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''Fare'' più che ''parlare'': il valore empatico della LIS

Empatia, LIS e inclusione

In generale, la disabilità si articola sostanzialmente in tre prospettive:
- il modello medico la definisce come una conseguenza delle menomazioni o delle problematiche fisiologiche, anatomiche o psicologiche, che necessita di trattamenti medici e/o riabilitativi e quindi risulta essere una “questione del singolo che la vive”;
- il modello sociale, invece, la definisce come lo svantaggio determinato dall’ambiente fisico e sociale, limitante la vita e la partecipazione all’interno della società delle persone con problemi/menomazioni fisiologiche, anatomiche o fisiologiche, quindi risulta essere una questione dell’intera società;
- Il modello bio-psicosociale consente di cogliere la persona in senso olistico, ponendo gli aspetti riguardanti la salute della persona e quelli della partecipazione sociale sullo stesso piano, in relazione ai fattori ambientali.

Molti studiosi oggi sostituiscono il termine “disabilità” con la parola “diversabilità”, definita da R. Ghezzo come un termine positivo e propositivo, affermando che “iniziare a usarlo possa aiutare a vedere le persone con deficit in una prospettiva nuova, meno immediata nella constatazione del deficit, meno medica, più attenta a una storia, a un cammino di acquisizione di abilità”.
Nel caso della sordità, è maggiormente opportuno assumere l’ultima prospettiva (modello bio-psicosociale), in quanto null’altro manca se non l’udito. La società dovrebbe dunque favorire l’inserimento dei non udenti, eliminando tutte quelle barriere che non gli permettono di vivere appieno in un mondo di prevalentemente udenti.
La Convenzione Onu del 2007 comprende come suoi principi la piena ed effettiva partecipazione e inclusione di tutti gli individui all’interno della società, il rispetto per la dignità e per l’autonomia individuale, la pari opportunità. È proprio questa Convenzione che ha introdotto il termine “inclusione”, superando i termini di “inserimento” e di “integrazione” e passando quindi dalla considerazione delle difficoltà di adattamento dello sviluppo delle capacità al riconoscimento dell’altro nel suo valore e nella sua dignità, a prescindere da ogni disabilità.
Le maggiori difficoltà che riscontrano i sordi, sia dal punto di vista scolastico sia dal punto di vista sociale, fanno riferimento alla mancanza di una piena inclusione in classe e alla difficoltà di apprendimento da una parte e alla scarsa accessibilità nei diversi contesti della vita quotidiana (supermercati, cinema, parchi…) dall’altra.

Al di là della scuola, i sordi trovano scomodità anche nella vita di tutti i giorni. Sarebbe opportuno far della LIS una lingua insegnata a tutti, udenti e non, in quanto favorisce anche una miglior comprensione e un miglior sviluppo per tutti.
La Riforma Universitaria del 2002 ha introdotto l’insegnamento della LIS nei corsi di laurea in Lingue, scelta motivata dalla necessità di formare figure professionali esperte e per offrire a sordi e udenti la possibilità di lavorare e crescere dal punto di vista culturale e professionale nell’ambito dell’educazione, della formazione, della mediazione linguistica. Ciò però non basta: gli educatori e gli insegnanti, che si ritrovano a lavorare con bambini autistici, disabili, con ritardi cognitivi, con sindrome di Cornelia, ecc. potrebbero sfruttare la LIS come strumento di comunicazione, ma l’insegnamento della stessa è assente nei Corsi di Laurea in Scienze dell’Educazione e della Formazione primaria. Potrebbero solamente optare per corsi privati, che però spesso non sono di qualità adeguata.
Virginia Volterra, filosofa italiana che ha condotto studi pionieristici sull’acquisizione e sullo sviluppo del linguaggio, il ruolo dei gesti e le lingue dei segni, contribuendo ad una più approfondita conoscenza e ad una corretta diffusione della Lingua dei Segni Italiana (LIS), afferma che alcune esperienze di insegnamento della Lingua dei Segni, anche a bambini udenti, hanno portato come risultato il potenziamento di alcune aree cognitive legate all’attenzione e alla memoria visiva.
Inoltre la LIS sarebbe un ottimo strumento di comunicazione anche per gli autistici, poiché sfrutta la capacità visiva e riduce l’impegno di spostare l’attenzione dallo stimolo visivo a quello uditivo.
Dato che la lingua dei segni comporta il mantenimento del contatto oculare e quindi anche l’attenzione verso le espressioni dell’interlocutore, favorisce l’empatia, che permette di rafforzare i processi di percezione, memoria visiva e concentrazione.

Per rendere effettiva ed efficace l’ufficializzazione della Lingua dei Segni Italiana, essa dovrebbe essere insegnata nei diversi contesti scolastici, al pari dell’italiano e delle altre lingue. In questo modo, inoltre, diventerebbe anche più semplice e veloce la comunicazione con persone di lingua diversa, sia durante i viaggi all’estero, sia per gli studenti stranieri che si trasferiscono in Italia, ponendosi come un linguaggio universale che accumunerebbe tutti, indistintamente.
La lingua dei segni ha finalmente raggiunto l’ufficializzazione anche in Italia, ma solamente dal punto di vista formale.
Effettivamente, i sordi segnanti rimangono comunque una minoranza in disparte, al di fuori di ogni realtà quotidiana. Vivono presumibilmente per lo più nelle grandi città, ove è più facile che ci siano scuole speciali e circoli di sordi, in cui comunicare senza avere difficoltà e senza sentirsi a disagio, a causa di pregiudizi.
Grazie ai cambiamenti che stanno avvenendo nel corso della storia, molti adolescenti si stanno riavvicinando alla LIS, ampliando così la possibilità di favorire l’apprendimento di questa lingua in più contesti.
Se l’insegnamento di questa lingua venisse inserito nei programmi d’istruzione nelle scuole di ogni ordine e grado, si potrebbe sicuramente assistere ad una reale inclusione.
I segni aiutano a sentirsi meno insoddisfatti delle proprie capacità comunicative e relazionali, in quanto aiutano lo sviluppo delle abilità di comprensione e di produzione. Per cui sono un valido strumento che permette di superare l’ostacolo della lingua vocale e quindi di accrescere l’autostima. Ogni bambino si sentirebbe libero di utilizzare il canale comunicativo a lui più funzionale e naturale allo sviluppo delle sue potenzialità (Vallotton, 2011).

Questo brano è tratto dalla tesi:

''Fare'' più che ''parlare'': il valore empatico della LIS

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Informazioni tesi

  Autore: Caterina Pea
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2020-21
  Università: Libera Univ. degli Studi Maria SS.Assunta-(LUMSA) di Roma
  Facoltà: Scienze dell'Educazione
  Corso: Scienze dell'educazione e della formazione
  Relatore: Emmanuele Massagli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 42

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