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Domenico Giuriati (1829-1904). Il Plagio

Minore considerazione del plagio artistico

Non c’é dubbio che tra le varie categorie di plagio quello letterario sia quello più richiamato e abbia da sempre avuto maggior attenzione: già dall’antichità infatti i casi di plagio più documentati concernevano sempre casi di scritti usurpati e copiati. La tendenza dei tempi antichi era ovviamente quella di dare poca attenzione alla cultura in generale e alle varie forme di arti non letterarie era dedicata ancora meno rilevanza rispetto agli scritti. Quindi la contaminazione musicale e la contraffazione di oggetti pittorici, scultorei o comunque figurativi era vista come ancora meno grave del furto intellettuale di uno scritto qualsiasi di un personaggio illustre.

Non esente a questa corrente di pensiero sembra essere anche il Giuriati, il quale più volte ribadisce il concetto della tendenza al furto connaturata all’uomo e nella sua analisi arriva a toccare anche il campo dei furti e dei danni pubblici del plagio in campi estranei alla letteratura. Nell’affrontarlo rileva tuttavia fin da subito una differenza quasi ontologica del campo: l’arte viene infatti definita comunemente come imitazione della realtà, ragion per cui un plagio altro non sarebbe che un’imitazione dell’imitazione; un’altra differenza ontologica viene avvertita riguardo alla storica possibilità e alla liceità della copiatura delle stesse opere di un artista: “in tutti i tempi e in tutti i luoghi non é egli sempre stato ammesso che i lavori più meritevoli si copino e si ricopino alla libera, cosicché le copie stesse abbiano gradazioni di pregio e di valore?”

La domanda é quasi retorica, complice la lunga usanza delle scuole artistiche che si basavano sui segreti dei propri materiali e sull’imitazione dei capiscuola, ma l’Autore si premura di rispondere e di escludere il plagio in caso di riproduzioni perfette e di imitazione artistica, salvo ovviamente il caso in cui l’imitatore miri a confondere il pubblico con la sua copia analogamente ad un plagio letterario.

Tale indulgente concezione è esemplificata a più riprese con alcuni esempi del concreto mercato dell’arte a lui contemporaneo e soprattutto sulla scorta dell’atteggiamento giurisprudenziale corrente: il diritto dell’autore di opere letterarie alla non riproduzione della sua creazione, tanto affermato dalla dottrina e tutelato dalla giurisprudenza pur in forma insufficiente e contro la sola contraffazione, era talmente evanescente nel campo delle arti figurative che è per certi versi sconcertante constatare come al compratore di un qualsiasi oggetto artistico venisse allora attribuito, in special modo in Francia, il diritto di riprodurlo… anche se la posizione dell’Autore é in contrasto con la dottrina maggioritaria, che identificava il plagio sulla base della maniera di produzione dell’opera artistica, identificata generalmente come il tratto personale dell’artista nel creare il suo lavoro con linee, colori, toni e accostamenti, elementi forse considerabili come tecnici, ma comunque espressivi della creatività del pittore e quindi possibile oggetto di plagio. Per il Giuriati la maniera altro non è che un aspetto formale e, come nel caso già visto delle composizioni letterarie, non può essere scisso dal contenuto e contribuisce complessivamente alla creazione definitiva dell’opera.

La giurisprudenza francese dell’epoca conforta l’opinione del Giuriati e prova esemplare è la vicenda trattata dalla sentenza del 25 aprile 1902 del Tribunale di Parigi: la vedova Trouillebert aveva convenuto in giudizio il pittore Lagarde, allievo del defunto marito, con l’accusa di averne contraffatto la maniera in quanto, a detta dell’avvocato Seligman, la contraffazione artistica sussisterebbe nell’imitazione di disegno e colorito del quadro del predecessore; il Tribunale tuttavia diede ragione all’avvocato Piot e sentenziò che in materia artistica l’imitazione della maniera non costituiva contraffazione, in quanto normale in tale l’imitazione dello stile, dei gusti, delle forme e delle maniere di interpretare la natura di colui che arrivava a fare scuola, mantenendo però al contempo le proprie caratteristiche personali e i propri metodi di fare arte e in quanto tale distinta dalla contraffazione, ovvero dall’ordinaria imitazione servile atta ad ingannare il pubblico di un’opera ben determinata e specifica. Inoltre la copia in campo artistico non era reputata dai giudici una contraffazione, come lo sarebbe invece stata in caso di opere e progetti industriali, in quanto mancava la volontà di ingannare il pubblico o di vendere qualcosa all’insaputa o comunque in danno al defunto maestro. Tratti questi, a ben vedere, in comune con il plagio letterario e anzi parte integrante del plagio largamente inteso.

La sentenza evidenzia, sia pure per inciso e senza approfondirlo, un aspetto invece rilevante nella critica artistica: la distinzione tra imitazione e copia. La prima connaturata all’arte, imitazione e fonte d’ispirazione per essere a propria volta imitata e mai censurata o regolata in tal senso, ma al peggio colta come moda passeggera; la seconda reputata a pari merito, se non migliore dell’originale, quando non costituente una frode in quanto comprensiva della firma dell’autore originale, perché una copia perfetta è tanto rara quanto meritevole.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Domenico Giuriati (1829-1904). Il Plagio

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Informazioni tesi

  Autore: Marco Anchise Bettoni
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2012-13
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Maria Gigliola Renzo di Villata
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 120

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