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Sviluppo affettivo femminile in relazione al rapporto padre-figlia

Esiti dello sviluppo affettivo nella figlia in rapporto alla relazione col padre

La maturazione affettiva e relazionale della donna è condizionata in buona parte dal tipo di rapporto che questa ha avuto col proprio padre. Gli esiti di questo processo sono molteplici e variegati. Vedremo nei prossimi paragrafi i principali risultati delle ricerche che hanno indagato il ruolo dell’attaccamento infantile nello sviluppo individuale e nel tipo di relazioni che si instaurano in età adulta. Tuttavia, prima di affrontare in maniera approfondita questo tema, è necessario volgere lo sguardo alle conseguenze sullo sviluppo della donna in relazione al rapporto col padre.
Si ritiene che un legame sicuro col genitore favorisca con maggiori probabilità la maturazione di una buona autostima e di un’identità solida e definita (La Marca, Minghetti, Baldoni e Schimmenti, 2015). Se il padre si è configurato come presente, affidabile e disponibile e nel complesso il rapporto con lui è stato buono, è presumibile che la figlia costruisca una rappresentazione di sé e dell’Altro positiva e si attenda un trattamento simile anche da parte degli altri uomini della sua vita (Braconnier, 2008). A tal proposito, Jole Baldaro Verde (2012) sottolinea come sia importante, ai fini della maturazione dell’autonomia e di un positivo senso di sé, che il padre venga idealizzato durante il periodo edipico. L’idealizzazione del modello paterno è favorita quando quest’ultimo si configura come presente, affabile e generoso. E’ invece ostacolata nei casi in cui il genitore si rivela autoritario, impositivo e dispotico, o al contrario debole, fragile e succube degli eventi esterni. Nello specifico, Helene Deutsch (1957) evidenzia come la relazione con un padre percepito come negligente, instabile e insicuro nei confronti della moglie possa portare la figlia a sviluppare un sentimento di ostilità e avversione per gli uomini. Il motivo alla base di tale reazione nella giovane è riconducibile, secondo la psicoanalista, all’incapacità della figura paterna di proteggerla e metterla in salvo dall’autorità materna, percepita come opprimente e totalizzante. Allo stesso modo, padri che non hanno instaurato un rapporto di dialogo e vicinanza coi figli, ma che si sono rivelati assenti o pallidi durante il periodo della loro crescita, possono aver sfavorito il processo di idealizzazione, nonché prodotto una ferita alla loro autostima (Verde, 2012). Secondo Verde (2012), solo attraverso la costruzione di una rappresentazione del padre come figura degna di fiducia e rispetto e come persona a cui vale la pena ispirarsi, la figlia potrà raggiungere l’indipendenza, organizzare efficacemente la sua identità e le percezioni relative a se stessa. Un padre incapace di vedere e apprezzare le qualità della propria figlia o disinteressato e distratto provoca, al contrario, una frustrazione al suo bisogno di riconoscimento, nonché un danno alla sua autostima.
Ciò nonostante, una relazione ottimale con la figura paterna può talvolta comportare rischi, come lo sfociare in un’eccessiva idealizzazione del genitore da parte della figlia, determinando così quello che Freud (1931) chiamò attaccamento persistente al padre. Tale fenomeno può causare difficoltà alla donna divenuta adulta nel trovare un compagno ed essere soddisfatta della propria relazione amorosa, perché l’immagine grandiosa che ella ha costruito del proprio genitore produce esigenze elevate nei confronti degli altri uomini, i quali si dimostrano così sistematicamente inadeguati alle sue aspettative (Deutsch, 1957, p. 235; Braconnier, 2008). Allo stesso modo, l’amore eccessivo di un padre nei confronti della figlia può comportare il rischio che questa, successivamente, fatichi a scegliere un compagno perché desiderosa di ritrovare in esso un affetto tanto forte quanto quello paterno (Braconnier, 2008).

Nel caso in cui invece la relazione col genitore sia stata complicata, debole o carente, le conseguenze sullo sviluppo affettivo della giovane si rivelano particolarmente salienti e distintive. Pensiamo ad esempio alle donne che hanno la tendenza a sacrificarsi per gli altri, specialmente per le persone a loro più care, tra cui il partner. In termini psicologici si può interpretare questo persistente atteggiamento di abnegazione come un tentativo di ottenere finalmente la considerazione e l’accettazione dell’originaria figura paterna (Braconnier, 2008; Norwood, 2013). Donne che si pongono in una posizione materna all’interno del rapporto sentimentale esprimono quindi, secondo Braconnier (2008), un legame inconscio mantenuto attivo col padre, nonché il tentativo di stabilire col partner il tipo di rapporto che avrebbero voluto instaurare col genitore. Alla base di questo fenomeno, come riporta l’autore, ci sarebbero delle carenze affettive nella relazione con la figura paterna; l’assunzione di un ruolo di guida e comando all’interno del legame amoroso si dimostra essere inoltre una soluzione efficace per compensare tali mancanze, negare la dipendenza e sentirsi autosufficienti (Perrone, 2013). Altre donne tendono in età adulta a trovarsi bloccate in situazioni analoghe a quelle del loro passato familiare. E’ il caso di coloro che, avendo avuto un padre bisognoso di continue cure perché affetto da un disturbo debilitante o da una tossicodipendenza, finiscono per unirsi a partner dipendenti che manifestano ugualmente la necessità di ricevere costanti attenzioni e supporto. Corneau (2000) le chiama figlie genitorizzate, poiché hanno dovuto rivestire loro stesse il ruolo genitoriale nei confronti di colui che le ha generate. Vedremo nei prossimi paragrafi come alcune persone tendano a ripetere dinamiche e situazioni del passato con ogni persona a cui si legano e approfondiremo le ragioni alla base di questo comportamento.
Ma uno dei casi più frequenti e studiati è l’assenza del padre e le conseguenze che questa provoca sullo sviluppo della figlia. Gli esiti in queste situazioni sono svariati: la lontananza e la mancanza di disponibilità paterna generano nella giovane una profonda ferita interiore, nonché un sentimento di inadeguatezza e invisibilità di fronte al genitore (Petri, 2001). Ma frequenti sono anche le situazioni in cui una figlia vive forti emozioni di rabbia, rancore e risentimento per il padre; sentimenti che possono arrivare perfino a sfociare nell’odio per non essere state viste da colui che hanno amato profondamente (Braconnier, 2008). Non è raro che queste ragazze, raggiunta l’età adulta, avviino un’intensa e continua ricerca del padre in ogni uomo a cui si legano affettivamente (Braconnier, 2008; Norwood, 2013).

Le situazioni in cui la mancanza della figura paterna è stata fisica, come il caso specifico in cui l’uomo è venuto a mancare prematuramente, possono dare origine ad esiti differenti rispetto alle condizioni di lontananza emotiva. Infatti, quando il padre è deceduto precocemente, non è raro che la figlia trovi maggiori difficoltà nell’aprirsi sentimentalmente e nel divenire indipendente e che resti bloccata nell’angoscia per la perdita subita (Braconnier, 2008).
Come abbiamo visto in precedenza, anche l’anoressia mentale può generarsi da un profondo sentimento di vuoto causato dall’indifferenza, dal distacco e disinteresse paterno (Maine, 2004). Anche se la letteratura si è a lungo concentrata sul ruolo delle dinamiche e della relazione con la madre nell’origine di questo disordine alimentare, negli ultimi tempi vari autori hanno dimostrato che anche conflitti e problematiche legate al rapporto col padre hanno un’influenza in tal senso. Questo disturbo nella donna può presentarsi nei casi in cui il padre si è rivelato poco adeguato, per esempio quando si è identificato eccessivamente col ruolo materno, provocando così un difetto nella costruzione di modelli maschili nella figlia (Jeammet, 1993). Inoltre l’anoressia può avere origine da una relazione con un genitore particolarmente esigente, che nutre aspettative grandiose e proietta sulla figlia tutti i desideri e le ambizioni riguardo a ciò che egli avrebbe voluto essere (Braconnier, 2008). Il vissuto interiore della donna sarà costellato di forti sentimenti di inadeguatezza, che la porteranno a vedersi mai completamente realizzata o abbastanza piacente e competente e ad impegnarsi in un continuo sforzo nella realizzazione degli ideali narcisistici del padre. In questo particolare caso il disturbo può essere visto come il disperato tentativo della ragazza di adeguarsi agli ideali perfezionisti del genitore e il corpo diventa così il luogo fisico su cui ella concentra tutti gli sforzi possibili per aderirvi.
La psicoanalista junghiana Linda Schierse-Leonard (1985) ha portato interessanti contributi al tema dello sviluppo femminile in rapporto al vuoto lasciato dall’assenza o da una ferita nella relazione col padre. L’autrice sostiene che il conflitto e il silenzio paterno possano portare la figlia a reagire in diverse maniere e a sviluppare specifici atteggiamenti nei confronti degli uomini e dei rapporti sentimentali, nonché a maturare distinte tipologie di personalità. La direzione che prenderà il suo sviluppo la condurrà a diventare una donna sottomessa e passiva nei confronti degli uomini e dei contesti in cui si troverà, o, al contrario, ad identificarsi con un modello maschile, costruire una corazza difensiva e divenire una donna combattiva e molto ambiziosa. Di seguito riporto le diverse classificazioni archetipiche elaborate dall’autrice:

* Eterna fanciulla: si tratta di una donna con un carattere acquiescente, remissivo e gregario, che fatica a prendere l’iniziativa, conquistare e maturare una propria indipendenza e che tende ad affidare agli altri la responsabilità del suo destino. Ciò che la caratterizza è un bisogno intenso di compiacere ed essere riconosciuta e amata. Si distinguono quattro sottotipi di questa categoria: la cosiddetta bambolina adorata, che proviene da una storia familiare in cui il padre tendeva ad approvarla e considerarla solo dal punto di vista estetico, trascurando o sminuendo le altre sue qualità e competenze. Crescendo, ella è divenuta abile nel sedurre servendosi di un comportamento compiacente e accondiscendente, sacrificando tuttavia i suoi talenti e opinioni pur di non essere abbandonata. Un secondo tipo è quello della seduttrice, la quale rappresenta l’analogo femminile del personaggio di Don Giovanni. Essa proviene da una storia familiare in cui la madre si è configurata come dominante e il padre come negligente; condivide con la donna precedente le doti seduttive e ammalianti ma, al contrario di lei, rifiuta ed evita impegni e responsabilità, fatica a stabilire e mantenere nel tempo relazioni durature e preferisce vivere il momento. Vi è poi la ragazza di vetro, la quale usa il pretesto della sua fragilità per rinchiudersi nel suo mondo di fantasie e immergersi nella lettura di storie fantastiche. Infine l’autrice ha introdotto la marginale, una donna che proviene da un vissuto infantile in cui il padre è stato ripudiato dalla società e ha vissuto come escluso ed emarginato. Ella, avendo preso a cuore l’esperienza paterna ed essendosi identificata con essa, finisce per condurre un’esistenza molto simile a quella del genitore. All’interno di quest’ultima sottocategoria spesso si trovano quelle ragazze che, avendo rinunciato ai dettami e principi sociali, finiscono per condurre una vita sregolata e rischiano di essere assorbite in ambienti degradanti come i giri della droga, dell’alcol e della prostituzione.
* Amazzone: all’interno di questa categoria l’autrice inserisce quelle ragazze che hanno reagito alla ferita paterna identificandosi col modello maschile e acquisendone le caratteristiche; non è raro trovare nella loro storia un padre assente, negligente o debole (cfr. Braconnier, 2008); si tratta di donne che hanno assunto un atteggiamento dominante per reagire all’inaffidabilità paterna; sono molto coscienziose e responsabili e hanno solidi principi, si negano la possibilità di legarsi affettivamente a un uomo, respingono la dipendenza da un altro soggetto e si impegnano per tutta la vita a conquistare e mantenere la propria autonomia. Hanno grandi ambizioni che si sforzano di realizzare e si identificano con un ideale maschile di potere e successo. Alcune di esse possono respingere le attenzioni e la seduzione degli uomini a tal punto da arrivare a disprezzarli. Si distinguono in: superstar, la tipica donna perfezionista e iper-responsabilizzata che vuole primeggiare in ogni ambito; l’obbediente, che presenta una personalità rigida e fortemente legata al senso di dovere e alla morale; la martire, così nominata perché rappresenta quelle donne che possiedono un profondo spirito di autosacrificio e sono fermamente dedite alla cura della famiglia; infine la cosiddetta regina guerriera, la quale viene da una storia familiare in cui il padre era fortemente irrazionale e incoerente. E’ cresciuta nutrendo ostilità e disprezzo nei suoi confronti ed è diventata una donna dal carattere duro, controllato e con uno stile relazionale distaccato.
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Sviluppo affettivo femminile in relazione al rapporto padre-figlia

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Informazioni tesi

  Autore: Sara Bovina
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2018-19
  Università: Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Scienze e tecniche psicologiche
  Relatore: Gian Luca Barbieri
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 66

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Parole chiave

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relazione
attaccamento
partner
figlia
modelli operativi interni
dipendenza affettiva
coazione a ripetere
sviluppo affettivo
filofobia

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