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Dissimulare etiam sperasti, perfide (Verg. Aen, IV 305) Fides e perfidia nella poesia latina

Perfidia e perfidus nel latino ecclesiastico

Blumenkranz, sostenitore della tesi secondo cui gli scrittori cristiani avrebbero usato perfidia senza infamia, aveva però sostenuto che tali termini erano spesso stati considerati in modo equivoco, in contesti in cui si era giocato sull'ambiguità del loro doppio senso, religioso e morale.

Cipriano, cronologicamente vicino alla diffusione del Pro Iudaeis sosteneva che chi osava dividere la chiesa era sceleratus et perfidus. La perfidia era un crimine dunque dalla quale ci si doveva tenere lontani per evitare il contagio, il perfidus è colui che ha tradito il Padre.

Da qui l'associazione «infido traditore», traditore del foedus, del patto di alleanza. In questo caso essendo la rinuncia al vangelo una forma di
tradimento, si trova una sorta di linea di continuità tra autori pagani e cristiani, ciò che è cambiato non è il senso, ma la categoria di perfidi. A sostenere le tesi di Blumenkranz vi sarebbe il fatto che perfidus ricorre in una liturgia e proprio per questo non potrebbe avere valore infamante. Ma possiamo dire che questa concezione si fonda su basi poco convincenti, poiché nella messa del Venerdì Santo si parla di ebrei «carnefici» e «perfido traditore» viene chiamato Giuda.

Nel 1935 Peterson, scrivendo il suo articolo, si concentrò soprattutto sulla terminologia, infatti il problema del senso di perfidia e perfidus si faceva sempre più rilevante. Nonostante il testo liturgico veniva cantato solo una volta l'anno, nella ricorrenza del Venerdì Santo, e soprattutto in latino, cosa che gli conferiva poca importanza, tanto da ignorare il problema, si andavano diffondendo in modo crescente dei libretti con le traduzioni, con lo scopo di rendere comprensibile la liturgia ai credenti che nella maggior parte dei casi non comprendeva il latino. Le parole perfidis e perfidiam furono abolite dal Pro Iudaeis, nel 1959 da papa Giovanni XXIII.

Gilbert Dahan, curatore dell'edizione critica del Liber bellorum domini scritto da Guglielmo di Bourges intorno al 1230-1240, osserva in una nota che al termine perfidia deve essere attribuito il significato di «incredulità» o «mancanza di fede», cercando in questo modo di liberarlo ad ogni costo, citando a suo sostegno Bernhard Blumenkranz e Henri de Lubac, dal significato usuale di «perfido». Tuttavia molto probabilmente i termini perfidia e perfidus non hanno mai perso i loro toni denigratori.
Dunque rimane un senso di incertezza quando consideriamo che l'autore medievale identifica con toni violenti gli ebrei con i traditori, ciò porta a chiederci dunque: “perchè avrebbe dovuto evitare di definirli «perfidi»?”. Nonostante questo gli studiosi moderni tendono ad allontanare perfidia e perfidus dai loro omonimi, possiamo spiegarci questo fenomeno facendone derivare la necessità solo da preoccupazioni contemporanee.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Dissimulare etiam sperasti, perfide (Verg. Aen, IV 305) Fides e perfidia nella poesia latina

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Informazioni tesi

  Autore: Valentina Leonardo
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi di Messina
  Facoltà: Lettere
  Corso: Lettere
  Relatore: Rosa Santoro
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 90

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