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Un'euristica della persuasione: il principio della riprova sociale

Effetti della violenza televisiva

Abbiamo già visto come l'influenza dei mass media coinvolga vari aspetti dell'individuo. La rappresentazione della violenza, tuttavia, non nasce con i media audiovisivi, ma è presente nella letteratura, nella pittura, nel teatro e nello sport già da molti secoli. Raccontare la violenza con le parole ha rappresentato la modalità esclusiva prima della diffusione della scrittura e della stampa, conservando un ruolo significativo anche in seguito. Nel teatro, per esempio, il coro aveva un'importante funzione nei confronti del pubblico: ascoltava, commentava, si commuoveva, indicando un percorso alla riflessione e ai sentimenti del pubblico. Il racconto di un fatto violento ha una grande forza comunicativa, può incuriosire, angosciare, provocare una reazione di fuga o una reazione aggressiva.

Ma può anche prendere distanza dall'evento, operandone una rielaborazione, come avviene ad esempio nel caso delle fiabe e delle favole; questi racconti morali diverranno una guida per i comportamenti anche nella vita adulta. Assumendo un carattere riflessivo, la violenza narrata si presta quindi ad un insegnamento.

Va ricordato che vi è una profonda differenza tra violenza agita e violenza rappresentata, ma allo stesso tempo anche un inscindibile legame. Le immagini e rappresentazioni della violenza hanno svolto, nel corso dei secoli, funzioni diverse a seconda delle circostanze: celebrare la vittoria o il sacrificio di qualche eroe, tramandare il valore dell'azione violenta o al contrario denunciarne l'orrore e le conseguenze. La rappresentazione della violenza può quindi essere un'occasione per prendere le distanze dalla vera violenza, ma può anche rafforzare, incoraggiare e giustificare una mentalità aggressiva. Fin dai tempi antichi assistiamo infatti ad un'esaltazione della violenza, per cui guerrieri e capi militari vengono assunti a figure esemplari di eroi nazionali; senza dimenticare inoltre tutta una serie di saghe e leggende di guerre e conquiste. Si verifica, in taluni casi, anche una sorta di condivisione – e di conseguenza riduzione – della responsabilità che deriva dall'agire collettivo. Durkheim parlava di “solidarietà meccanica” (Gili, 2006, p. 24). Tutti i membri del gruppo presentano caratteristiche simili e condividono lo stesso sistema di valori, andando così a formare una forte coscienza collettiva. Questa solidarietà può favorire lo scarico dell'aggressività all'esterno del gruppo; all'interno delle diverse società, le varie forme di violenza possono inoltre avere gradi totalmente diversi di legittimazione sociale.
La violenza narrata, sia essa in forma scritta, orale, musicale o tramite immagini, si intreccia quindi con la violenza agita e assolve una funzione persuasiva.
Una delle più importanti teorie sull'argomento è la cosiddetta “cultivation theory” di Gerbner. La teoria trae origine da una serie di studi condotti all'inizio degli anni Settanta, riguardo i possibili effetti della violenza nei programmi televisivi. La tendenza dei media, in particolare della Tv, a spettacolizzare ogni evento, può comportare a lungo termine delle conseguenze di non poco conto, valorizzando agli occhi del pubblico – specialmente bambini e adolescenti – un approccio superficiale della realtà, a cui essi possono ispirarsi anche al di fuori della fruizione televisiva (cfr. Cheli, 1997, pp. 110-113).

Fin dal XIX secolo i giornali dedicano una notevole attenzione a guerre, disastri e fatti di cronaca nera. Questo interesse per gli eventi negativi continua a sussistere anche con la televisione: “La morte violenta ha assunto una parte crescente nelle fantasie offerte ai pubblici di massa” (Gili, 2006, p. 48). Il dramma di queste cattive notizie coinvolge emotivamente il pubblico tramite processi di identificazione, mostrando il lato personale e umano della tragedia, della vittoria o della sconfitta.
La televisione si può considerare oggi uno dei più importanti narratori di storie e ha la capacità di raggiungere un gran numero di destinatari. Ciò che si vede in televisione risulta più suggestivo e influente di ciò che si legge o ascolta attraverso altri medium. L'immagine può produrre risposte emozionali più immediate e intense di qualsiasi racconto orale o scritto. Il colore inoltre ha reso la televisione, e la violenza contenuta in essa, più realistica. La separazione tra mondo televisivo e mondo reale ormai non è più nitida, i due mondi si intrecciano e confondono tra di loro. I media rappresentano il mondo, ma raccontano a danno forma anche a tanti mondi possibili e immaginari. Ci permettono di vivere, in modo vicario, tante altre vite oltre alla nostra vita quotidiana. Entrare nel mondo della televisione può dare quindi l'impressione di entrare in un mondo simile a quello della vita reale. “La televisione predilige personaggi che assomiglino ai vicini della porta accanto” (Gili, 2006, p. 98).
Abbiamo già visto come i media forniscano dei modelli, che influenzano il comportamento delle persone, in particolare giovani. Di solito le persone tendono a imitare il comportamento di coloro che vedono e ammirano in televisione. Questa tendenza all'imitazione, anche se non manca in certi casi di favorire comportamenti pro-sociali, può produrre effetti distruttivi sia per la persona che per gli altri. Già da molti anni le ricerche hanno messo in luce una tendenza da parte dei bambini a imitare i comportamenti aggressivi visti in televisione. Una delle prime ricerche a riguardo venne condotta nel 1961 dallo psicologo Albert Bandura. Lo studio, noto come “Esperimento della bambola Bobo”, prevedeva la creazione di tre gruppi di bambini: il primo gruppo poteva osservare, attraverso uno schermo televisivo, un adulto intento a picchiare una bambola, di nome Bobo appunto; l'uomo prendeva la bambola a calci e a pugni, la scagliava lontano, le urlava contro e la colpiva con un martello. Il secondo gruppo invece osservava un collaboratore giocare con delle costruzioni di legno, senza manifestare alcuna aggressività nei confronti di Bobo. Infine era previsto un terzo gruppo, di controllo, al quale non veniva sottoposto alcun filmato.
In una fase successiva i bambini erano condotti in una stanza nella quale erano presenti diversi tipi di giochi, tra cui Bobo. Bandura poté osservare che i bambini che avevano osservato l'adulto picchiare Bobo erano più portati a colpire, picchiare e scaraventare a terra la bambola, a loro volta. Manifestavano quindi un'incidenza di aggressività maggiore, sia rispetto a quelli che avevano visto il modello pacifico, sia rispetto a quelli che non avevano osservato nessun filmato (cfr. Aronson, Pratkanis, 1996, pp. 202-203).

Molte ricerche successive hanno confermato i risultati iniziali di Bandura. E' stato dimostrato che i modelli aggressivi influenzano l'aggressività dei maschi tanto quella delle femmine, condizionando il comportamento sia in laboratorio che al di fuori, e indipendentemente dal fatto che il modello sia una persona reale o semplicemente un personaggio dei cartoni animati. L'esposizione a dei modelli aggressivi ha spinto le persone a offendere verbalmente qualcun altro, a fare del male ad un piccolo animale, a dare la scossa ad un compagno di scuola e numerosi altri esempi (cfr. Mucchi Faina, 1996, cap. IV).
La violenza non segue soltanto la visione di servizi di cronaca e reportage su eventi reali, ma può verificarsi anche in seguito alla visione di film o serial televisivi. I film di azione e di violenza se da un lato possono confinare i desideri distruttivi nel mondo dell'immaginazione e della fantasia, dall'altro possono favorire fenomeni di bullismo e di imitazione. La cosiddetta fiction ci consente di conoscere il mondo e familiarizzare con esso, di divertirci immergendoci nell'atmosfera del racconto, e nello stesso tempo stimola una riflessione attraverso il paragone con le scelte e i modelli di vita dei protagonisti. Al suo interno, la rappresentazione della violenza può variare di molto: la storia può infatti essere strutturata in modo da favorire l'identificazione dello spettatore con l'aggressore o la vittima. Talvolta gli autori di delitti dichiarano di essersi ispirati a dei modelli televisivi nella loro preparazione ed esecuzione. Un'immedesimazione deviante può aumentare quando personaggi e situazioni negative sono presentate in modo ambiguo.

Anche i prodotti di animazione fanno parte della fiction. Il tema più dibattuto riguardo i cosiddetti cartoni animati riguarda proprio la violenza. Già nella metà degli anni Sessanta, il programma di ricerca condotto da Gerbner e dai suoi collaboratori ha mostrato come i cartoons trasmessi dai maggiori canali televisivi americani, contenessero complessivamente più atti violenti dei programmi per adulti. Un forte incremento della violenza nei cartoni animati si è avuto anche in Italia dalla fine degli anni Settanta, con la diffusione dei programmi d'animazione di origine giapponese; questi nuovi personaggi, primi fra tutti i fantomatici robot, costituiscono una sorta di alter ego tecnologico dei protagonisti umani. Ogni racconto di fiction quindi, anche se immerso in una piacevole forma d'intrattenimento, è sempre didattico e persuasivo, poiché orienta, in modo più o meno diretto, desideri, giudizi e comportamenti dei destinatari (cfr. Gili, 2006, cap. 2).
Da questo punto di vista la televisione sembra somigliare al cinema, ma la visione di un film in un sala cinematografica resta un'esperienza circoscritta, mentre la fruizione televisiva è diversa sotto molti aspetti. Si tratta infatti di un'attività di routine che si intreccia alle altre attività della nostra vita quotidiana. Possiamo accendere la Tv mentre ceniamo, prima di addormentarci o semplicemente per rilassarsi senza dover pensare troppo. A seconda del grado di attenzione accordatole possiamo quindi richiamare in gioco i due concetti di percorso centrale e percorso periferico. Nel primo caso l'individuo è fortemente coinvolto nel tema trattato, si concentra su di esso prestandovi la massima attenzione e avviando un'attenta serie di considerazioni su quanto visto e sentito; vi può essere, di conseguenza, un'elevata identificazione nei personaggi e nelle situazioni violente, o al contrario, tale percorso centrale, potrebbe accompagnarsi a una visione critica che consente di valutare attentamente i vari aspetti del messaggio. Il medium televisivo però, per il suo carattere di accompagnamento ad altre attività giornaliere, si lega più facilmente al percorso periferico. In questo caso non vi sarà alcuna rielaborazione critica a consapevole, al contrario la violenza tenderà a scorrere senza fissarsi nella memoria, divenendo qualcosa di normale, che non crea alcun problema.
Si deve poi considerare che il bambino instaura con la Tv un rapporto di credibilità e fiducia, diverso da quello degli adulti, in quanto non dispone ancora delle capacità sufficienti per capirne le intenzioni. L'irruzione dei mass media nella vita delle persone porta il bambino a confrontarsi fin dai primi anni di vita con modelli personali di valore e di comportamento, ruolo che prima era ricoperto esclusivamente dalla famiglia e, successivamente all'entrata nel mondo scolastico, dal gruppo dei pari. I mass media audiovisivi introducono prima del tempo i bambini nel mondo degli adulti, senza che essi siano preparati. Tale lettura ingenua prevale anche negli adolescenti e nelle persone dotate di un minor bagaglio culturale, che si soffermano più facilmente alla superficie del racconto. L'effetto dei media violenti sull'aggressività risulta maggiore tra coloro che vivono un senso di alienazione nella vita scolastica. I giovani aggressivi cercando media violenti e l'esposizione a media violenti ne alimenta l'aggressività; le due condizioni quindi si rinforzano reciprocamente.

Nel nostro paese l'esposizione media giornaliera alla televisione dei bambini tra i sei e i tredici anni è di circa quattro ore, con punte di cinque/sei per una fascia di telespettatori pari al 18%. Per quanto riguarda gli adulti la media è solo di poco inferiore. I valori, per quanto elevati, sono comunque inferiori a quelli di altri paesi, primi fra tutti gli Stati Uniti (cfr. Cheli, 1997, cap. 7).
Numerose ricerche hanno tentato di verificare in che misura la violenza presente nei programmi Tv corrisponda alla violenza nel mondo reale. La ricerca è stata condotta su due diversi piani. Il primo riguarda la quantità di violenza televisiva: viene misurato il numero medio di eventi o comportamenti violenti per programma e poi lo si confronta con le statistiche sociali di delitti e altri atti criminosi. Il secondo piano si riferisce invece alle caratteristiche dell'immagine della violenza televisiva, ossia al suo aspetto qualitativo: si registrano i tipi di atti violenti, chi li commette e chi li subisce, e il contesto. Dai risultati emerge una quantità di violenza nell'informazione e nella fiction molto superiore a quella della vita sociale reale, che privilegia inoltre come autori o vittime alcuni gruppi sociali rispetto ad altri (cfr. Gili, 2006, pp. 93-94).
Aronson e Pratkanis (1996) mostrano i risvolti drammatici che può avere tutto ciò: il venti aprile del 1999, a Littleton nel Colorado, due studenti uccisero quindici compagni di classe, ferendone gravemente altri ventitré. Il numero delle vittime avrebbe potuto essere di gran lunga maggiore, poiché i due ragazzi avevano preparato un certo numero di bombe che per fortuna non esplosero. La tragedia di Littleton seguì altri sette episodi simili, ampiamente pubblicizzati dai mezzi di comunicazione: a Pearl nel Mississippi, West Paducah nel Kentucky, Jonesboro nell'Arkansas, Edinboro in Pennsylvania, Fayetteville nel Tennessee, Springfield nell'Oregon e Conyer in Georgia. Ognuna di queste tragedie venne seguita assiduamente dai media, che vi dedicarono approfondimenti e numerosi servizi speciali.

La violenza trasmessa in televisione, quindi, unita anche alla presenza di videogiochi violenti, dove i ragazzi si immedesimano completamente con i personaggi, e ai servizi giornalistici che raccontano di adolescenti che arrivano a scuola uccidendo altri studenti, insegna non solo a uccidere, ma anche che questo può essere un modo legittimo e conveniente per risolvere un problema.
Tali effetti imitativi non si limitano all'infanzia, ma coinvolgono anche gli adulti. Già Tarde, noto per la sua teoria generale dell'imitazione come processo sociale, osservava che una delle conseguenze dei crimini che avevano ricevuto maggior eco sulla stampa, come i delitti di Jack lo squartatore, era di scatenare delle ondate imitative (cfr. Mucchi Faina, 2008, pp. 52-56). Una serie di ricerche condotta da Philips (1983) negli Stati Uniti dimostra chiaramente la potenza dei modelli negativi. In una di queste indagini egli ha preso in esame le fluttuazioni del tasso di omicidi prima e dopo la trasmissione in Tv degli incontri di boxe per il titolo dei pesi massimi. Dopo aver depurato i dati da altri fattori, quali l'influsso delle stagioni, dei giorni della settimana e così via, è giunto alla scoperta che il tasso di omicidi si impennava in modo significativo il terzo e il quarto giorno dopo i combattimenti. Il particolare più impressionante è che le persone uccise erano simili a quelle sconfitte nell'incontro: se il pugile sconfitto era un giovane nero, aumentavano gli omicidi di giovani neri; se invece ad essere sconfitto era un pugile bianco, si verificava un aumento degli omicidi di giovani bianchi. Ancora una conferma di come il principio di riprova sociale raggiunga i suoi livelli più alti quando prendiamo come esempio il comportamento di altri simili a noi. Il ricercatore ha constatato inoltre come gli effetti dei combattimenti sugli omicidi aumentino in proporzione alla pubblicità dedicata all'evento: più grande è il numero di persone a conoscenza dell'incontro, più alto sarà il numero di omicidi.
Un aspetto dell'influenza televisiva, peraltro già visto anche in altri ambiti, è la scarsa consapevolezza da parte delle persone di subire tale influenza. Il cosiddetto “effetto terza persona” sembra manifestarsi con maggior forza proprio per quanto riguarda la violenza. Nessuno di noi accetta facilmente l'idea che i suoi pensieri e comportamenti siano influenzati da condizionamenti esterni che sfuggono al controllo razionale, ma pensa che questo possa accadere agli altri. E ancor meno è disposto ad accettare tale condizionamento quando esso ha come oggetto pensieri e comportamenti negativi.
In definitiva, allo stato attuale della ricerca, gli studiosi, se pur con qualche eccezione, concordano nel ritenere che la visione della violenza aumenti la probabilità che gli spettatori assumano successivamente comportamenti violenti. “Emerge chiaramente che l'esposizione alla violenza dei media contribuisce in modi significativi alla violenza nella società” (Gili, 2006, p. 129). Naturalmente l'effetto può essere ridotto o potenziato da alcuni fattori individuali e socio-culturali: determinanti sono le caratteristiche del destinatario – quali la sua età, le capacità di comprensione e memorizzazione, la personalità, l'interesse per un certo tipo di contenuti – e del contesto in cui le persone vivono.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Un'euristica della persuasione: il principio della riprova sociale

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Informazioni tesi

  Autore: Nicole Franzoni
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi di Verona
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze della comunicazione
  Relatore: Massimo Martini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 49

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Parole chiave

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imitazione
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