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Tra democrazia e anarchia. Da Saverio Merlino a Camillo Berneri

Comunismo e anarchia

Gian Mario Bravo, nel suo libro sui rapporti tra anarchia e comunismo, scrive che le violenze ai danni dell’anarchismo da parte dei marxisti sono state causate dai continui tentativi dei primi di voler proseguire su una strada politica differente da quella dei secondi. «Le stesse richieste di modelli nuovi di libertà e democrazia, poste antagonisticamente e non al di dentro della prospettiva marxistica—leninistica, raggiungono l’obbiettivo di porre i fautori di esse al di fuori del movimento storico, donde le conseguenze della violenza della repressione». Il medesimo autore scrive pure che questo rifiuto dei metodi e delle idee anarchiche da parte del comunismo deriva dal fatto che il marxismo è un sistema immodificabile: può essere accettato o meno, ma non può essere cambiato. L’idea dei riformisti e dei critici che abbiamo esaminato e che esamineremo, è che invece una revisione ed una modifica interna siano possibili. Del resto, una chiusura teorica del genere rifiuta a priori ogni possibilità di critica, ponendosi così al di fuori da una valutazione di tipo scientifico.
Possiamo cogliere però lo spunto da questo libro per accennare alle più grosse differenze teoriche e politiche esistenti tra comunismo ed anarchia. Entrambi i sistemi mirano ad una società egualitaria dove la lotta di classe sia estinta. Per raggiungere tale obbiettivo però gli anarchici – con Bakunin – sostengono la necessità di distruggere lo Stato per eliminare il capitale, fonte della distinzione delle classi. I comunisti invece – con Engels – sostengono necessario distruggere il capitale per eliminare lo Stato.
Berneri (come meglio vedremo) a tal proposito sostiene che con la presenza di uno Stato accentratore, come sarebbe quello comunista nel suo realizzarsi, le differenze di classi si manterrebbero; solo, invece di avere capitalisti e proletari, si avrebbero burocrati e manovali: la Russia leninista e stalinista viene utilizzata come esempio storico per tale critica.
Inoltre, secondo i comunisti, alla via della rivoluzione sociale è necessaria l’egemonia del proletariato industriale; laddove per molti anarchici non va trascurato il possibile apporto dei contadini. Soprattutto, però, è da valutare che la scomparsa dello Stato per i comunisti implica il raggiungimento di una dittatura del proletariato, per quanto questa dovrebbe costituire una fase di transizione. Bravo scrive di Bakunin che «se vedeva i limiti negativi della dittatura, non riusciva a valutare l’obbiettiva necessità storica di essa, ove si volesse parlare di emancipazione sostanziale e non formale della classe operaia».
Così la principale differenza tra comunismo ed anarchismo risiede nel modo d’intendere e di porsi all’autorità. Engels considera autorità l’imposizione della volontà altrui sulla nostra: subordinazione di una volontà all’altra. Può essere una cosa brutta e fastidiosa ma, si chiede il filosofo: «c’è modo di farne a meno? Chi dice azione combinata, dice organizzazione; ora, è possibile di avere l’organizzazione senza l’autorità?» Il cofondatore del materialismo storico si risponde di no. Anzi, nelle fabbriche il modo di produzione determina l’autorità del vapore, tanto che si potrebbe annunciare ai cancelli delle ditte “lasciate ogni autonomia voi ch’entrate”. «Voler abolire l’autorità dalla grande industria è voler abolire l’industria stessa, distruggere la filatura a vapore per ritornare alla canocchia». Per Engels, insomma, una certa autorità, a prescindere dal modo tramite il quale viene delegata e dall’organizzazione sociale in atto, s’impone a causa delle condizioni materiali nelle quali i prodotti si fabbricano e si vendono.
Camillo Berneri ad un ragionamento del genere risponderebbe che non è l’autorità tecnica che contestano gli anarchici: che, in campo industriale, l’operaio segua i tempi dettati dal meccanico; o che, in campo pedagogico, l’allievo sottostia all’autorità dell’insegnante non è un problema. Anzi è proprio il gioco tra autorità eteronoma ed autonomia che sviluppa la propensione dell’uomo alla libertà. Ciò che importa eliminare, invece, è l’autorità politica: quella costituita non da competenze ed esperienze, ma da cartelli e documenti o, peggio, da proclami e buona retorica. Se poi questa autorità politica e non tecnica è univoca e accentratrice, a maggior ragione si rende necessario contrastarla.
Con parole diverse, si può anche dire che il problema si risolve nella distinzione tra incarico e autorità. Non si deve aver timore dell’incarico tecnico, ma proprio di quell’autorità appartenente alla dittatura del proletariato che, a differenza di una delega tecnica revocabile, sarebbe assoluta ed inestirpabile. C’è infatti da credere che l’incarico di capo macchine (e l’autorità tecnica che ne deriva) sia necessario all’industria a prescindere dall’organizzazione sociale, ma che dire delle infinite classi burocratiche formatesi nella Russia post—rivoluzionaria?

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Informazioni tesi

  Autore: Mario Frigerio
  Tipo: Laurea II ciclo (magistrale o specialistica)
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Filosofia
  Corso: Scienze filosofiche
  Relatore: Dario Borso
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 216

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