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Non nel mio nome. La pedofilia nel clero.

L'uomo nero con il collare bianco

“Il fanciullo che giuoca a me vicino
è simile al mio cuore e m'è lontano.”
(Sandro Penna)

“Innanzitutto devo dire che queste rivelazioni sono state per me uno choc. Sono una grande tristezza, è difficile capire come questa perversione del ministero sacerdotale era possibile”, le parole di Benedetto XVI sono di ispirazione per interrogare non solo i clinici che si occupano da anni di approfondire i meandri della sessualità abnorme, ma anche per tutto il clero, dove è necessario insinuare il dubbio per vedere meglio l'uomo nero dietro il collare bianco.

Quanto fino ad ora detto è stato di aiuto per comprendere pienamente il significato dell'abuso perseguito dal clero. L'abuso sessuale è una forma di violenza sia psichica che talvolta fisica, talmente potente da influenzare e determinare l'esistenza di una persona, piegandola già nell'infanzia. Se questo abuso è compiuto poi da una persona estremamente vicina, con cui vi è un legame affettivo e fiduciario intenso, diventa devastante.

Il sacerdote è uomo di sacralità per la comunità, è portavoce della speranza e dell'amore di Dio, al punto da essere chiamato dai propri fedeli con l'appellativo di Padre. Il sacerdote è un uomo unico nel suo genere poiché è il tramite per assaporare Cristo Eucarestia e, attraverso la confessione, poter riconciliarsi con Dio. “Egli è visto come il profeta che impersona nella sua vita i valori morali e trascendenti che predica nella sua comunità di fede. È l'espressione storica della paternità e della maternità di Dio, l'uomo della tenerezza, l'espressione massima di trasparenza e di fiducia”.

Grazie al consenso della comunità vi si insinua all'interno, diventa parte integrante, viene invitato a pranzi e cene, tende a creare un rapporto unico con le vittime, rafforzato anche dall'insieme di credenze e paure religiose della stessa. “Nel suo modo di rapportarsi egli struttura e adatta l'ambiente ai suoi bisogni patologici, manipolando l'amicizia con i minori e vittimizzandoli perché restino vincolati a lui. Nelle modalità di adescamento che sviluppa, egli falsifica il clima relazionale, creando col bambino una sorta di rapporto di complicità fatto di cieca fiducia, un gioco ambiguo che non deve assolutamente essere scoperto”.

Sono numerose le testimonianza delle vittime di questo gioco perverso a cui solo successivamente sono riuscite a dare un significato di realtà inquietante, tra tante questa mi è sembrata emblematica: “Don Marco si innamora delle sue vittime. Gli brillano gli occhi quando le guarda dal suo pulpito durante la messa. È un pedagogista eccezionale. Uno che dall'altare muove le folle. E la gente lo venera come un dio”.

Nonostante il sacerdote pedofilo appaia come un uomo ricco di competenze relazionali, capace di toccare il cuore della gente, altro non è che un involucro dove regna la povertà relazionale e l'assenza di empatia per l'altro, “non sa differire le sue pulsioni, perché il suo Sé è rimasto imprigionato in un'organizzazione psichica scissa tra un amore desiderato e un'affettività ingestibile”, immatura, infantile, il cui risultato immanente è un bambino incompiuto con disarmonie dello sviluppo psicologiche più o meno rilevanti, mentre fenomenicamente è un adulto con numerose problematiche. Giuseppe Crea, comboniano psicologo, ritiene che l'individualità di questi soggetti sia infatti “minacciata da un sentimento di fusione con l'altro (…) dai quali si difende agendo con comportamenti sessuali compulsivi atti a ridurre l'ansia e a ristabilire, almeno momentaneamente, la minaccia di sentirsi psicologicamente annientato dai propri sensi di colpa”.
Non riuscendo quindi ad affrontare e a contenere i comportamenti sessuali disfunzionali, trovano rifugio nella relazionalità anomala.

Il legame religioso pastorale diventa esclusivamente autoreferenziale, dove l'attenzione per l'altro assume connotati seduttivi e distorti. “Certe forme di carità mascherano questo bisogno cronico di affettività, spesso mescolate a emozioni contrastanti di pietà condiscendete, ostilità sottesa (…) così imparano a nascondere il loro comportamento abusante, mostrandosi estremamente responsabili in certi settori della loro vita”.

Questa organizzazione di personalità non permette al sacerdote pedofilo di vivere pienamente un rapporto paritario con l'adulto, per questa ragione cerca soddisfazione e piacere nei bambini; il suo ruolo clericale, di potere, gli permette inoltre di assumere una funzione “autoritaria” tale da influenzare e manipolare affetti, pensieri e relazioni fisiche giustificando e normalizzando così anche azioni criminose.

“In fondo è un mondo di fragilità, pieno di violenza, che porta i ragazzini a cercare l'affettività carnale: ricercano una carezza, un bacio”, è l'opinione di un cardinale italiano sugli abusi clericali sui bambini (mantenendo l'anonimato) alla trasmissione Piazza pulita su La7, lunedì 11 marzo 2013. Le parole di questo porporato spaventano lo spettatore, e allertano il clinico, giacché questo è consapevole del fatto che gli stessi pedofili riescono ad autoingannarsi mettendo in scena una maschera di normalità: “non veniamo ingannati da ciò che dicono, ma dal modo in cui lo dicono e dai tasti emotivi che sanno premere in noi nel momento in cui lo dicono”.

Il principio di razionalizzazioni di tali meccanismi perversi è talmente forte da attribuirne valore educativo, convincendo anche sé stesso che la propria sessualità sia un'offerta d'amore voluta da Dio, questo è il “punto di arrivo dell'incesto spirituale”.

Pietro Forno, procuratore aggiunto della Repubblica di Milano, all'intervista per “Il giornale” del primo aprile 2010, utilizza un termine piuttosto forte, poiché parlare di incesto significa introdurre il bambino in una dimensione familiare-altra disturbata, in quanto “il prete che abusa di un bambino è più paragonabile a un genitore incestuoso che a un pedofilo di strada che insidia i bambini ai giardinetti” (in questi casi non si parla di pedofilia, quanto di child molester a causa dell'occasionalità dell'oggetto sessuale bambino o adulto); si potrebbe sostenere inoltre che “l'istituzione ecclesiastica rientri nella categoria del terzo elemento della triade, quello della madre che preferisce non vedere. Oppure se vede, arriva a sostenere che la vicenda non ha nessuna importanza in confronto alla storia della Chiesa” osserva la psichiatra e psicoterapeuta Annelore Homberg. [...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Non nel mio nome. La pedofilia nel clero.

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Informazioni tesi

  Autore: Viviana Maria Macrì
  Tipo: Tesi di Master
Master in Psicologia Giuridica civile e penale-adulti e minori
Anno: 2016
Docente/Relatore: Stella Tamburello
Istituito da: ISTITUTO SKINNER
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 95

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Parole chiave

pedofilia
imputabilità
sacerdozio
clero
esame minore

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