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Il volto del lavoro nella società contemporanea: dal lavoro che nobilita l'uomo al lavoro che mobilita l'uomo

Pensare il lavoro in una nuova direzione di senso

Nell'attuale palcoscenico lavorativo, i riflettori sembrano essere destinati a rimanere puntati sulla figura del lavoratore, troppo spesso pensato come mera attività, come una forza applicata al processo di produzione per realizzare un prodotto o un servizio.

Alla luce di quanto illustrato sinora, è emerso come egli sia ridotto alla sola componente economica, svilito in uno strumento produttivo, deprivato delle sue più profonde componenti, costretto a svolgere le prestazioni e le funzioni assegnategli. Le sue ricchezze sono troppo spesso ignorate e sottovalutate, cosicché egli smarrisce il significato della sua azione e non trova elementi distintivi (vision, mission, valori) in cui credere e potersi identificare, da cui ricevere motivazione, orientamento e incoraggiamento.

Anzi, le sue aspirazioni ad essere riconosciuto e trattato come persona vengono tradite quando, considerato semplice risorsa produttiva, è adoperato, strumentalizzato, finanche sfruttato, quando è reso autore di comportamenti ripetitivi, casuali, per cui non riesce a fare pratica di intelligenza creativa. Il suo agire, sprovvisto di significati e fini, è ridotto a un eseguire e non a un creare, a un fare meccanico e individualistico e non a un partecipare consapevole.

Tuttavia il lavoro, per dirla con le parole del sociologo Z. Bauman, «deve essere vivo, interessante, stimolare lo spirito d'avventura, presentare qualche rischio e suscitare sempre nuove sensazioni. I lavori monotoni, ripetitivi, meccanici, piatti, che non richiedono alcuna iniziativa né permettono alcuna sfida o possibilità di misurarsi e farsi valere, sono 'tediosi per definizione'».

Certamente, l'attenzione da parte del management è rivolta a obiettivi quantitativi che mirano alla massimizzazione dei profitti e al ritorno degli investimenti, ma sebbene questi ultimi siano criteri importanti, è indubbio come gli stessi, siano insufficienti a creare un'organizzazione che tragga il meglio dalle persone, tenuto conto che, il lavoro è un'attività particolarmente adatta a manifestare e dimostrare la singolarità della persona.

In quest'ottica, «la vita non può che essere un'opera d'arte e la persona non può che essere un 'artista' della vita, un progettista e un gestore 'artistico' della propria esistenza, delle cui scelte e delle cui decisioni, dei cui meriti e dei cui limiti si assume la piena responsabilità».

Da ciò – vale la pena di ricordarlo – scaturisce l'esigenza di realizzare una neocultura organizzativa più attenta e interessata al soggetto lavorativo, riconosciuto e trattato in quanto persona e non strumento da adoperare in senso mercantile.

Pertanto, l'auspicio desiderato risiede nel cambiamento – ove per questo si intende un diverso modo di pensare e di vivere il contesto lavorativo –, grazie al quale, privilegiare la qualità della vita emotiva e relazionale, non sollecitando la persona a vivere il contesto lavorativo come qualcosa di diverso e avulso dalla propria vita, non costringendola a “calpestare” gli altri per primeggiare.

Piuttosto bisogna convincersi che un'intersoggettività positiva è una delle principali fonti di appagamento personale e che una vita organizzativa buona è una vita fatta di rapporti umani profondi, di integrazione e senso di appartenenza. Tale organizzazione umanistica inoltre, deve essere pensata come un'esperienza umana primaria, utile anzitutto al processo di formazione integrale e permanente della persona all'interno della quale, essa, occupa una posizione centrale ed è in grado di agire protagonisticamente.

Tuttavia, tornando al fulcro della questione, sebbene ancora oggi siano facilmente registrabili culture e prassi organizzative orientate ad attribuire una prevalente valenza alle componenti strutturali, tecnologiche, procedurali, nelle economie mature va affermandosi progressivamente la convinzione che culture e prassi capaci di aver cura dell'unicità e della totalità del soggetto lavorativo, di sostenere e potenziare le capacità creative e propositive di ognuno, di dare cittadinanza alla divergenza, si dimostrano in grado di generare cambiamento, innovazione, qualità.

In questo senso la persona, non si esaurisce in un programma di vita predefinito. Il suo destino non è l'eterodirezione o l'omologazione, l'obbedienza acritica e l'adeguazione alle norme e alle prescrizioni di ruolo. «Il fatto che l'uomo sia capace d'azione significa che da lui ci si può attendere l'inatteso, che è in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile. E ciò è possibile solo perché ogni uomo è unico e con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità».

Difatti, sempre più marcate paiono la disposizione e l'intenzione a pensare e a volere il lavoro come proprio, a viverlo come singolare espressione progettuale della soggettiva tipicità creativa, piuttosto che considerarlo e praticarlo come una realtà estranea e regolamentata in maniera cogente e conformante. [...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Il volto del lavoro nella società contemporanea: dal lavoro che nobilita l'uomo al lavoro che mobilita l'uomo

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Informazioni tesi

  Autore: Carol Ciciliani
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi di Macerata
  Facoltà: Pedagogia
  Corso: Scienze pedagogiche
  Relatore: Fabrizio  d’Aniello
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 90

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