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Le interpretazioni del cannibalismo in antropologia

Il cannibalismo come comportamento aggressivo intraspecifico

Osservando il comportamento degli animali e quello umano Tartabini in Cannibalismo e antropofagia. Uomini e animali, vittime e carnefici (1997) asserisce che il cannibalismo non é un'alterazione del comportamento sociale ma un tentativo di adattamento dell'individuo all'ambiente che lo circonda. In quest'ottica il cannibalismo può essere considerato come un fenomeno biologico e come tale può essere studiato in tutte le specie viventi e persino estinte.

A parere di Tartabini, affinché si possa parlare di cannibalismo, il primo aspetto da evidenziare è che via sia intraspecificità tra chi mangia e chi viene mangiato vivo o morto: entrambi cioè devono appartenere alla stessa specie. Per lo studioso il cannibalismo deriva da un comportamento aggressivo: esiste infatti una produzione endogena dell'aggressività che va controllata stimolando opportunamente i centri nervosi controllori del comportamento aggressivo.
L'evoluzione nel tempo ha creato l'invenzione del rito col quale l'aggressività viene ridiretta verso comportamenti surrogatori che possono frenarla e regolamentarla. Questa “invenzione geniale” come la definisce Tartabini ha permesso di evitare vere e proprie estinzioni delle specie e addirittura ha posto in essere le basi per la determinazione di comportamenti opposti come l'amicizia, il legame di coppia e l'aggregazione di gruppo.

La creazione di rituali é espressione di una cultura più che dell'istinto; pertanto il cannibalismo è una deformazione del comportamento culturale. Tale deformazione può assumere i caratteri dell'arroganza culturale, nazionalistica, religiosa e cosmologica nel momento in cui le diversità di rituali o costumi autorizzano alcuni gruppi a ritenere altri così diversi da loro da essere inumani. Presupponendo quindi che un comportamento aggressivo sia legato al fenomeno del cannibalismo può affermarsi che quest'ultimo é una forma di aggressione primitiva. In tal senso cannibalizzare il nemico significava intrecciare con lo stesso una forma di relazione parentale. Difatti, se il nemico non moriva durante la battaglia e dopo non veniva sacrificato, entrava a far parte della società e la sua adozione rappresentava la sua “alienazione”. Questo tipo di cannibalismo si praticava tra le prime società guerriere per difendere il territorio dal sovraffollamento che ne avrebbe causato un eccessivo impoverimento delle risorse naturali, mettendo in pericolo la sopravvivenza del gruppo.

È possibile effettuare una distinzione tra cannibalismo attivo e cannibalismo passivo. La prima categoria di cannibalismo (cannibalismo attivo) si sostanzia nel caso in cui dopo aver dato la caccia alla preda la si uccide e si divora parzialmente o totalmente la vittima. Nella seconda categoria (cannibalismo passivo) la vittima non viene né cacciata, né uccisa perché già morta e anche in questo caso la consumazione è parziale o totale a seconda della specie.

Secondo Tartabini tra gli animali il cannibalismo ha una valenza diversa rispetto a quella che ha nell'uomo. È possibile affermare che negli animali il cannibalismo rappresenti un compromesso tra le necessità nutritive, territoriali e riproduttive. Certo è che cannibalizzando si raggiungono due obiettivi: il primo è alimentare; il secondo consiste nell'eliminazione di un possibile competitore e predatore. Attraverso questa chiave di lettura il fenomeno può essere visto come una forma di comportamento adattivo. L'uccisione dei membri della stessa specie è un fenomeno diffuso negli erbivori, granivori e carnivori. Verosimilmente il gabbiano uccide i piccoli perché sono i primi a mettere a rischio le risorse alimentari del territorio aumentando la popolazione. Varie possono essere le motivazioni per le quali si pratica il cannibalismo: per gli scorpioni è la fame; per i girini e gli squali è la ripartizione delle risorse alimentari; per le vespe e le rane è una questione di selezione sessuale. Il sesso, infatti, ha inciso in alcune specie di animali nelle quali la femmina durante l'accoppiamento o subito dopo uccide il maschio e lo divora. Le ragioni di ciò sono da rintracciare nel sovraffollamento dell'ambiente o nell'insufficienza di cibo.

«Il cannibalismo è più antico della cultura stessa» (Tartabini 1997: 8), pertanto le condizioni che sono poste a base dell'aggressività dell'uomo sono analoghe a quelle poste a base dell'aggressività dell'animale. Le principali sono condizioni ecologiche, territoriali e relazionali che vanno a determinare il valore adattivo dell'aggressività, le cui forme comprendono l'infanticidio, il maltrattamento infantile ed il cannibalismo, quest'ultimo nella sua dimensione umana ritualizzata. Negli animali (e ciò spiegherebbe il perché della sua diffusione in più di cento specie differenti) è un comportamento che è divenuto un processo naturale della specie, come strumento di equilibrio tra risorse alimentari e crescita demografica. Il cannibalismo come strategia adottata per la sopravvivenza ha avuto, insieme all'aggressività intraspecifica, una sua evoluzione le cui variabili, che hanno inciso su una sua diffusione, sono principalmente rintracciabili nel tipo di rapporto intercorrente tra specie e ambiente.

Per quanto concerne l'uomo, chiaramente pensiero e linguaggio verbale ne distinguono le funzioni dagli animali. Conseguentemente la dimensione culturale è la piattaforma nella quale può comprendersi il rapporto intercorrente fra la diffusione del cannibalismo e la cultura dei popoli (cfr. Tartabini: 1997: 119).
Le stesse premesse di carattere biologico che definiscono il cannibalismo come un comportamento aggressivo, sono alla base dello studio di Ernandes et al. (1992). A partire dall'ipotesi alimentare elaborata da Harner (1977), che fornisce una spiegazione del cannibalismo Atzeco sulla base dell'esame della sua dieta alimentare, questa nuova teoria tenta di dimostrare che il cannibalismo del popolo Azteco potrebbe essere stato determinato da una carenza di serotonina.

Come si è già avuto modo di vedere in precedenza nel 1977 Harner propose una teoria secondo la quale gli Aztechi avrebbero praticato il cannibalismo per ottenere proteine contenenti tutti gli amminoacidi necessari al fabbisogno nutritivo umano. Secondo Harner infatti, gli antichi cacciatori avevano completamente sterminato i grandi erbivori nell'area dell'America centrale e perciò gli aztechi non disponevano di animali di grosse dimensioni da cui ottenere le proteine necessarie. In termini di produzione di carboidrati, il rimedio fu trovato mediante lo sviluppo di forme di agricoltura intensiva soprattutto di mais. Gli studi di alcuni ricercatori come Fernstrom e Wurtman (1971) hanno dimostrato che il consumo di mais può provocare un grave deficit: quello della serotonina, uno dei più importanti neurotrasmettitori cerebrali (cfr. Ernandes-Giammanco 2002: 5).

La serotonina è sintetizzata in particolari gruppi di neuroni a partire dall'amminoacido triptofano. Questa viene poi trasportata dalla proteina Carrier, che a sua volta, per entrare in tali neuroni, è ostacolata dalla competizione di altri sette amminoacidi. Più alto è il rapporto tra triptofano e amminoacidi concorrenti, più facile è la sintesi della serotonina. Il mais è un alimento in cui tale rapporto è più basso, viceversa nella carne umana e nell'amaranto, cibo il cui consumo é diffuso nella dieta azteca, se ne riscontra uno molto alto. È stato inoltre segnalato come fosse usanza presso gli Aztechi realizzare idoli formati da una pasta composta da terra e semi tostati di amaranto, e che questi idoli fossero stati consumati come alimento divino.

I dati riportati in questo studio suggeriscono che la carenza di serotonina era maggiore soprattutto quando l'alimentazione si incentrava essenzialmente sul mais e quando non erano ampiamente disponibili gli altri alimenti come l'amaranto che consentivano un incremento della sintesi della serotonina (cfr. Ernandes-Giammanco 2002: 12). Dai dati storici ed etnografici registrati da Krickeberg (1959) emerge che: il cannibalismo veniva praticato nei periodi successivi al raccolto del mais: durante i mesi di Tepeilhuitl e Panquetzaliztli. È risultato inoltre che durante il mese di Quecholli venivano condotte grandi battute di caccia e, alla fine, molti prigionieri venivano sacrificati e mangiati. Il cannibalismo diminuiva o cessava, nei mesi Atemoztli e Izcalli quando venivano mangiati cibi a base di amaranto ed i sacrifici umani avevano luogo prima della semina del mais nella seconda metà della stagione secca. Come si può vedere i riti cannibaleschi ricorrevano nel periodo di più alta disponibilità di mais quando cioè si assisteva ad un drastico calo della produzione di serotonina (cfr. Ernandes-Giammanco 2002: 13).

Ernandes ed i suoi collaboratori affermano che la carenza di serotonina comporta diverse conseguenze. Tra queste: la tendenza verso un comportamento aggressivo, un incremento di competizione intraspecifica, il rafforzamento del pensiero magico e del fanatismo religioso, l'epilessia del lobo temporale, e infine l'attrazione per il fuoco (cfr. Ernandes-Giammanco 2002: 17).

Secondo questi studi la carenza di serotonina induce gli animali, maggiormente i maschi, ad uccidere, inoltre, nel caso degli uomini è stato dimostrato che nei Paesi con consumo di mais sopra la media, si ha un indice di omicidi significativamente alto. Per quanto concerne il rafforzamento del pensiero magico e del fanatismo religioso è stato documentato dai medesimi studiosi su citati, che sostanze come l'LSD che interferiscono con la serotonina, possono provocare allucinazioni molto simili agli stati di estasi dei mistici. L'epilessia del lobo temporale causa invece sensazioni come il deja-vu, visioni cosmiche e stati sognanti che collaborano nell'intensificare la credenza religiosa. Infine, un basso tono serotoninergico è stato osservato nei piromani (cfr. Ernandes-Giammanco 2002: 17-20).

Nel tentativo di fornire una spiegazione del sacrificio Azteco Winkelman (1998) asserisce che l'analisi del simbolismo presente nella pratica antropofagica da sola non spiega né perché il principale rito consista nel sacrificio di uomini che personificano gli dei, né il perché del fatto che le vittime furono migliaia. Se il sacrificio umano avesse avuto un puro significato religioso, dice Winkelman, gli Aztechi non avrebbero avuto bisogno di sacrificare migliaia di uomini, invece essi dovevano compiere guerre per questa necessità.

La teoria che spiega come il cannibalismo trovi il suo fondamento nella carenza di serotonina spiegherebbe anche il fatto che gli Aztechi consumavano anche idoli di amaranto che, come abbiamo visto ha un alto contenuto di triptofano (cfr. Ernandes-Giammanco 2002: 14). Si avvalora allora l'ipotesi che il cannibalismo potesse essere utile per promuovere la sintesi di serotonina e ciò sarebbe inoltre in accordo con la mancanza di cannibalismo nei periodi in cui venivano consumati cibi a base di amaranto (cfr. Ernandes-Giammanco 2002: 16).

Dai dati mostrati possiamo dire che la cultura azteca potrebbe rappresentare un esempio degli effetti della carenza di serotonina. Ciò può avere per un verso accentuato i loro comportamenti religiosi ed aggressivi e per un altro, può averli guidati inconsciamente verso l'antropofagia allo scopo di attenuare la carenza medesima quando diveniva troppo forte.

Il mais fu un alimento importante anche per i Maya, ma, anche se essi erano aggressivi e molto religiosi, non sembra siano stati cannibali, e ciò può essere connesso ad una maggiore disponibilità di cibi che consentivano loro di ottenere un maggior apporto di serotonina rispetto a quanto avveniva per gli Aztechi. Altri popoli nativi americani che basarono la loro sussistenza sul mais: Pueblos, Natchez, Muskogean e Irochesi mostrarono un elevato livello di religiosità e aggressività con un ampio utilizzo della tortura sui loro nemici e talvolta sacrifici umani e cannibalismo (cfr. Ernandes-Giammanco 2002: 27).
«Gli aztechi erano ovviamente inconsapevoli delle basi neurologiche del loro comportamento e, pertanto, devono essere considerati vittime innocenti di un terribile esperimento naturale» (Ernandes-Giammanco 2002: 27).

Questo brano è tratto dalla tesi:

Le interpretazioni del cannibalismo in antropologia

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Informazioni tesi

  Autore: Fulvia Randisi
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi di Palermo
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze dei beni culturali
  Relatore: Alessandro Mancuso
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 90

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