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I sarcofagi paleocristiani nella ''Roma sotterranea'' di Antonio Bosio

Fortuna dei sarcofagi paleocristiani

Rinvenuti nel corso dei secoli in scavi sporadici nei cimiteri extraurbani, nei lavori di ristrutturazione delle basiliche cimiteriali, e soprattutto durante la costruzione della nuova S.Pietro, i sarcofagi paleocristiani furono esposti nelle chiese o utilizzati come fontane in giardini, cortili e piazze di Roma. In alcuni sfortunati casi furono addirittura reimpiegati come materiale da costruzione, come il cosiddetto sarcofago di S. Petronilla, rinvenuto nel 1474 nel mausoleo presso S. Pietro, e rimasto dimenticato fino al 1574, quando fu fatto a pezzi e reimpiegato nel pavimento della Basilica; si pensi anche ai sarcofagi messi in opera nel pavimento di S. Paolo f.l.m..

Nella seconda metà del XVI secolo, con la Controriforma e la nascita dell’archeologia cristiana, iniziarono studi accurati dei monumenti allora visibili, per comprenderne finalmente le iconografie. Chacon e De Winghe fecero disegnare alcuni sarcofagi e molte pitture cimiteriali, ma solo Antonio Bosio diede grande impulso allo studio dei sarcofagi come documenti storici della chiesa primitiva. Nella Roma sotterranea le tavole illustrative sono 206 in totale: 96, tra grandi e piccole, mostrano disegni di pitture rinvenute nelle catacombe, e ben 50 riguardano sarcofagi paleocristiani (per un totale di 64 sarcofagi).
Delle restanti tavole, 35 sono sezioni di cubicoli e chiese, 9 piante di cimiteri e chiese (aggiunte da Severano), 6 lucerne (per un totale di 17 pezzi), 4 ampolle di vetro (per un totale di 8 ampolle), 1 sola tavola di vetri figurati (per un totale di 10). Dunque Bosio mise in giusto rilievo i sarcofagi come documenti storici preziosi per la conoscenza del repertorio iconografico antico.

Già negli anni della composizione dalla Roma sotterranea, che come abbiamo visto era molto attesa, alcuni eruditi avevano cominciato a collezionare antichità cristiane. Bosio stesso ricorda che scavando sulla Salaria alcuni anni dopo il 1594 “furono pietre et iscrittioni levate dalli loro monumenti e vendute: nella quale occasione la maggior parte di esse vennero in mano di Oratio della Valle, e noi ancora ne havemmo parte” (Bosio, "Roma sotterranea").
Orazio della Valle doveva dunque avere alcune iscrizioni cristiane nella sua collezione. Con la pubblicazione poi della Roma sotterranea si diffuse la moda di speciali gabinetti di antichità cimiteriali, soprattutto di lapidi, ma anche di sarcofagi. Valeri racconta che le marchese Cristiana Angelelli e Felice Rondanini facevano “quasi a gara” con i padri vallicelliani dell’Oratorio, Luca Olstenio, il cardinale Francesco Barberini “e pochi altri”, per accaparrarsi quanto veniva rinvenuto negli scavi cimiteriali di quegli anni.

In particolare la marchesa Angelelli aveva nel suo palazzo al Corso una “Cappella di reliquie”, con oggetti trovati nei cimiteri, come vasi, iscrizioni, vetri, e un sarcofago paleocristiano rinvenuto a S. Sebastiano dopo la pubblicazione dell'opera di Bosio; l'“illma Felice Rondanina” aveva nel suo palazzo in Campo Marzio uno studio di medaglie, medaglioni, gemme, cammei, e un anello con iscrizione trovato nel cimitero di S. Agnese.

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Informazioni tesi

  Autore: Flavia Vittucci
  Tipo: Tesi di Specializzazione/Perfezionamento
Specializzazione in Beni Archeologici
Anno: 2010
Docente/Relatore: Mariangela Marinone
Istituito da: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 433

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