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Democrazia e sorteggio. Le tesi di Yves Sintomer

Sintomer e Manin: un dialogo critico

Ilvo Diamanti, nella sua prefazione al libro di Manin, fa tre interessanti osservazioni in merito agli elementi costitutivi della democrazia rappresentativa e alle sue trasformazioni.
La prima, che riguarda il fondamento stesso della democrazia rappresentativa, mette in evidenza l'attenzione di Manin verso il sorteggio che serve soprattutto a chiarire il carattere aristocratico delle elezioni. La seconda riguarda la personalizzazione e viene chiarito che non si tratta di una degenerazione ma, al contrario, di un elemento necessario alla democrazia rappresentativa.

Perché la rappresentanza è, per sua natura, personale. La terza, coerente con le due precedenti, riguarda la metamorfosi della rappresentanza. Si passa dal parlamentarismo, con rappresentanza personale e individuale, alla democrazia dei partiti, conseguente all'allargamento del suffragio. Nella democrazia dei partiti, infatti, i cittadini votano per un partito prima che per la persona. E votano la persona, in quanto candidata da un partito. Infine si ha la terza fase, tipica del mondo odierno, in cui i partiti lasciano spazio alla personalizzazione e si trasformano in comitati al servizio di un leader. Il rapporto con la società e gli elettori avviene sempre più attraverso i media. Diamanti osserva che il libro di Manin, quando fu pubblicato in Italia, più di 20 anni fa, passò quasi inosservato. Era il periodo delle profonde trasformazioni dei sistemi democratici successivi alla caduta del muro di Berlino, in Italia imperava tangentopoli e Berlusconi, non ancora in politica, si occupava solo delle sue aziende.

Per quanto attiene gli elementi fondanti dei regimi rappresentativi, Manin individua quattro principi che sono sempre presenti:
1) Elezioni regolari per la designazione dei governanti
2) Indipendenza degli eletti rispetto ai governati (mancanza di vincolo di mandato)
3) Autonomia dell'opinione pubblica (possibilità di manifestare in diverse forme)
4) Passaggio delle decisioni alla prova del dibattito pubblico.
Manin innanzi tutto demolisce l'immagine dominante del senso comune. I governi democratici contemporanei non sarebbero una variante della democrazia intesa come governo del popolo, il cui archetipo è la polis ateniese. Essi rinviano piuttosto alle rivoluzioni liberali moderne, ed ai sistemi politici che ne derivano, retti sul principio rappresentativo. I loro padri fondatori li percepivano in chiara contrapposizione con il governo diretto dal popolo.
Rousseau definiva il governo inglese del XVII secolo come "una forma di schiavitù punteggiata da momenti di libertà".

Il confronto, per Manin, tra un esempio di democrazia classica, la polis ateniese, ed i sistemi rappresentativi, deve soffermarsi su queste differenze essenziali:
1) Centralità del popolo riunito in assemblea versus rappresentanti eletti che svolgono funzioni di governo.
2) Ruolo dell'estrazione a sorte per l'elezione di magistrati che ricoprivano cariche su cui non aveva competenza giuridica l'assemblea popolare versus assenza nelle democrazie moderne di un tale meccanismo nell'attribuzione di qualche potere politico.
Inoltre, suggerisce Manin, non si può comprendere a pieno la politica della polis se non si mette in rilievo il principio della rotazione delle cariche. A qualificare la democrazia greca è la possibilità che tutti i cittadini a turno occupino entrambe le posizioni di governato e governante. Il valore fondante di una costituzione democratica è così riassunta in Aristotele nella Politica: "Una delle caratteristiche della libertà (eleutheria) consiste nel governare ed essere governati a turno".

Sintomer riassume la posizione di Manin in questo modo: "differenzia fortemente il governo rappresentativo dalla "democrazia pura", nella quale i cittadini potrebbero esercitare realmente il potere secondo il motto costituzionale francese del "governo del popolo, dal popolo e per il popolo". Gli ateniesi, inventori della democrazia, prosegue Sintomer, l'avevano compreso sostenendo che l'elezione instaura una logica aristocratica in quanto porta a selezionare "i migliori". I padri fondatori delle Repubbliche francese e americana, alla fine del XVIII secolo, contrapposero il governo rappresentativo non soltanto all'assolutismo, ma anche alla democrazia antica, chiamata "vera democrazia". Secondo Manin, prosegue Sintomer, il governo rappresentativo moderno va considerato un regime misto: aristocratico, perché attribuisce un potere reale ad un élite distinta dal popolo, e democratico perché l'élite si forma come risultato di una elezione, il suo potere è sottoposto alle leggi, perché i governati sono liberi di manifestare, ed infine perché i governanti sono tenuti a giustificare pubblicamente le loro decisioni. Questo regime si è presentato sinora in due modi diversi. Il primo si basava sulla centralità del parlamento, il secondo era legato alla forza dei partiti di massa. Con la crisi di questi due modelli, assistiamo all'affermarsi di una terza forma di governo rappresentativo, la «democrazia del pubblico»,o «democrazia d'opinione». Essa è caratterizzata dal ruolo centrale dei media nella vita politica. Sintomer osserva che la televisione, dal momento che è in grado di raggiungere, potenzialmente, milioni di telespettatori, conta più dei congressi di partito. [...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Democrazia e sorteggio. Le tesi di Yves Sintomer

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Informazioni tesi

  Autore: Giovanni Maciocco
  Tipo: Diploma di Laurea
  Anno: 2013-14
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Marco Geuna
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 51

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Parole chiave

democrazia
elezioni dirette
principio di rappresentanza
elezioni a sorteggio

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