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L’attenzione per segnali sociali negli anziani

Own age bias negli anziani

I risultati emersi dalla letteratura sociale indicano che l’età del volto osservato influenza se e come la faccia sarà attesa, inoltre un coetaneo ha più probabilità di essere un potenziale partner nelle interazioni sociali (Ebner e Johnson, 2010). Poiché stabilire l’attenzione congiunta mediante lo sguardo è una componente della percezione sociale ed è un precursore delle interazioni sociali, questo può suggerire che venga data priorità allo sguardo di un volto del proprio gruppo d’età rispetto allo sguardo di un volto di un gruppo di età diversa (Rhodes e Anastasi, 2012).
Dalla letteratura è emerso che i giovani adulti sono più bravi nel riconoscimento facciale rispetto agli adulti anziani.



Tuttavia, gli studi condotti in questo ambito hanno sempre utilizzato stimoli che raffiguravano volti di giovani universitari ignorando così se i partecipanti potevano dimostrare una prestazione migliore per volti della stessa età dei partecipanti (i.e. own age bias). Fulton e Bartlett (1991) e Bartlett e Leslie (1986) hanno investigato l’own-age bias (OAB; facilitazione nel riconoscere i volti di persone nella stessa fascia d’età dell’osservatore), ed hanno dimostrato che i giovani adulti sono più accurati nel riconoscere i volti giovani che i volti di adulti anziani, mentre è risultato che gli adulti sono accurati in egual modo a riconoscere i volti giovani e i volti adulti. Fulton e Bartlett (1991), sulla base di questi dati, hanno suggerito un own-age bias solo per i giovani.

Anche Wright e Stroud, (2002) hanno investigato la presenza di un own-age bias, usando come partecipanti giovani tra i 18-25 anni e adulti tra i 35-55 anni. I soggetti dovevano osservare 4 video nei quali si vedevano dei malfattori rubare auto o televisori. Gli autori dei furti potevano avere età diverse (21, 23, 48, 51 anni). Nel secondo esperimento, simile al primo, la fascia di età dei partecipanti cambiava con i giovani tra i 18-33 anni e gli adulti tra i 40-55 anni. I risultati hanno mostrato che i partecipanti giovani commettevano meno errori
nel riconoscere il colpevole, quando quest’ultimo era della stessa fascia d’età del soggetto. Inoltre, anche se gli adulti erano più accurati nel riconoscere il ladro che era nella loro stessa fascia di età, la differenza non era statisticamente significativo, indicando un own-age bias, solo per i partecipanti giovani.

Questi risultati sembrerebbero indicare un own-age bias solo per i giovani e non per gli adulti, ma in uno studio di Backman (1991) l’own age bias era presente sia nei giovani che negli adulti, ma non negli anziani (76-85 anni), invece altri studi dimostrato esattamente il contrario, cioè, gli adulti hanno mostrato un own-age bias, mentre nei giovani l’effetto non si è verificato (Perfect e Harris, 2003). Inoltre, uno studio di Anastasi e Rhodes (2006), riporta in modo conclusivo che il bias è presente negli adulti, ma diversamente dagli altri risultati sembra che l’effetto non sia costante per i partecipanti giovani. Infine, recentemente Ebner e Johnson (2009) hanno valutato anche le differenze tra i soggetti nell’abilità a riconoscere le espressioni emotive di rabbia, felicità e neutra, variando l’età dei volti degli stimoli. Sia i giovani che gli adulti hanno ottenuto prestazioni migliori nel riconoscimento delle espressioni di rabbia e neutre, quando espresse da giovani attori, rispetto a quando espresse da attori adulti anziani.

Alla luce di un own age bias nel riconoscimento di volti di diverse età, la ricerca ha investigato se questo effetto fosse presente anche per i segnali sociali, in particolare, se l’età del volto usato nei compiti di gaze cueing potesse modulare il gaze cueing effect.
Da notare che i cambiamenti che si verificano con l’avanzare dell’età, ed in particolare nella regione occhi, possono influire sulla percezione della direzione dello sguardo. Ad esempio, con il tempo i tessuti intorno agli occhi tendono ad abbassarsi e incrementano le rughe agli angoli rendendo meno visibile l’area dell’iride e della sclera.

Slessor, Phillips e Bull (2008) hanno investigato l’abilità degli anziani di orientare l’attenzione sulla base della direzione dello sguardo degli altri, trovando evidenze che gli adulti anziani mostrano un effetto di gaze cueing ridotto rispetto a quello mostrato dai giovani. Gli autori hanno interpretato questo risultato come indicante che con l’avanzare dell’età, l’abilità di elaborare i segnali sociali veicolati dagli occhi porti ad una difficoltà nello stabilire un’attenzione congiunta con gli altri.

In uno studio successivo Slessor et al. (2010) hanno utilizzato il paradigma del gaze cueing manipolando l’età del volto usato come cue, per verificare se l’età del volto avesse modulato l’effetto di gaze cueing sia nei giovani (17-41 anni) che negli anziani (65-81 anni). In linea con i risultati dello studio precedente (Slessor et al., 2008), gli anziani hanno mostrato un effetto di gaze cueing minore rispetto a quello dei giovani e che l’effetto di gaze cueing è influenzato dall’età del volto ma solo per i giovani, che mostravano un effetto own age bias. Questi risultati dimostrano l’importanza di includere sia volti giovani che anziani negli studi di gaze cueing.

Questo brano è tratto dalla tesi:

L’attenzione per segnali sociali negli anziani

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Informazioni tesi

  Autore: Sabrina Schievano
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2017-18
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Medicina e Psicologia
  Corso: Neuroscienze Cognitive e Riabilitazione Psicologica
  Relatore: Anna Pecchinenda
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 71

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Parole chiave

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