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Shah Bano, Muslim Personal Law e Secolarismo: il caso di una donna musulmana nell'India degli anni '80

La risposta al MWA: proteste, memorandum e il silenzio di Shah Bano

In Parlamento, un grandissimo numero di persone si oppose alla legge attraverso appelli e campagne. Il ministro Arif Mohammad Khan, definendo il MWA “anticonstitutional, anti-Islam and inhuman” (Mullally 2004: 11), si dimise dal governo in segno di protesta. Come riporta Hasan, “il rancore che [il ministro] portava era dovuto al fatto che il governo aveva dato ascolto solo alla visione dei conservatori e aveva ignorato l'opinione secolare e progressista della comunità” (Hasan 1989: 48). Ancora una volta, dilagarono proteste e numerosi gruppi di musulmani inviarono lettere al primo ministro, esprimendo rabbia e segni di preoccupazione riguardo alle implicazioni del MWA. La più grande raccolta di firme venne realizzata dall'All India Democratic Women's Association (AIDWA), che ne raccolse più di un milione, di cui 252.000 appartenenti a donne musulmane (Subramanian 2014: 54).

La legge venne dichiarata contraria ad importanti articoli della Costituzione che riguardavano diversi diritti fondamentali dell'individuo, in primis quello all'uguaglianza. Diversi giudici eminenti come Upendra Basi e Krishna Iyer, occupatisi precedentemente di casi simili, e avvocati, tra cui Danial Latifi, giudicarono la legge incostituzionale e discriminatoria nei confronti delle donne musulmane. Infatti, la lettura del mahr come una “lump-sum” verso la donna incapace di mantenersi era incompatibile con l'idea del mantenimento prolungato a cui hanno diritto le donne a rischio di indigenza, andando perciò contro il diritto alla vita e alla diginità della persona.

Secondo la Corte Suprema, infatti: “L'indigenza era un problema sociale di grandezza enorme, e doveva essere risolto entro una cornice di diritti umani fondamentali. Perciò, un'interpretazione letterale del Muslim Women Act” concludeva, “avrebbe negato alle donne musulmane quelle soluzioni e quegli aiuti reclamati da Shah Bano facendo appello all'articolo 125 del CrPC” (Mulally 2004:684).

La legge, inoltre, risultava essere contro gli articoli 14 e 15 della Costituzione, che, difendendo i principi fondamentali di uguaglianza ed equità, erano intaccati dal fatto che ora le comunità religiose avevano diritti e leggi differenziate: infatti, il MWA avrebbe escluso le donne musulmane dalla protezione concessa a quelle cristiane, indù o parsi, tracciando una linea discriminatoria su base religiosa. Infine, in generale, l'emendamento si poneva in contrasto con l'articolo 125, il quale, essendo parte del CrPC, era applicabile a tutti i cittadini indiani.

La questione sconcertante, tuttavia, che ha reso celebre la legge, riguarda l'improvviso cambiamento di posizione di Rajiv Gandhi, che, avendo nel 1985 appoggiato completamente la Corte Suprema, aveva infine fatto passare il MWA. Rajiv Gandhi cedette alla pressione esercitata da alcuni membri musulmani del suo partito (Partito del Congresso) e dalle proteste verificatesi su scala nazionale. Come diversi autori hanno spiegato, la ragione di questo voltafaccia va ricercata in motivazioni di natura politico-economica, piuttosto che ideologica.

Fin dall'Indipendenza, la comunità musulmana era sempre stata un'importantissima fonte di voti per il Partito del Congresso, fondato sui principi del pluralismo culturale e della tolleranza religiosa. Avendo il Congresso perso gran parte del supporto in numerosi distretti musulmani nelle elezioni del 1985, in seguito ad alcuni fatti che l'avevano messo in cattiva luce, il primo ministro sperò così, facendo passare la legge, di ottenere una nuova approvazione da parte della maggioranza musulmana, che si era rivelata conservatrice.

La protesta echeggiò anche nel Golfo Persico, dove allora erano residenti diversi indiani, i quali, attirati dal boom dell'estrazione petrolifera, si erano stabiliti nei paesi circostanti e si erano largamente arrichiti. Come ha evidenziato Ganguly, professore di scienze politiche presso l'Indiana University,“durante gli anni '70 e '80 del boom petrolifero, molti indiani musulmani (spesso qualificati) ottennero lavori ben remunerati nella regione del Golfo Persico e tornarono a casa pieni di soldi, con un benessere senza precedenti e una ben più grande prontezza nel voler affermare i diritti della loro comunità.

Per soddisfare questo fermento economico, Rajiv Gandhi utilizzò la maggioranza parlamentare per garantire ai musulmani un esonero “privato” su questioni riguardanti matrimonio e divorzio” (Ganguly 2003: 17-18). Da ciò risulta evidente come interessi economici e politici abbiano determinato un cambiamento radicale nella politica dell'allora al governo Partito del Congresso.

La vicenda del mantenimento passò in secondo piano, insieme al problema etico-morale dei diritti umani, e la questione si sviluppò in termini di convenienzaz politica, mascherata dalla finta preoccupazione verso la comunità musulmana. Interessi di natura politica ed economica dettarono letteralmente legge, in modo particolare trascurando, anche in questo dibattito, la voce femminile: “Del tutto assente da parte dell'allora al governo Partito del Congresso fu il riconoscimento, da una parte, della legittimità del diritto rivendicato da Shah Bano di essere trattata equamente, e dall'altra, dei diritti delle donne musulmane di partecipare ai dibattiti politici” (Mullally 2004: 11). Interpretazioni femministe ed emancipatorie della Sharia vennero ignorate, gli appelli di diverse associazioni femminili rimasero inuditi. Il silenzio di Shah Bano fu un'ulteriore prova dell'impossibilità di rivendicare i suoi diritti.

La stampa del tempo seguì ciecamente la polarizzazione dei vari gruppi all'interno del dibattito, e la lingua utilizzata diventò l'espressione più evidente della posizione assunta dai vari attori sociali. Significativamente, per esempio, la stampa in urdu (la lingua parlata dai musulmani, nonchè lingua ufficiale del vicino Pakistan), “divenne la voce sostanaziale dei conservatori” e, schierandosi contro le opinioni progressite di personaggi come Engineer o Latifi, “impedì a quella multitudine istruita di musulmani di tener conto degli aspetti positivi delle opinioni differenti da quelle ortodosse” (Mody 1987: 949).

Allo stesso modo, la stampa in marathi, il cui centro Mumbai vantava un passato caratterizzato da una maggioranza di indù estremisti, si oppose completamente al MWA, giudicandolo discriminatorio nei confronti delle donne, nonchè in violazione di importanti principi e articoli della Costituzione indiana. Infine, la stampa più diffusa in lingua inglese mostrò (come si poteva immaginare) un approccio “secolare”, attraverso la diffusione di diverse opinioni sia a favore che che contro il MWA.

Ancora una volta, ciò che apparve evidente fu che, ad eccezione di un'intervista rilasciata al Newsline, Shah Bano fu completamente fuori dall'attenzione dei media, ignorata dai maggiori e più influenti mezzi di comunicazione, in primis le reti televisive. Poco prima che il MWA venisse approvato, un memorandum firmato da numerosi attivisti e diretto al Primo Ministro, dichiarava:


“We believe that muslim women have the right to maintenance – a right that they enjoy in several muslim countries, through the rational and progressive interpretation of the Islamic principles, as in Morocco, Iraq, Egypt, Turkey, Libya, Tunisia, Syria and Algeria...We emphasize the necessity of safeguarding the interests of all sections of the minorities. That is why the demand to exclude the muslim women from the pureview of section 12 of the CrPC would adversely affect both the rights and interests of Muslim women.” [Cit. da Gangoli in Indian Feminisms: Law, Patriarchies and Violence in India, England, Ashgate Publishing Limited Hampshire, 2007, p. 41]

Il Commitee for the Protection of Rights of Muslim Women (CPRMW), il quale aveva già inviato un appello in Febbraio, mandò un nuovo memorandum durante la Giornata Internazionale della Donna, nel quale non si voleva di eliminare la Muslim Personal Law in favore di un codice civile, ma, al contrario, si cercava di svolgere una lettura legale che sottolineasse la parità dei diritti di tutte le donne:

“Regardless of the rights and privileges that Islam may have conferred on muslim women, they should not be denied the rights guaranteed by the Indian Constitution based on the recognition of equality, justice and fraternity of all citizens. It is imperative in a secular polity like ours to go beyond rights conferred by various religions in order to evolve laws which would provide justice and succor to all women, irrispective of their religious beliefs” [Cit. da Armstrong in Gender and Neoliberalism: The All India Democratic Women’s Association and Globalization Politics, New York, Routledge, pp. 75-76]

Gli ultimi due documenti mostrano una visione che concilia l'Islam con una prospettiva progressista che vede il riconoscimento dei valori di uguaglianza e di giustizia come connaturati alle donne in quanto cittadine. Fino all'Aprile 1986, quando si verificò l'ultima grande protesta, avvenuta a Delhi, associazioni progressiste come la CPRMW o la All India Democratic Women's Association (AIDWA) continuarnono a protestare rivendicando l'estraneità e il carattere discriminatorio del MWA verso le donne musulmane, il quale, al contrario della promessa contenuta nel titolo, non avrebbe dispensato loro nè protezione nè diritti.

Tantissime donne provenienti dagli ambiti più diversi (avvocatesse, artiste, scrittrici, giornaliste, studentesse, insegnanti universitarie, etc) si unirono tra loro e adottarono innumerevoli forme di resistenza. Come riporta Rajan “Alcuni gruppi fecero ricorso a programmi di sensibilizzazione, come proteste, appelli e raccolte di firme. Altre donne portarono avanti campagne attraverso la stampa, i cinema e la televisione, a perfino nei forum religiosi e accademici. ” (Rajan 1989 : 580).

Questo brano è tratto dalla tesi:

Shah Bano, Muslim Personal Law e Secolarismo: il caso di una donna musulmana nell'India degli anni '80

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Informazioni tesi

  Autore: Elisabetta Campagni
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2014-15
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Antropologia, Religioni, Civiltà Orientali
  Relatore: Caterina Bori
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 67

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