici;

ii. tributi sui trasporti (transport taxes), ovvero tariffe destinate a ridurre l’inquinamento causato dai velivoli e dagli veicoli impiegati per il trasporto urbano ed ex-traurbano;

iii. tributi sullo sfruttamento o sull’utilizzazione di risorse (pollution resources taxes), tale specie è ulteriormente scomponibile in due sottocategorie:

prelievi tributari dovuti da soggetti che esercitano attività produttive inquinanti o ancora dai proprietari di immobili in relazione all’attività di gestione e smaltimento dei rifiuti solidi urbani;

imposte sulle emissioni che mirano a ridurre il consumo di quelle risorse energetiche che disperdono sostanze inquinanti nell’aria, nell’acqua o nel suolo e nell’atmosfera (e.g. le c.d. carbon taxes).

Orbene è difficile individuare una definizione univoca di tributo ambientale in questo mare magnum di strumenti economici contraddistinti da più o meno evidenti differenze tecnico – pratiche. «Se si vuol tentare di individuare una categoria tecnica di tributo ambientale, occorre definire la nozione riferendola soltanto alle misure che si esprimono nell’imposizione di prestazioni pecuniarie di carattere coattivo che non giustificare da un’espressione di capacità contributiva intesa come idoneità a concorrere alle spese pubbliche, espressa da forza economica del soggetto passivo, ma riferibili proprio e soltanto al principio chi inquina paghi» [F. Batistoni Ferrara].

In effetti, i tributi ambientali si sono sempre distinti in due grandi categorie: i tributi ambientali in senso ampio (lato sensu), ossia forme di imposizione fiscale il cui presupposto nulla riferisce alla tematica ambientale ma il cui gettito è diretto principalmente alla salvaguardia dell’ambiente; ed i tributi ambientali stricto sensu, ovvero forme impositive che prevedono un presupposto di carattere ambientale configurando quindi la fattispecie del tributo ambientale in senso proprio. Pertanto, in quest’ultimo caso, il tributo assume sicuramente una connotazione ambientale in quanto interna alla struttura della fattispecie è la relazione tra danno ambientale e consumo o produzione.
Analizziamo adesso la fattispecie dell’imposizione fiscale ambientale latu sensu distinguendola dai tributi ambientali in senso stretto.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Fiscalità ambientale e prelievi tributari sui rifiuti: Analisi storica e prospettive future dei tributi ambientali in relazione all’annoso problema della tassazione sui rifiuti

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Informazioni tesi

  Autore: Antonino Nastasi
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2015-16
  Università: UKE - Università Kore di Enna
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia aziendale
  Relatore: Filippo Cimino
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 119

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