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Spatial turn e gioco combinatorio nella narrativa di Italo Calvino: da ''Se una notte d'inverno un viaggiatore'' a ''Le città invisibili''

Un dialogo tra geografia umanistica e letteratura: lo spazio nel romanzo del Novecento

«Lo spazio è qualcosa di troppo importante per essere considerato appannaggio esclusivo di discipline specializzate, come la geografia, l’architettura o l’urbanistica. Ma non lo si può ridurre a semplice riempimento fattuale degli studi storici, mero sfondo delle scienze umane o dei sociologi marxisti. La spazialità della vita umana così come le sue componenti storiche e sociali, è ormai filtrata in ogni discorso.» [Edward Soja, Thirdspace. Journeys to Los Angeles and Other Real and Imagined Places]

Nel paragrafo precedente, più geografico che letterario, si è offerta una panoramica generale di ciò che stava accadendo nella seconda metà del Novecento in seno alla geografia, e a spiegare per quale motivo proprio durante il secolo scorso il discorso geografico e quello letterario hanno cominciato finalmente ad intrecciarsi, sollecitando due conseguenze importanti: una rinnovata attenzione, da parte dei geografi, alla letteratura come fondamentale contributo alla ricerca geografica, e un nuovo interesse da parte dei critici letterari all’elemento spaziale presente nei romanzi.
La citazione riportata ad inizio del presente paragrafo è di uno dei più importanti geografi statunitensi del secolo scorso, Edward Soja; dalle sue parole appare chiaro il concetto che si è cercato di esporre nelle pagine precedenti: quando si parla di spazio non si può prescindere da discipline che, pur non essendo correlate alla geografia, di spazio ne trattano e ne parlano, magari anche in forme diverse ed innovative.

Ma come si inserisce la letteratura in tutto questo?
Quando si parla di letteratura e del suo dialogo con la geografia non si può non far riferimento ad una serie di incontri che l’Institute of British Geographers cominciò a promuovere dal 1979, incontri che si tenevano ogni anno e che avevano come argomento principale proprio l’intreccio tra geografia e letteratura. Da questi convegni presero il via una serie di studi sull’argomento a livello mondiale, che coinvolsero studiosi degli Stati Uniti, della Francia, della Germania e dell’Italia. Nei decenni successivi numerosi furono i geografi che approfondirono gli studi in questa direzione: Denis Cosgrove, Stephen Daniels, James S. Duncan, David Ley, Derek Gregory. È importante citare, per quanto riguarda la Francia, Julien Gracq che nel 1985 scrisse un volume sulle città – intitolato proprio La forma di una città – facendo incontrare proprio geografia e descrizione letteraria; per l’Italia invece non si può non fare il nome di Franco Moretti e del suo Atlante del romanzo europeo: 1800-1900, all’interno del quale analizza i luoghi dove sono ambientati i romanzi più importanti di autori come Jane Austen o Walter Scott, con l’ausilio di mappe geografiche da lui costruite, per dimostrare quanto l’ambientazione scelta possa influenzare la narrazione stessa.

Il dialogo tra le due discipline quindi si sviluppa e si cementa nella seconda metà del Novecento, più precisamente a partire dagli anni Settanta, quando – come sostengono Marco Maggioli e Riccardo Morri – avviene la svolta epistemologica della geografia umanistica; già negli anni Venti però si era avviato un discorso di questo tipo grazie a John K. Wright, intellettuale dell’American Geographical Society. Lo studioso, in un saggio del 1926, parla per la prima volta di geosofia, disciplina il cui scopo sarebbe quello di “investigare ambiti fino ad allora sconosciuti che riguardano la soggettività”.

Wright sosteneva che la geografia non poteva e non doveva essere considerata dominio solo dei geografi ed auspicava una contaminazione tra geografia e discipline umaniste, tra cui sicuramente anche quella con la letteratura.
La tesi di Wright fu pensata ed esposta in un periodo in cui l’attenzione dei geografi era ancora catturata da correnti come il culturalismo di Carl Sauer o il funzionalismo di Richard Hartshorne, di conseguenza non fu presa in considerazione come si sarebbe dovuto; ciò non toglie che fu il primo passo verso un totale cambiamento nel pensiero dei geografi e dei letterati. Bisogna però aspettare gli anni Sessanta del XX secolo per avere i primi studi letterari sullo spazio; bisogna ovvero aspettare la fine della decompositio loci della Seconda guerra mondiale. Sicuramente il primo grande studio in tal senso è elaborato in Germania alla fine degli anni Sessanta, per poi arrivare in Belgio, Olanda e Francia: è l’imagologia, ovvero uno dei campi di studio della comparativistica letteraria che “presta attenzione alle questioni relative allo spazio e lo fa soprattutto in riferimento al territorio dell’Altro.

La collocazione in sé […] ha una rilevanza davvero minima nell’imagologia”. L’imagologia quindi può essere descritta, per citare le parole di Jean-Marc Moura, come “lo studio delle rappresentazioni letterarie di ciò che è straniero”,31 lo studio dell’immagine che i popoli hanno di sé e degli altri.
Gli altri due grandi studi letterari in ambito spaziale sviluppatisi nel XX secolo sono la geopoetica e l’ecocritica: nel primo caso l’attenzione è posta soprattutto sulla biosfera e sulla poesia, con l’intento di trovare una geografia dello spirito poetico (così sostiene Kennet White, il più grande esponente di questa corrente letterario-geografica); per quanto riguarda l’ecocritica, invece, si è in presenza di uno studio che si focalizza sulle opere che descrivono luoghi che fanno parte del contesto quotidiano.

Si potrebbe quindi definire l’ecocritica come una geopoetica più teorica.
Un quarto studio, più recente, è la geocritica32, di cui si parlerà più avanti.
Il fulcro della “svolta spaziale” del Novecento, partita dalla geografia ed arrivata sino alla letteratura, non sta solo nell’avere finalmente preso in considerazione lo spazio nell’analisi letteraria, ma anche e, soprattutto, nell’aver seguito lo stesso percorso intrapreso dalla geografia fisica: l’apertura all’analisi di un altro tipo di spazio.

Se infatti i primi geografi prendevano in considerazione la letteratura solo per determinare somiglianze e differenze tra i paesaggi descritti dagli autori e i corrispetti paesaggi reali, adesso l’attenzione si è spostata sulla sfera emotiva, sui sentimenti che suscita un luogo, su uno spazio che diventa più mentale che fisico. Da questa nuova considerazione del luogo nasce quello che Earl Miner chiama luogo letterario, e che per lui può essere di tre tipi: luogo comune, che non rimanda ad alcun referente; luogo proprio, che al contrario prende come riferimento un luogo reale, esistente e conosciuto; luogo improprio, che ha un valore metafisico e quindi non può essere considerato come esistente (ad esempio il cielo, il Paradiso, l’Inferno ecc…).

Al di là di questa classificazione, si può comunque considerare lo spazio descritto nei testi letterari come una “rappresentazione mediata di uno spazio reale”: mediata da una serie di fattori, a partire dalla soggettività dell’autore che scrive fino ad arrivare all’interiorità del lettore che legge.
Un romanzo o un racconto sono testi completamente diversi da una descrizione geografica, dove il focus principale non può che essere sul paesaggio così come si vede, fisico, reale ed oggettivo; nel romanzo non conta tanto l’elemento fisico quando quello emozionale.

Certo non bisogna pensare che la letteratura in generale e il romanzo del Novecento in particolare si muovano solo ed esclusivamente su paesaggi e luoghi completamente plasmati dall’interiorità dei protagonisti, senza tenere conto del paesaggio fisico dove è ambientato il racconto. Bisogna considerare infatti che uno scrittore che si appresta a scrivere un romanzo sarà costretto a visitare i luoghi nei quali ha intenzione di far muovere i suoi personaggi, o a studiarne le mappe; il dato fisico e realistico, quindi, non manca nella letteratura.

Lo dimostra il fatto che a partire dallo scorso secolo varie sono state le descrizioni geografiche che utilizzano citazioni prese da romanzi per delineare più approfonditamente il luogo di cui stanno parlando: soprattutto in Italia abbiamo numerosi lavori di geografi che si sono prefissati l’obiettivo di rintracciare la geografia fisica nella letteratura analizzando le descrizioni paesaggistiche all’interno dei più importanti romanzi italiani. Fabio Lando ce ne fa una breve descrizione nel suo volume Fatto e finzione. Geografia e letteratura, citando il lavoro di Caramella che analizzò la geografia dell’Orlando Innamorato, oppure studiosi che si sono occupati del pensiero geografico di Dante come Andriani (che descrisse le regioni dialettali italiane definite da Dante nel suo La carta dialettologica d'ltalia secondo Dante) e Mori (che scrisse La geografia nell’opera di Dante, un contributo sul pensiero geografico di Dante e del suo periodo storico).

La grande capacità della letteratura sta proprio nel riuscire a coniugare le due dimensioni: quella più oggettiva e fisica (attraverso la descrizione geografica dell’ambientazione dei racconti) e quella invece prettamente soggettiva e umana (attraverso una maggiore focalizzazione, tipica della letteratura, sulla sfera intima e introspettiva dei protagonisti e del loro rapporto con lo spazio nel quale si muovono).
Questi due elementi “si completano trasmettendoci quello che viene in genere definito il significato o, meglio, il senso del luogo.”

Questo brano è tratto dalla tesi:

Spatial turn e gioco combinatorio nella narrativa di Italo Calvino: da ''Se una notte d'inverno un viaggiatore'' a ''Le città invisibili''

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Informazioni tesi

  Autore: Ilenia Bruni
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi di Roma Tor Vergata
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Letteratura Italiana, Filologia Moderna e Linguistica
  Relatore: Rino Lazzaro Caputo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 125

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Parole chiave

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