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La valutazione dei crediti tra normativa civilistica e fiscale

Il criterio generale di valutazione

Il concetto di “valutazione” (di una voce di bilancio) può essere interpretato in senso lato come la scelta – tra più valori alternativi – di quel valore che meglio rappresenta la realtà aziendale in relazione agli obiettivi che si vogliono raggiungere. Tale scelta, però, quasi sempre è condizionata – se non imposta – dal Codice Civile e dai principi contabili nazionali, i quali forniscono in modo più o meno dettagliato i criteri di valutazione da adottare, lasciando solo in pochi casi qualche dubbio interpretativo, colmato comunque, come si vedrà, da dottrina prevalente e Direttive europee.

Spostando dunque la discussione sull’oggetto principale del presente elaborato, la disciplina nazionale riguardante il criterio di valutazione dei crediti da iscrivere in bilancio è accolta e dal Codice Civile e dai principi contabili nazionali, i quali – in modo assolutamente concorde – impongono il “valore di presumibile realizzazione” come criterio generale da seguire per la valutazione di un credito nel momento in cui lo si iscrive in bilancio. In particolare è il primo comma, n. 8, dell’articolo 2426 del Codice Civile, rubricato “Criteri di valutazione”, a stabilire in modo esplicito che “i crediti devono essere iscritti secondo il valore di presumibile realizzazione”, mentre dal lato dei principi contabili nazionali vi è – come ormai appreso – il principio contabile numero 15, che rinvia direttamente al dettato codicistico del citato articolo.

A tal proposito, poi, va aggiunto l’articolo 2423-bis c.c. (“Principi di redazione del bilancio”), poiché al primo comma, n. 4, dispone che nella redazione del bilancio “si deve tener conto dei rischi e delle perdite di competenza dell'esercizio, anche se conosciuti dopo la chiusura di questo”, ed ovviamente ciò vale anche per l’iscrizione dei crediti in bilancio (sia commerciali sia finanziari).

Innanzitutto – come già accennato in precedenza – i crediti possono essere qualificati come “sicuramente esigibili”, di “dubbia esigibilità” o “inesigibili”. I primi vanno valutati ed iscritti in bilancio al loro valore nominale, mentre per quelli di dubbia esigibilità vale – come detto – il valore di presumibile realizzazione, e sono proprio questi ultimi quelli che necessitano di maggiore attenzione. Sono, infatti, quei crediti per i quali vi sono fondate ragioni di una loro inesigibilità (totale o parziale). I crediti inesigibili, invece, fanno riferimento a soggetti con una acclarata insolvibilità (es. da procedura fallimentare).

La richiamata norma generale del valore di presumibile realizzazione non è, però, di agevole applicazione in quanto necessita di alcuni approfondimenti. Le indagini da fare sono due, e riguardano da un lato la determinazione del valore di presumibile realizzazione e dall’altro l’applicabilità o meno di detto criterio alla generalità dei crediti.

Iniziando dalla determinazione del “valore di presumibile realizzazione”, va detto innanzitutto che il Codice Civile si limita a riconoscerlo come generale criterio di valutazione dei crediti senza però specificare le modalità funzionali alla quantificazione dello stesso valore. È qui che trovano applicazione i principi contabili nazionali che vanno infatti ad integrare le disposizioni del Codice Civile; in particolare l’OIC 15 stabilisce che la determinazione del valore di presumibile realizzo del credito – cioè l’importo da iscrivere in bilancio – muove dal suo valore nominale al quale devono essere apportate le opportune rettifiche, in linea col dettato codicicisto dell’art. 2423-bis. In ossequio ai principi di competenza e prudenza, di cui all’art. 2423-bis c.c., ed ai principi di rappresentazione veritiera e corretta della situazione economico-finanziaria della società, di cui all’art. 2423 c.c. (“Redazione del bilancio”), tali rettifiche – così come specificato dal principio contabile in esame – possono derivare da:

1) perdite previste per inesigibilità;
2) resi e rettifiche di fatturazione;
3) sconti ed abbuoni;
4) interessi non maturati;
5) altre cause di minor realizzo.

Oltre a ciò, per la determinazione del suddetto valore bisogna tener conto anche di altre variabili che potrebbero comportare variazioni in senso negativo – o anche positivo – del valore che si ritiene di poter incassare. Si può fare riferimento ad esempio all’andamento storico degli incassi, al grado di frazionamento del credito, all’anzianità media dei crediti – con riguardo particolare a quelli scaduti – e ad eventuali procedure concorsuali cui è assoggettato il debitore/cliente. Si deve eseguire, inoltre, una valutazione della solvibilità del debitore, cui si può pervenire tramite notizie specifiche sulla sua situazione, su eventuali contestazioni in corso o su esperienze passate, senza trascurare, però, né le eventuali garanzie che assistono il credito né gli oneri da sostenere per il recupero dello stesso. In ultimo, potrebbe essere d’aiuto tener conto anche della situazione economica generale del settore o del Paese cui appartengono i debitori.

Come appare chiaro da quanto detto finora, la valutazione del valore di presumibile realizzazione si basa sul principio della prudenza, al quale non si può derogare; inoltre il criterio adoperato per l’eventuale svalutazione del credito non può variare da esercizio a esercizio a meno che non si verifichino diverse condizioni del mercato o del debitore, previa motivazione giustificata da parte degli amministratori, nella nota integrativa, della modifica operata, indicando altresì quali potrebbero essere le conseguenze sulla situazione patrimoniale e finanziaria e sul risultato economico della società.

Oltre al principio della prudenza, nella stesura del bilancio bisogna considerare la competenza dei fatti da accogliere in bilancio. In particolare, nel caso in esame – cioè con riferimento ai fatti da considerare per giungere ad un corretto valore di presumibile realizzazione – bisogna fare chiarezza sul tenore letterale dell’art. 2423-bis, già prima citato. Il primo comma, n. 4, di tale articolo, infatti, sembra non dare peso al momento in cui si viene a conoscenza di rischi e perdite poiché dispone espressamente “anche se conosciute dopo la chiusura dell’esercizio”, potendosi interpretare come una sorta di “deroga” al principio di competenza che caratterizza il bilancio. In realtà il dettato codicistico non fa altro che rafforzare tale principio stabilendo sì che bisogna tener conto di rischi e perdite anche se conosciute dopo la chiusura dell’esercizio, ma purchè avvenute tra la data di apertura e chiusura dell’esercizio in questione nel rispetto, appunto, del principio di competenza.
Come ben si ricorderà, i crediti sono suddivisi in bilancio tra “crediti immobilizzati” e “crediti circolanti”.

Questo brano è tratto dalla tesi:

La valutazione dei crediti tra normativa civilistica e fiscale

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Informazioni tesi

  Autore: Fabrizio Florio
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2014-15
  Università: Università degli Studi di Napoli - Federico II
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia e Commercio
  Relatore: Roberto Maglio
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 213

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