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I Simboli Religiosi nella Giurisprudenza Italiana

Esposizione dei simboli individuali e libertà religiosa.

La presenza di un determinato simbolo nello spazio pubblico, non può non esercitare un influsso particolare sulla coscienza degli individui, dato i valori confessionali che esercita, e per questo lo stato che vuole tutelare la libertà di coscienza non può imporre la presenza di tali simboli. L?affermazione di Martha Nussbaum, “La gente ama l?omogeneità, ma la legge deve difendere i diritti di chi è diverso”, nella sua sinteticità, costituisce una preziosa chiave interpretativa del tema.

L’abbigliamento può rappresentare un modo di professare la propria fede religiosa, come ad esempio, il velo delle donne musulmane o delle suore cattoliche, il turbante degli indiani sikh o la kippah degli ebrei, il copricapo maschile dei talebani o dei tuareg. In questa prospettiva, l’abbigliamento forma oggetto di un diritto riconducibile alla libertà di religione, sancita dall?art. 19 Cost., oltre che da diverse fonti sovranazionali (art. 9 CEDU): “la libertà di religione include infatti anche il diritto di indossare i simboli della religione cui si appartiene”.

Questo costituisce la libertà di abbigliamento religioso, che è soggetta alle medesime restrizioni cui può andare incontro la libertà di religione, di cui ne costituisce espressione. La libertà di abbigliamento religioso non è però priva di limiti, dato che è soggetta, al buon costume, relativo ai riti, e le cerimonie religiose, ed anche per quel che riguarda l?abbigliamento, non possono pertanto essere offensive della morale o del pudore sessuale.

Inoltre, rendendo difficoltoso o impedendo tout court il riconoscimento della persona, pone il problema della possibilità di invocare esigenze di sicurezza o ordine pubblico come limite implicito all’esercizio della libertà di abbigliamento religioso. Questi segni personali di appartenenza religiosa sono del tutto compatibili con l’interpretazione della laicità come neutralità dello spazio pubblico. La Francia, ad esempio, si è discostata dal modello italiano di utilizzo dei simboli negli spazi pubblici approvando una norma sul divieto di indossare il burqa in detti luoghi.

I sostenitori dello stato laico, liberale e anti-perfezionista non vogliono che lo Stato etri nel merito delle concezioni del bene dei cittadini e ne classifichi alcune come buone, altre come meno buone, altre come da bandire, con la conseguenza di introdurre distinzioni morali tra i cittadini”. A questo proposito, è noto che uno degli argomenti principali su cui ha fatto leva il legislatore francese riguarda il significato segregazionista del velo, il suo essere un simbolo potente di sottomissione femminile e la necessità di sottrarre le giovani islamiche alle pressioni tradizionaliste del gruppo familiare e della comunità etnico-religiosa di appartenenza.

Non sono mancate critiche a questa scelta del governo francese per cui la legislazione di uno Stato non deve chiedere agli adepti di diversi culti, «un atteggiamento più esigente e rigoroso di quello che è normalmente usato per valutare i comportamenti culturalmente familiari o, per intenderci, “nostri” ». In questo senso la richiesta rivolta alle ragazze musulmane, o altra comunità di immigrati, non deve apparire più onerosa di quelle a cui sono sottoposti gli altri individui.

Considerare queste comunità del tutto diverse rispetto a quella maggioritaria-occidentale non è del tutto esatto perché “anche le famiglie più democratiche e liberali determinano le scelte dei figli minori”. Da una prima applicazione della nuova normativa si può ricavare che lo Stato non deve in alcun modo “manipolare” i simboli religiosi, né per vietarli né per imporli, altrimenti rischiando di determinare conseguenze pratiche distorte e indesiderate.

La libertà negativa di religione comporta che lo Stato sia privo di qualsiasi potere in merito alla definizione di ciò che sia o no religione, e quindi anche di che cosa sia simbolo religioso o di accogliere un certo significato del simbolo stesso, per aderirvi o per respingerlo. Ogni tentativo in questa direzione “non può che urtare contro l?intero elenco dei princìpi costituzionali, a partire da quello della laicità e del pluralismo, per arrivare a quello della tutela delle minoranze”.

Questo brano è tratto dalla tesi:

I Simboli Religiosi nella Giurisprudenza Italiana

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Informazioni tesi

  Autore: Erasmo Nasta
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2010-11
  Università: Seconda Università degli Studi di Napoli
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Antonio Fuccillo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 129

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