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Il mito di Perseo nelle Genealogie deorum gentilium di Giovanni Boccaccio

Il mito di Perseo nelle Genealogie deorum gentilium

Sulla base di queste osservazioni, è possibile affrontare più direttamente la riscrittura e l’interpretazione boccacciana del mito di Perseo, contenuta in Genealogie, libro XII, cap. XXV. In verità, il personaggio di Perseo figura per la prima volta nel primo libro delle Genealogie: in questo passo Boccaccio – ponendosi come collettore della cultura medievale e senza ancora caratterizzare il proprio metodo interpretativo – enumera una serie di possibili modalità interpretative delle fabulae antiche parimenti praticate nella cultura religioso-cristiana del suo tempo, scegliendo di esemplificarle proprio sul mito di Perseo.

«Occorre sapere» – scrive Boccaccio – «che sotto le finzioni non c’è soltanto un’unica interpretazione (unicum intellectum); anzi essa può dirsi piuttosto polisemum, cioè di molteplici significati (multiplicium sensuum): il primo significato si ha nella scorza (per corticem) ed è stato chiamato letterale (licteralis); altri si hanno nelle cose significate attraverso la scorza, e tutti questi sono detti allegorici (sensus allegorici)».
Questa distinzione boccacciana tra un sensus licteralis e tre sensus allegorici rimanda direttamente alla Summa Theologiae, nella quale Tommaso d’Aquino distingue, in riferimento alla Sacra Scrittura, due sensi fondamentali: quello letterale e quello spirituale.

Il senso letterale è legato alla parola, è il più immediato ed accessibile a tutti, è «il senso secondo cui le cose sono significate dalle parole» (prima significatio, qua voces significant res, pertinet ad primum sensum, qui est sensus historicus vel litteralis); il senso spirituale è legato alle cose, è una determinata cosa che diventa a sua volta segno di altre cose, passate, presenti o future (iterum res alias significant, dicitur sensus spiritualis). Il senso spirituale si suddivide a sua volta in: senso allegorico (i fatti dell’Antico Testamento significano quelli del Nuovo: secundum ergo quod ea quae sunt veteris legis, significant ea quae sunt novae legis, est sensus allegoricus); senso morale (le cose compiutesi in Cristo o significanti Cristo sono segno di quello che dobbiamo fare: secundum vero quod ea quae in Christo sunt facta, vel in his quae Christum significant, sunt signa eorum quae nos agere debemus, est sensus moralis); senso anagogico (quando significano le cose attinenti alla gloria eterna: vero significant ea quae sunt in aeterna gloria, est sensus anagogicus).

Di seguito, per meglio chiarire e far intendere quanto detto (ut quid velim facilius assummatur), Boccaccio fa un esempio (ponemus exemplum): ed è interessante notare come, tra i tanti personaggi mitologici «riportati a nuova vita», l’autore delle Genealogie scelga di esemplificare queste differenti modalità esegetiche proprio sul mito di Perseo.

Scrive Boccaccio: «Perseo, figlio di Giove, nella finzione poetica (figmento poetico) uccise la Gorgone e volò vincitore al cielo. Finché questo mito si legge letteralmente (per licteram), si offre il senso della storia (sensus hystorialis). Ma se da quello letterale si cerca il senso morale (sensus moralis) si mostra la vittoria del saggio sul vizio e il suo accesso alla virtù. Se poi vogliamo intendere allegoricamente (sensus allegoricus) il mito, in esso viene indicata l’elevazione della mente pia alle cose celesti, dopo aver disprezzato le delizie del mondo. Inoltre, si potrebbe dire, anagogicamente (sensus anagogicus) che nella favola si rappresenta l’ascensione di Cristo al Padre, dopo aver vinto il principe del mondo».

Seznec, che non pronuncia un giudizio positivo sulle Genealogie boccacciane, si appella proprio a questo passo per corroborare la sua opinione di Boccaccio «tipico figlio del Medioevo»: non solo sul piano delle fonti consultate, ma anche dal punto di vista dell’interpretazione, Boccaccio si rivela, agli occhi di Seznec, un semplice epigono e un pedissequo continuatore del metodo allegorico medievale. Ma lo studioso francese non si accorge che lo schema interpretativo postulato da Boccaccio in questo passo – di impostazione tipicamente scolastica e chiaramente allusivo alla teoria dei quattro sensi formulata da Dante – è quello da cui l’autore rifugge. Infatti poco dopo Boccaccio scrive:
verum non est animus michi secundum omnes sensus enucleare fabulas que secuuntur, cum satis arbitrer unum ex pluribus explicasse, esto aliquando apponentur fortasse plures.

Boccaccio, contrariamente a quanto illustrato in Genealogie, libro I, cap. III, 8, adotta un approccio al mito nuovo e diversificato, tendenzialmente laico. Come vedremo, nell’interpretazione della fabula di Perseo in Genealogie, libro XII, cap. XXV, non solo scompare ogni riferimento alla teologia o alla dottrina cristiana – ed è proprio «la separazione tra allegoresi dei miti e verità salvifica cristiana» a rendere evidente nell’autore delle Genealogie la coscienza di una distanza storica tra gli antichi ed i moderni – ma ogni singolo episodio della saga viene scrupolosamente vagliato e analizzato attraverso continui rimandi alle interpretazioni degli stessi antichi auctores.

Nutrito del magistero petrarchesco Boccaccio, per giustificare il proprio metodo interpretativo, ricorre all’auctoritas di Varrone, che conosce attraverso Agostino. Nelle Antiquitates Rerum Divinarum (fr. 6-10 Cardauns), Varrone distingue tre generi di teologia, cioè tre modi di parlare degli dei: il genus mythicon, proprio dei poeti, il genus physicon, prediletto dai filosofi, e il genus civile, di cui fanno uso i popoli, cioè il culto religioso. Varrone difende il genus physicon e il genus civile, e condanna il genus mythicon, perché in eo sunt multa contra dignitatem et naturam inmortalium ficta. Quando Agostino (Civ. VI, 5) riporta le idee di Varrone, rifiuta il genus mythicon (condividendo il giudizio varroniano sui poeti) e il genus civile, facendo valere solo il genus phisicon. Boccaccio deve tener conto dell’auctoritas agostiniana, ma vuole soprattutto difendere la poesia e i poeti. Si avvale pertanto di un argomento che ha già usato altre volte e che appare poco plausibile: distingue, seguendo l’autorità di Petrarca, la vera poesia da una poesia che non merita questo nome, e intende con ciò soprattutto le frivole commedie. Agostino, nel biasimare la theologia mythica dei poeti, avrebbe fatto riferimento solo a queste ultime: la frivola commedia è infatti nient’altro che fabula e non possiede alcun significato profondo. La vera poesia è invece fabulosa solo nella forma, mentre è filosofica per quanto riguarda il suo senso più profondo, e appartiene quindi alla theologia physica. Scrive infatti Boccaccio: Physica poetis egregiis attribuitur, eo quod sub fictionibus suis naturalia contengant atque moralia et virorum illustrium gesta. Boccaccio allarga, quindi, l’ambito della theologia physica con i campi della morale e della storia, giungendo a distinguere i tre sensi che lui scorge nel mito: naturalis, moralis, e historicus.

Di conseguenza, con il suo metodo interpretativo Boccaccio «si inserisce nella tradizione degli studia humanitatis attiva nelle scuole e nelle università. Qui gli antichi miti venivano interpretati, sulla base di una tradizione classica e tardoclassica, secondo un senso storico, filosofico naturale e filosofico morale, e mantenevano una certa indipendenza rispetto all’ambito cristiano-religioso». Va comunque precisato che Boccaccio non distingue criticamente i tre metodi interpretativi, né tantomeno esprime delle scelte esclusive: di volta in volta interpreta secondo il criterio per lui più opportuno. Del resto, «pretendere dal Boccaccio un metodo di interpretazione mitologica ben definito e indipendente, sarebbe voler precorrere i tempi di più che cinque secoli». Ad ogni modo, come scrive Zaccaria, sebbene Boccaccio non sviluppi una consapevole teoria evemeristica, l’interpretazione preferita è quella secondo il sensus historicus.

E infatti, nel mito di Perseo si nota una costante tendenza alla razionalizzazione degli elementi favolistici e fantastici del mito: sulla base dell’interpretazione di Agostino e di Rabano Mauro il personaggio di Atlante viene ricondotto alla figura di un famoso astrologo; l’esposizione di Andromeda al mostro marino viene storicizzata sulla base dei testi di Pomponio Mela, Plinio e Beda il Venerabile (non Girolamo), e non a caso Boccaccio eliminerà la lunga scena del violento ed epico combattimento di Perseo contro il mostro marino; anche il catasterismo dei personaggi della saga è interpretato in un’ottica razionalizzante: con un rimando alle Tusculanae disputationes di Cicerone questi sono infatti ricondotti a figure di grandi sapienti. Tuttavia, alla lettura razionalizzante, Boccaccio alterna anche un’interpretazione allegorico-moraleggiante: il sensus moralis, così come è concepito da Boccaccio, appartiene all’ambito della voluntas auctoris (e quindi all’ambito dell’intenzione dell’autore pagano) e non alla dimensione della fede cristiana.

Non solo Perseo diventa simbolo dell’uomo che intraprende l’impresa contro Medusa perché spinto dal desiderio di fama, ma anche i suoi tipici attributi si caricano di un significato allegorico-morale (lo scudo di Pallade, ad esempio, diventa simbolo della circospezione del saggio); nello sguardo pietrificante e mortifero di Medusa si riversa, invece, l’intero immaginario boccacciano: è l’allegoria dei temporalia, dell’amore per gli «ornamenti terreni», che guardati troppo da vicino possono sedurre, irretire, pietrificare; e soltanto a partire dal significato allegorico di Medusa che si comprende quello sotteso alle pietrificazioni di Fineo (e dei suoi sostenitoni) e del nonno Acrisio (per questa versione mitologica Boccaccio segue Lattanzio Placido e, in parte, Girolamo): è la freddezza e l’insensibilità di coloro che tengono gli occhi fissi alle infinite possibilità delle ricchezze. Per il mito di Perseo non si riscontrano invece interpretazioni di tipo fisico-naturale.

Concludendo, Boccaccio mira a fornire un’interpretazione delle fabulae che si avvicini, il più possibile, alle presunte intenzioni degli antichi: per questi motivi si prefigge, laddove sia possibile, di citare le interpretazioni degli stessi antichi auctores: primo, que ab antiquis hausisse potero, scribam. Nel caso in cui queste interpretazioni siano lacunose o non siano state tramandate, all’operazione di ricezione e trasmissione dei testi, Boccaccio fa seguire un’operazione ermeneutica (inde, ubi defecerint seu minus iudicio meo plene dixerint, meam apponam sententiam) che intende scoprire quid sub fabularum tegmine illustres quondam senserint viri. Ma non è un caso che numerosi miti rimangano senza interpretazione: et ob id in hoc minus pavescens accedam; nam, etsi minus bene dixero, saltem ad melius dicendum prudentiorem alterum excitabo. Contrariamente alle posizioni di Seznec, secondo cui, anche da questo punto di vista Boccaccio resta uomo del Medioevo, limitandosi a riportare il materiale mitografico a sua disposizione senza cercare di chiarirlo, dalle parole di Boccaccio emerge a tutti gli effetti «una embrionale, pienamente umanistica “comunità scientifica” in grado di vagliare, valutare ed eventualmente migliorare il lavoro intrapreso, secondo il principio di un progresso nel sapere reso possibile dalla separazione dei dati dalle opinioni».

Questo brano è tratto dalla tesi:

Il mito di Perseo nelle Genealogie deorum gentilium di Giovanni Boccaccio

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Informazioni tesi

  Autore: Jessica Lombardo
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lettere
  Corso: Italianistica, culture letterarie europee e Scienze Linguistiche
  Relatore: Daniele Pellacani
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 162

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