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Gas e petrolio nello sviluppo della Russia contemporanea

L’apertura dei mercati energetici

Nei primi anni ‘90 le importazioni soggette alla protezione statale costituivano il 40% delle importazioni totali. Nel 1992 Eltsin annunciò la liberalizzazione del commercio estero, della valuta e dei prezzi e già nel 1996 gran parte di questi controlli era stata rimossa. Inizialmente, tuttavia, i mercati continuarono ad essere dominati da produttori oligopolistici che operavano in collusione con il governo.

Nonostante la rimozione dei controlli sui prezzi, il governo aveva imposto delle barriere (tariffarie e non) per limitare l’esportazione di alcuni beni fondamentali, quali il gas naturale, il petrolio e i prodotti derivati, così da attenuare gli effetti dell’enorme differenza tra i prezzi interni e i prezzi sul mercato globale per i prodotti energetici. Nel 1991 il petrolio veniva, infatti, venduto sul mercato interno al 5% del prezzo mondiale. Nel 1996 questa percentuale salì fino al 75%. La differenza tra prezzi interni ed esteri rendeva molto conveniente l’esportazione dei prodotti energetici. Tra le barriere commerciali esistenti era prevista una tassa di circa 5 dollari a barile sulle esportazioni di petrolio e di 2.60 dollari su ogni 1000 metri cubi di gas naturale. Di conseguenza, gran parte dei ricavati dalle esportazioni furono collocati su conti esteri invece di tornare in patria per essere reinvestiti nel settore energetico russo. Nel 1995 si stimava che la fuga di capitali ammontasse a 10-15 miliardi di dollari l’anno (grazie a speciali esenzioni fiscali, deroghe alle tasse sull’import-export, creazione di compagnie commerciali indipendenti).
Alla fine degli anni ‘90 il numero di società offshore messe in piedi a Cipro, Gibilterra, Lussemburgo e in numerosi altri paradisi fiscali da cittadini russi ammontava a decine di migliaia.
Le quote sulle esportazioni di petrolio furono eliminate nel 1995, mentre le tasse sulle esportazioni nel 1996.
Per quanto riguarda gli investimenti stranieri, nonostante vi fosse un’estrema necessità di capitale e tecnologia estera per lo sviluppo dell’industria energetica russa, politici e uomini d’affari si mostrarono riluttanti all’idea di condividere parte dei profitti con compagnie estere. Per questo motivo tra il ‘91 e il ‘97, la Russia accumulò solo 7 miliardi e mezzo di dollari in FDI, di cui soltanto 2 destinati al settore energetico.
Al 1996 solo poche joint venture erano pienamente operative, rappresentando il 7% della produzione di petrolio e il 12,5% delle esportazioni. Ad ostacolare l’investimento estero non erano solo i politici e gli industriali locali, ma i timori delle compagnie occidentali, dovuti alla mancanza di una adeguata legislazione in materia di protezione degli investimenti stessi, soprattutto dopo una serie di episodi in cui i dirigenti russi di joint venture avevano estromesso i propri partner stranieri con la forza, spesso con la complicità delle autorità politiche e giudiziarie locali.
La Legge sugli Investimenti esteri del 1991 prevedeva che gli investitori esteri godessero degli stessi diritti previsti per gli investitori domestici e permetteva l’investimento estero nella maggior parte dei settori economici russi e in tutte le modalità esistenti nel sistema economico russo: titoli governativi, obbligazioni, investimenti diretti, acquisizione di imprese russe, partecipazione in joint-venture, acquisizione di diritti proprietari e vendita dei diritti sulle risorse naturali.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Gas e petrolio nello sviluppo della Russia contemporanea

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Informazioni tesi

  Autore: Giulia Dakli
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Interfacoltà - Innovazione e sviluppo
  Corso: Scienze per la cooperazione allo sviluppo
  Relatore: Marco Cilento
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 198

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