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Immigrazione in Italia, regolazione e seconde generazioni

Il modello differenzialista britannico

La Gran Bretagna, stato pluralista, in seguito al passato di grande potenza coloniale, da sempre ammette un certo grado di differenziazione al suo interno. A differenza della Francia quindi, non ha contrastato la formazione di comunità etniche all’interno della società. Dal 1850 fino alla fine della seconda guerra mondiale l’immigrazione in Gran Bretagna è stata molto libera, anche grazie alla relativa facilità di ottenimento dei permessi di cui godevano le persone provenienti da nazioni del Commonwealth.

È nel secondo dopoguerra che, come nel resto d’Europa, le possibilità di immigrazione sono andate restringendosi (Rebughini, 2005).

A partire dal 1983, le modalità di acquisizione della cittadinanza sono nuovamente fondate sullo Ius soli e lo Ius sanguinis, altre modalità di accesso sono la naturalizzazione dopo 5 anni di permanenza nel Regno Unito, la registrazione, ma solo per chi ha i requisiti per richiederla o l’adozione (www.ukba.homeoffice.gov.uk). Inoltre, «nel Regno Unito la distinzione tra cittadini e non cittadini è assai meno netta che negli altri paesi europei. Esiste infatti tutta una gamma di situazioni intermedie per la presenza di una categoria, quella degli originari del Commonwealth, a sua volta differenziata secondo il paese di provenienza, la data di arrivo nel Regno Unito, l’eventuale ascendenza britannica (patriality), le eventuali pregresse prestazioni per l’amministrazione britannica ecc…» (Melotti, 2007 p. 24).

Le politiche intraprese dal governo sono state, almeno formalmente, volte alla lotta contro la discriminazione ma la tolleranza dimostrata nei confronti di queste comunità, createsi a partire dagli anni sessanta, non ha portato a una totale inclusione delle stesse all’interno della vita pubblica. Mentre le prime generazioni di migranti hanno dovuto lottare contro un pregiudizio razziale più che esplicito, le seconde generazioni hanno ottenuto maggiore attenzione da parte delle autorità, avvalendosi di uno spazio, anche se solo formale, in cui poter presentare le loro richieste di diritto alla differenza. Nonostante questo però «la Seconda Generazione degli immigrati contesta sempre più vivacemente un sistema che, pur concedendo dei riconoscimenti e persino dei privilegi alle comunità, relega di fatto gli individui che ne fanno parte in una posizione subalterna, enfatizzandone indebitamente la vera o presunta “diversità”» (ivi p.25). Rispetto a quello francese, volto a un assimilazione “forzata”, «il modello d’incorporazione inglese contempla, accanto al principio delle pari opportunità, anche la possibilità di riconoscere la diversità culturale» (Zanfrini, 2008 pp. 44-45).

L’approccio britannico può quindi essere definito multiculturale. Sul modello nord-americano, quella intrapresa dalla Gran Bretagna è stata una politica basata sulla race equality, che ha come principale obbiettivo la lotta alla discriminazione etnica e razziale, fondata sui Race Relation Acts che dal 1965 al 1976 sono stati ampliati fino a comprendere un organo per la difesa delle vittime di discriminazione, la Commission for Racial Equality (ibid.). La contraddizione è però insita nella stessa definizione: con l’obbiettivo di evitare la discriminazione si è finiti con il “razzializzare” o “etnicizzizare” le questioni politiche (Melotti, 2007). Se da una parte il governo sembrava davvero intenzionato a combattere la discriminazione e il pregiudizio razziale, dall’altra con le leggi del 1962, 1968 e 1976 mirava anche gradatamente a «ridurre l’afflusso di migranti provenienti dai Caraibi e dal subcontinente indiano, dapprima fissando la quota massima degli ingressi consentiti ogni anno e successivamente introducendo una selezione basata sul possesso delle competenze richieste dal sistema economico inglese» (ibidem).

All’importanza data alle tematiche razziali dal punto di vista normativo non ha però corrisposto un altrettanto importante apertura e tolleranza dal punto di vista sociale: «la discriminazione nei confronti delle minoranze etniche si è sempre mantenuta diffusa, e in alcuni frangenti storici, anche recenti, si è pure manifestata in forme eclatanti di conflitto razziale» (Zanfrini, 2008 p. 46). La popolazione autoctona, specie gli anziani, è restia ad accettare gli immigrati come connazionali, anche perché a dispetto dell’enfasi sull’uguaglianza dei diritti, l’opinione pubblica tende a considerare soltanto i bianchi come effettivamente britannici: «si da infatti per scontato che il controllo della situazione non debba sfuggire di mano ai nativi, i quali, peraltro, per un formale ossequio alla regola democratica che ancora li privilegia, si descrivono non già come i bianchi o gli anglosassoni, ma come la “maggioranza”» (Melotti, 2007 p. 22).

È inoltre importante sottolineare che gli immigrati, principalmente provenienti dalle nazioni del Commonwealth, a partire dal dopoguerra, sono entrati subito in conflitto con la working class autoctona, con cui contendevano sia il posto di lavoro che quello abitativo. I primi race riots, si registrano, infatti, a partire dal 1958 nei quartieri di Nottingham e a Notting Hill (Rebughini, 2005).

Le limitazioni agli ingressi introdotte nel 1962 hanno avuto quindi lo scopo di limitare l’immigrazione indesiderata con l’obbiettivo di mantenere l’ordine pubblico. [...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Immigrazione in Italia, regolazione e seconde generazioni

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Informazioni tesi

  Autore: Chiara Rimerici
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Corso di laurea in Comunicazione Interculturale
  Relatore: Luca Storti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 98

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