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La mobilità psichedelica nell'Unione Europea. Origini e sviluppo del turismo per droga

La Politica sulla Droga e la Nascita della Mobilità

Gli anni Sessanta furono, come si è visto, caratterizzati da lotte e rivoluzioni sociali: le nuove generazioni si scontrarono con le vecchie rivendicando da un lato il diritto individuale di esprimersi e di agire e dall’altro, il dovere del potere pubblico di aiutare la società a progredire, venendole incontro per sostenerla e non reprimerla.
Dietro le grida e le gesta contestatrici si celava l’intera società dell’epoca che, stanca degli avvenimenti post bellici, chiedeva il proprio riscatto.
Uno degli argomenti più caldi fu proprio la droga: grave era il dibattito che vedeva schierati da una parte i proibizionisti e le Nazioni Unite (lo stesso Anslinger lavorava ormai alle dipendenze dell’ONU), e dall’altra i gruppi di protesta ai quali si erano alleati intellettuali, attori e musicisti famosi, oltre che le migliaia di genitori che avevano visto arrestare e condannare al “2x10” i propri figli per aver fumato qualche spinello.

Fu proprio questo clima di nervosismo che portò alle revisioni del decennio successivo, tempo in cui furono proprio i cittadini a chiedere un approccio diverso: gli anni della repressione avevano causato infatti tanti disordini ma non avevano realmente cambiato la situazione, anzi altri mercati (clandestini) se ne erano alimentati a fronte del largo aumento nei consumi che era in atto.

Alle rivolte si unirono gli studi medici che intanto furono svolti sulle sostanze psicotrope svelando nuove tesi sui danni e sulle dipendenze, vere o presunte, che queste provocavano. Cresceva l’esigenza di affrontare il fenomeno in maniera pragmatica e non più teorica, che analizzasse fatti ed argomenti concreti e non limitandosi a (pre) giudizi di carattere morale: non bastava più scrivere una legge credendo di risolvere un problema vecchio come il mondo, bisognava affrontarlo in modo concreto, accettandolo ma cercando di controllarlo per misurarlo e ridurne i danni.

Durante gli anni Settanta molti Governi decisero quindi di sperimentare strade alternative: come primo inizio le diverse sostanze vennero riclassificate in base ai potenziali rischi causati; fu introdotta la distinzione tra droghe pesanti e leggere, e per queste ultime si
sperimentarono forme di legalizzazione in alcuni Paesi, tra i quali gli stessi Stati Uniti e, naturalmente, l’Olanda, che fu l’unico Stato europeo a muoversi in questa direzione, attirando a sé lo sguardo, e in alcuni casi il rancore, degli altri Paesi dell’Unione.
Negli anni Ottanta, a causa di un improvviso aumento nel consumo di eroina (al quale si affiancava la diffusione dell’AIDS), ci fu un’inversione generale nelle politiche sulle droghe che tornarono ad essere repressive in gran parte del mondo. In queste circostanze, furono proprio gli olandesi a continuare la strategia della tolleranza, eleggendola strumento di harm reduction, unico vero obiettivo dell’efficiente politica sulla droga che perseguirono attraverso l’invenzione dei coffee shops, la separazione dei mercati e la distribuzione (prima al mondo) di metadone, avvenuta nel 1968.

Venendo incontro alle esigenze degli utilizzatori, ma facendo guerra a produttori e trafficanti, il governo olandese ha trovato un’ottima soluzione che, pur portando ad elevati successi dal punto di vista sia della salute che della società, ha presentato un amaro trade off: se da un lato diminuivano i fenomeni pubblici di consumo, i decessi e i contagi di virus tremendi, dall’altro, la mobilità dei consumatori della droga (prima forma di turismo in questo settore) era diventata una vera e propria realtà, che causava fastidi e pericoli per la quiete pubblica, un deterioramento dell’immagine delle città e del Paese, ma soprattutto, l’inasprimento dei rapporti con gli Stati confinanti, anch’essi vittime del traffico dei (neo) turisti della droga o dell’emigrazione verso l’Olanda di migliaia di cittadini, tra criminali e disadattati di ogni tipo e con vari problemi alle spalle.
La crescita nel tempo di questo fenomeno, unito al diffondersi di nuove droghe e trend di consumo diversi, è stata continua e preoccupante fino al punto da costringere l’Olanda a cercare di combatterlo attraverso revisioni di leggi ed esperimenti vari; la stessa Unione Europea ha affidato poi al neonato Osservatorio sulle Droghe e sulle Tossicodipendenze con sede a Lisbona (OEDT) il compito di documentarne lo sviluppo allo scopo di contrastarlo attraverso il Progetto di Trattato di Amsterdam ed i Piani d’Azione Europea per la Lotta alla Droga, emanati nel 1999.

Tempo di Riforme
Le proposte di riforma delle leggi proibizioniste (soprattutto in materia di cannabis) sono state formulate da parte di istituzioni sia medico-scientifiche che politiche.
Qui di seguito ricostruirò le tappe fondamentali dell’iter seguito dagli organismi statali e governativi che portò ai cambiamenti nelle strategie di politica economica che caratterizzarono gli anni Settanta.
Per facilitare la lettura sarà opportuno introdurre prima alcune importanti definizioni che meglio spiegano i possibili approcci di riforma in tema di droga:
1. Decriminalizzazione. Il comportamento (uso, produzione e vendita) è equiparato ad infrazione minore, punibile con una multa;
2. Depenalizzazione. Il comportamento è formalmente un reato ma di fatto non è punito, essendo considerato di scarsa rilevanza sociale. Priorità è data al perseguimento di infrazioni dai rischi più inaccettabili e dannosi.
3. Legalizzazione. Il comportamento è totalmente permesso di diritto.

La differenza, sebbene possa sembrare minima per certi aspetti, è invece di estrema rilevanza nell’ambito di una politica internazionale integrata; non dobbiamo infatti dimenticare che, attraverso l’ONU furono stipulati accordi e convenzioni che obbligarono i Paesi aderenti a prendere posizioni incriminanti in materia di droga, sancendone così l’impossibilità di legalizzazione; inoltre tramite queste distinzioni è possibile introdurre il principio della priorità di cui parleremo in seguito.
Tra le prime proposte quindi, si scopre che già nel 1968 il Comitato Consultivo Wootton del Governo Britannico raccomandava di legalizzare la cannabis per usi medici e di ridurne le sanzioni per uso e piccolo spaccio.
Ben più clamorosa fu la proposta nel 1972 della Commissione Nazionale USA nominata dal Presidente Nixon che, analizzando i risultati della lungo “Rapporto La Guardia” di circa quaranta anni prima, e spinta da pressioni di carattere medico e dall’insostenibilità della situazione dovuta alle decine di migliaia di arresti (con la conseguente ira dell’opinione pubblica), chiedeva addirittura la completa depenalizzazione di possesso, uso e distribuzione di marijuana in privato, ed una semplice multa in caso di utilizzo pubblico. La proposta fu clamorosamente accettata e, alla luce del violento proibizionismo di pochi anni prima, sembra addirittura paradossale pensare che dal 1973 proprio gli Stati Uniti furono i primi al mondo a decriminalizzare la cannabis, considerandone l’uso e la coltivazione reati minori, punibili con una multa fino a 100 dollari.
L’esperimento durò otto anni, fino a quando l’amministrazione Reagan nel 1980 emanò una serie di provvedimenti volti a colpire i consumatori e ad eliminare le coltivazioni.
Dal 1975 intanto, in Alaska vi era stata una completa legalizzazione: la Corte Suprema aveva sancito il diritto dei cittadini di coltivare possedere e usare marijuana; questo accadeva in clamorosa contraddizione con la Convenzione ONU del 1961 ma motivato su basi sanitarie: le negative conseguenze provocate dall’alcoolismo in Alaska erano di gran lunga superiori ai rischi della cannabis, il cui l’uso si riconobbe potesse vantaggiosamente sostituire quello dell’alcool.
Nello stesso anno anche il governo Canadese propose la cancellazione della cannabis dalla lista degli stupefacenti, nonché la depenalizzazione della coltivazione per uso personale. Esperimenti analoghi furono poi intrapresi dal Sud Australia (ove vige tuttora la “Cannabis Expiation Notice”) ma i cambiamenti più importanti si ebbero nei Paesi Bassi dove venne rivisitata la Single Convention Drug Act del 1961, che classificava le sostanze ritenute psicoattive vietandone qualsiasi uso e/o coltivazione pubblica o privata ai 65 Stati aderenti.

Questo brano è tratto dalla tesi:

La mobilità psichedelica nell'Unione Europea. Origini e sviluppo del turismo per droga

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Informazioni tesi

  Autore: Renato Giugliano
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2001-02
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia del Turismo
  Relatore: Emilio Benini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 198

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