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Perdersi per ritrovarsi: l'esperienza della perdita e la riscoperta di se stessi

La forza creatrice del dolore: le risorse

Lungi dall’essere distruttivo, il dolore svolge per l’individuo una funzione di salvaguardia, proteggendolo da contenuti incoscienti che lo distruggerebbero qualora dovessero emergere in maniera improvvisa. Fissa, dunque, determinati affetti permettendo di mantenere un senso di identità.
E’ il risultato di certezze strappate alla solidità dell’esistenza, di rotture del legame che destabilizzano, di prospettive infrante, abbandoni senza remore. La propria vita, un tempo rispecchiata all’interno di quella dell’altro come in un riflesso, si ritrova ora sul ciglio di un abisso che induce a ritirarsi in se stessi, costringendo ad operare la “non scelta” di rifugiarsi entro la “grotta della propria mente”.
La sola uscita che appare immediatamente possibile concerne il tentativo di respingere il dolore in un mondo altro, senza rapporto con il Sé: ma non basta. E’ necessario considerare piuttosto la virtù insita nella trama della sofferenza. Una virtù paradossale del dolore si palesa nel “richiamare il prezzo dell’esistenza e della felicità elementare che consiste nel poter disporre di sé senza ostacolo, senza che nulla renda stranieri a se stessi e allontani dagli altri. La remissione del dolore ha valore di rimessa al mondo, di riappropriazione piena di una vita provvisoriamente mutilata”.

Questo sentimento è enunciato dal filosofo Socrate all’interno del Fedone, affrontando la dialettica del piacere e del dolore:
“Che cosa strana, amici, sembra quella che gli uomini chiamano piacere. E che straordinario rapporto tra questo e il suo contrario, il dolore. E pensare che essi convivono nell’uomo e pur si respingono sempre e chi cerca e riesce a cogliere l’uno, si vede costretto, sempre, a sobbarcarsi anche l’altro come se, pur essendo due, fossero attaccati entrambi a uno stesso capo”.
La liberazione dalle emozioni negative insite all’interno di un sentimento così atroce e svilente e l’innescarsi di un riavvicinamento al mondo tramite il sorgere di un senso di rinascita è un processo lento, tortuoso, di riappropriazione di significato e solido ormeggio al reale. Diviene basilare vedere l’altro e se stessi tramite una rielaborazione obiettiva di ciò che è intercorso all’interno del rapporto ormai concluso, e quindi, compito ancor più difficile, non solo si rende doveroso vedersi ma riscoprirsi.
Neoemozioni quali la pretesa, il controllo, la provocazione possono infatti con tutta probabilità aver innescato relazioni patologiche con l’altro, che si ha amato a tal punto da reclamarne un totale diritto di possesso, irrealizzabile in quanto fantasia non corrispondente ai sani principi di realtà: di qui l’allontanamento, il rancore, l’odio, il dramma. E’ una presa di coscienza del reale a contribuire alla rielaborazione del proprio stato d’animo, integrata con un ritorno al passato da cui possa emergere candida la consapevolezza degli insegnamenti che il dolore ha fornito: quella di essere grati, sempre, a ciò che si è vissuto.
La gratitudine costituisce infatti la modalità emozionale cardine della vita psichica che permette di rafforzare i fenomeni positivi relativi al passato. “Dal momento che i ricordi si riconnettono direttamente al passato, la gratitudine ricostruisce pensieri ed emozioni, si volge al passato in un modo del tutto nuovo ed ha la qualità unica di mentalizzare l’evento passato per ricomprenderlo ed esperirlo in modo positivo”. La gratitudine ripara creando stati mentali dinamici: in questo modo il passato si attualizza nella tendenza a porsi obiettivi, divenendo esso stesso un fenomeno del futuro. Tale stato emotivo ha infatti la proprietà di innestare una rottura degli stati mentali cristallizzati sostenendo lo slancio vitale e rivestendo di emozioni positive gli aspetti più profondi dell’identità.
“Essere grati è una condizione relazionale, si potrebbe dire che ha il significato di uno dei modi di essere più autenticamente equilibrati: l’esistenza diviene co-esistenza permeata di libertà, il nostro essere sperimenta sentimenti di reciprocità, le emozioni positive si consolidano e potenzialmente additano aperture di senso, cioè possibilità concrete di appagamento”.
La gratitudine consente quindi di infondere una consapevolezza personale agli eventi positivi vissuti, senza darli per scontati ed ovvi, incrementando l’autoriflessione e l’autoregolazione. Possiede altresì la qualità di temporalizzarsi, assicurando un senso di potenziamento che perdura e si storicizza nell’identità e nel corso dell’esistenza.
La gratitudine viene considerata da uno dei pionieri della Psicologia Positiva, Martin Seligman, una forza temperamentale derivante dalla virtù della Trascendenza. Le virtù, sottoposte per lungo tempo ad uno studio cross-culturale che si è prefissato lo scopo di analizzarne le sei principali riconosciute in tutto il mondo (coraggio, saggezza, umanità, temperanza, trascendenza, giustizia), costituiscono per l’autore la chiave silente del benessere, venendo talora definite come “dimensioni psicologiche universalmente presenti e selezionate nel processo evolutivo in quanto necessarie per la sopravvivenza della specie”.
Inoltre, tramite il suddetto studio, Seligman e Peterson sono arrivati a formulare un “sistema di classificazione dei tratti positivi degli individui, il Values in Action (VIA), che si contrappone idealmente alla classificazione dei sintomi e dei disturbi mentali (DSM)”.
Le virtù sono predisposte nel loro emergere dalle potenzialità, ed integrandosi reciprocamente con queste ultime permettono di imprimere alla vita psichica “un significato singolare, [in cui] tale singolarità rappresenta la vera forza costellante del divenire psichico”.
Merito della Psicologia Positiva, disciplina teorica fondata negli anni ’80 da Martin Seligman, Mihalyi Csikszentmihalyi e Raymond Fowler, è stato quello di individuare un set di caratteristiche personali proprie di ciascun individuo che rappresentano non soltanto “una tutela nei confronti di problematiche della vita, ma vere e proprie risorse su cui agire per generare benessere nei momenti critici del ciclo esperienziale”.
Tale set di risorse richiede quale perno sostanziale per il loro sviluppo l’ottimismo, generatore di pensieri e di condotte adattive. Studiato a partire dagli anni ’80 tramite prassi scientifiche sistematiche ed empiriche, è “uscito dalla facile letteratura per trasformarsi in un settore della psicologia scientifica, rigoroso e ricco di implicazioni cliniche e sociali”.
Connesso con il costrutto di empowerment che imprime nel soggetto la sensazione di avere qualche controllo su quello che accade e lo stimolo ad attuare i cambiamenti che ritiene necessari, l’ottimismo può essere definito come una sorta di carburante in grado di modulare atteggiamenti adattivi e di far adottare comportamenti strategicamente ottimali, instillando la fiducia necessaria per transitare tra le regioni psicologiche dell’identità e dell’ambiente, rendendole permeabili e incrementando realisticamente mete ed aspettative.
L’ottimismo e insieme le emozioni positive, nota Fredrikson, generano costruzioni mentali ottimali con un effetto prolungato nel tempo, aumentando le risorse e la capacità di fronteggiare gli eventi. “L’integrazione delle risorse personali con le emozioni positive hanno [altresì] una forte influenza sugli stati bio-psicologici della personalità” da cui i processi di attività e reattività dei tratti comportamentali ne escono modificati. Infatti, permettendo di pervenire ad un buon livello di energia psicologica arricchiscono, di conseguenza, il nostro patrimonio bio-psicologico originario.

Ma la dimensione elettiva che maggiormente modula la profondità degli stati mentali è quella analizzata da Mihalyi Csikszentmihalyi e denominata “flow”, che si distingue per la qualità dell’attenzione, della passione e della concentrazione. Il “flow” riguarda la sensazione di sinergia particolare che deriva dalla sintonizzazione delle proprie caratteristiche personali con gli stimoli interni ed esterni finendo col suscitare una vibrante tensione positiva, in cui le potenzialità si sviluppano e tendono a realizzarsi. Nel corso di tale esperienza “le aspettative sono mantenute realisticamente e in virtù della loro gratificazione la persona avverte, come dice Allport, un’estensione del sé”.
La gratificazione delle aspettative e la gratitudine, però, da sole non bastano per prendere contatto con le proprie potenzialità ed il proprio passato, in modo da espiare il rimpianto ed estrapolare la scheggia del dolore. Per far sì che, come asserisce la grande poetessa Alda Merini all’interno di una suo componimento, “da queste profonde ferite [escano] farfalle libere”, risulta fondamentale il concorso di un’ulteriore forza temperamentale, che rientra all’interno della virtù della Temperanza: si tratta del perdono, che unito alla gratitudine riveste il fulcro centrale della soddisfazione e dell’appagamento.
“Il perdono”, secondo Seligman, “non modifica il ricordo ma ne rimuove e ne trasforma le componenti emozionali e dolorose”; riuscendo ad affermare tramite studi sperimentali con quale entità risulti in grado di apportare conversioni delle sensazioni e dei ricordi connessi all’evento doloroso, consentendo di migliorare la relazione con la persona perdonata. Sebbene l’atto del perdono non preluda necessariamente alla riconciliazione con l’offensore, impegna in ogni caso ad abbandonare la negatività e a muoversi verso l’altro, a sostituire il sentimento provato con l’empatia, arrivando a desiderare il bene di chi ci ha offeso. Pertanto, come suggerisce l’etimologia, equivale a voler “fare un dono”.
Può essere delineato come un atteggiamento altruistico e sincero, in cui la vendetta, l’odio e il dolore possono riempirsi dello stesso bene un tempo esperito verso l’amato, poiché neutralizzati dal coraggio che ha spinto ad un’iniziativa tanto nobile.

Il perdono è tale se la vittima, pur arrivando col tempo a compiere attribuzioni più favorevoli nei confronti di chi l’ha ferita, ne riconosce comunque le responsabilità e le colpe, così come la natura biasimevole delle azioni compiute, senza sminuirle o giustificarle. Significa quindi cambiare il modo di vedere l’altro nonostante quanto sia accaduto.
Uno dei pionieri dello studio scientifico del perdono è stato Everett Worthington, le cui teorie sono risultate fortemente influenzate dalle Sacre Scritture integrate con approcci psicologici, combinazione che lo ha portato a sostenere che “Il perdono di Dio e quello interpersonale sono tagliati della stessa stoffa, ma cuciti in fogge differenti”. E’ convinto che siano le «emozioni a scoppio ritardato», paragonabili ad una ferita e concernenti il risentimento, l’amarezza, la rabbia duratura e l’ostilità, a causare l’impossibilità a perdonare, asserendo che il perdono è impossibile qualora ci si trovi occupati a gestirle.
Nel 1984 pubblica il suo libro Five Steps to Forgiveness, in cui propone un modello utile per quanti vorrebbero perdonare ma non sono in grado di farlo, distinguendo due tipi di perdono: il perdono mentale ed il perdono emozionale. Il primo risulta ostacolato dalle emozioni negative sopra accennate, mentre è il secondo quello che raccomanda perché ritenuto in grado di «cambiare il cuore».
Il modello di Worthington è riassunto all’interno di uno schema piramidale presentato dall’acronimo REACH dove R sta per “ricordare l’offesa subita (Recall the hurt)”, E per “empatizzare con l’offensore (Empathize)”, A per “offrire il dono altruistico (Offer the altruistic gift of forgiveness)”, C per “ammettere pubblicamente di aver perdonato (Commit publicly to forgive)” e H per “mantenere il perdono (Hold on to forgiveness)”.
Ecco che, tramite queste operazioni, la mente può tornare libera di estendere i suoi confini, la figura nemica dell’altro che si riteneva averci abbandonato e tradito, scalfito con massi acuminati dignità e fiducia, si presenta di nuovo lucente di coloriture accese, e con essa la nostra personalità.
[...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Perdersi per ritrovarsi: l'esperienza della perdita e la riscoperta di se stessi

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Informazioni tesi

  Autore: Elisa Ginanneschi
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2015-16
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Medicina e Psicologia
  Corso: Scienze e tecniche psicologiche
  Relatore: Gennaro  Accursio
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 79

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