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Il folklore e la Grande Guerra: canti, credenze e pratiche simboliche dei soldati italiani

Canti di soldati e canti popolari

I soldati italiani che furono arruolati per andare in guerra, erano uomini giovani, per la gran parte di origine contadina e provenienti dalle regioni centro-settentrionali, sui venticinque anni di media. Al fronte erano guidati da giovani ufficiali provenienti dal ceto borghese; a volte la convivenza con queste truppe formate da soldati comuni assunse le dimensioni di una scoperta inattesa ed eccitante; tuttavia agli occhi dei giovani borghesi la prima cosa a risaltare fu “lo stato di minorità psicologica” del popolo, il quale, buono, ingenuo, impulsivo e capriccioso, aveva le “naturali” qualità proprie dei bambini. Dagli intellettuali, letterati partì poi l’esaltazione della natura contadina dell’esercito, dell’infinita pazienza e rassegnazione di questi soldati pronti all’ubbidienza. La rappresentazione del popolo, dei soldati comuni rimarrà filtrata a lungo dallo sguardo ideologico degli ufficiali-scrittori (ad esempio l’atteggiamento di Piero Jahier sarà paternalistico), ed assente dagli studi degli antropologi: le descrizioni date riflettevano l’immagine di un popolo socialmente indistinto, e a un primo sguardo privo di esperienze e conflitti, su di uno sfondo senza tempo. Ovviamente non era così: il popolo soldato era portatore di idee ed esperienze culturali, di forme espressive e di un immaginario che spesso era decisamente diverso da quello delle classi egemoni. La cultura contadina e popolare di lungo periodo era stata da sempre diffidente nei confronti dell’esercito, visto come mezzo di devastazioni territoriali e di saccheggi, in più responsabile della sottrazione di risorse all’economia familiare tramite il tributo di leva. Benché le avversità diminuissero dopo l’Unità d’Italia, il dissenso persistette fino alla Grande Guerra, dissenso che si espresse in strazianti partenze, in simulazioni di malattia e mutilazioni alla visita di leva, in conflitti fra ufficiali e soldati e nel difficile disciplinamento nelle caserme.

Per quel che riguarda i canti contro il servizio militare, anche prima dello scoppio del conflitto, sappiamo che essi ebbero un’enorme diffusione veicolata dai “fogli volanti”; una lettera riservata del Comandante del I Corpo d’Armata di Torino, avente per destinatario il prefetto della stessa città, è un esempio di denuncia di circolazione di questi fra i soldati, che

sebbene non siano ispirati ad idee sovversive, tendono nullameno a scuotere la disciplina dell’esercito e a deprimere i buoni sentimenti militari, rappresentando la vita del soldato come una esistenza di miseria e di affanni.

Durante il periodo di neutralità, prima dell’ingresso in guerra dell’Italia, tramite le relazioni dei prefetti è possibile osservare come i ceti popolari avessero una certa difficoltà ad esprimere un concetto di patria e di nemico. Per questo motivo, come abbiamo già visto, si mossero studiosi (es. Gemelli) e apparati dello Stato (nel 1918 venne istituito il “Servizio Propaganda dell’esercito) al fine di creare un programma di educazione per le masse: i soldati andavano controllati e votati all’amor di patria e alle ragioni della guerra. Prima di loro furono in prevalenza i cappellani militari a cercare di “guarire” i soldati, attraverso una giornaliera propaganda patriottica e l’esclusione dei soldati scettici, infine grazie alla successiva creazione delle Case del soldato ad opera di don Giovanni Minozzi: luoghi di assistenza morale ai soldati, in cui non a caso si coltivò il gusto per la musica e l’amore per le canzoni.

Il controllo sulle forme di espressività popolare, sia prima che dopo la nascita del “Servizio P”, rimase sempre serrato, basti pensare che la produzione dei cantastorie era vincolata alle necessità della propaganda e della pedagogia militare. Risultato di questo processo è stato l’ingresso di storie sempre patriotticamente esemplari all’interno del vasto repertorio dei generi popolari. Tuttavia non vi sono dubbi nell’affermare che il canto del soldato per antonomasia fosse quello amoroso; le canzoni d’amore di origine popolare, che rispondono allo schema compositivo “partenza amara-lontananza-ritorno”, costituiscono per i soldati contadini in trincea una via di fuga, o, secondo la tesi antropologica di de Martino, tramite questi riaffermano la loro presenza nel mondo. Come abbiamo detto dunque vi era differenza fra le canzoni dell’Italia reale e quelli dell’Italia legale: per anni la retorica nazionalista ha consegnato alla memoria collettiva l’immagine del fante che intonava La leggenda del Piave o La canzone del Grappa, quest’ultime però appartenevano alle celebrazioni nazionali che il fascismo prima e la Repubblica poi crearono intorno al mito della Grande Guerra. La leggenda del Piave, ad esempio, venne scritta da E. A. Mario, pseudonimo di un prolifico autore di canzonette, Giovanni Gaeta, e fu cantata per la prima volta nel teatro Rossini di Napoli. Successivamente, l’esecuzione nel 1921 in occasione della tumulazione della salma del milite ignoto e l’adozione da parte del fascismo la resero inno per antonomasia della Grande Guerra.
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Informazioni tesi

  Autore: Virginia Gregori
  Tipo: Laurea II ciclo (magistrale o specialistica)
  Anno: 2019-20
  Università: Università degli Studi di Perugia
  Facoltà: Scienze Umanistiche
  Corso: Filologia moderna
  Relatore: Luca La Rovere
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 133

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Parole chiave

antropologia
prima guerra mondiale
folklore
agostino gemelli
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ernesto de martino
canti di guerra
canti dei soldati
giuseppe bellucci
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