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Storia e giornalismo nella narrativa di Enzo Biagi

Giornalismo e fascismo: la stampa del regime

Una piccola fotografia sulla stampa durante il regime fascista è fornita anche nel romanzo Disonora il padre. Si parla di indicazioni ben precise per le pubblicazioni, di eventi propagandistici, di cambi di direzione del giornale e di epurazioni. Biagi analizza tutto dall’interno della redazione del «Carlino», passando dal ventennio al post guerra.

E’ interessante però capire come la dittatura di Mussolini prestasse particolare attenzione ai media, soprattutto ai giornali. Si può dire lo stesso anche della Germania nazista, che con il suo ministro per la Propaganda Goebbels fece altrettanto sfruttando tutti i mezzi di comunicazione per il suo scopo.

In Italia la vicenda assume una piega ben diversa se pensiamo che Benito Mussolini nasce come giornalista e quindi conosce molto bene il settore. Tra le sue esperienze più importanti la direzione dell’«Avanti!» e la fondazione del giornale «Popolo d’Italia». Anche dopo essere diventato duce la sua carriera giornalistica proseguirà, continuando a produrre articoli proprio per il «Popolo d’Italia». E’ chiaro quindi che i giornali rivestiranno un’importanza primaria nel ventennio e le prime intenzioni di Mussolini si fanno subito chiare una volta salito al potere. La fascistizzazione della stampa ha inizio nel 1925, anno dell’instaurazione della dittatura. Si tratta di un’operazione graduale nel tempo, architettata sia per mano sua che di altri componenti del partito fascista, a partire dal fratello, anche lui giornalista, Arnaldo Mussolini.

Il duce vuole servirsi dei giornali, non chiuderli. Sopprimere testate influenti potrebbe essere un grande errore, anche se tale decisione è appoggiata dai quotidiani più fascisti. A tal proposito è emblematico quanto accadrà al «Corriere della Sera» e alla «Stampa». Nel primo giornale la società editrice, in maggioranza composta dalla famiglia Crespi che aveva già accettato il fascismo, riesce a sbarazzarsi dell’ingombrante direttore Luigi Albertini, famoso giornalista dalla visione non conforme al fascismo. Alla «Stampa» invece dopo una sospensione delle pubblicazioni a causa della decisione del prefetto, altra arma (quella dei prefetti) usata spesso dal regime, il direttore Frassati decide di lasciare il giornale, divenuto ormai per lui irriconoscibile. Ostacolo dopo ostacolo, le redazioni si trasformano a piacimento dei fascisti. Tra l’altro questo è anche il periodo dell’eliminazione della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi), che negli ultimi congressi aveva preso posizione contro le prime misure varate da Mussolini per il settore.

La legge sulla stampa verrà approvata in fretta e furia alla fine del 1925. Tra le novità più importanti l’istituzione dell’Ordine dei giornalisti e del relativo albo a cui è obbligatoria l’iscrizione per poter esercitare la professione. Ovviamente per farne parte bisogna non aver svolto una pubblica attività in contraddizione con gli interessi della nazione. Ancora una volta fondamentale la figura del prefetto, perché sarà lui a rilasciare l’attestato di “buona condotta”. Questo permette un filtro alla base non indifferente, con la trasformazione delle varie redazioni ormai completa. Si tratta quindi di un passaggio definitivo a quello che sembra sempre di più un apparato unico a servizio del fascismo, con l’omologazione dei vari giornali e il bavaglio sempre più stretto. Situazione analoga anche per scrittori di libri e critici, dove la censura letteraria viene affidata sempre alle prefetture, tra l’altro con impiegati spesso dotati di limitate conoscenze specifiche.

«Per risparmiare soldi e proteggersi da decisioni imprevedibili, autori ed editori ricorsero a procedure informali di censura preventiva, quali sottoporre alle autorità sintesi dei progetti librari o chiedere il loro consiglio su idee e proposte […] Per la stampa quotidiana e periodica […] esisteva invece un sistema separato. Ogni pubblicazione doveva nominare un responsabile legale approvato dal prefetto, e i direttori dei periodici dovevano essere iscritti al sindacato dei giornalisti. L’Ufficio stampa della presidenza del Consiglio aveva un piccolo staff che distribuiva direttive e fotografie alla stampa, esaminava tutte le pubblicazioni esistenti, notificava ai giornalisti le infrazioni commesse, ed elargiva sussidi ai giornali, periodici e individui».

E’ proprio da quello ufficio e dall’agenzia Stefani che passano tutte le direttive e le cosiddette veline per le pubblicazioni. Le attività di questi organi si concentrano sulla creazione del mito del duce e su quello della nuova Italia, con un occhio di riguardo alla cronaca nera. Viene infatti imposto, tramite una circolare, che gli articoli di cronaca nera o giudiziaria non possono occupare più di 30 righe, con titoli non vistosi ed un elenco dei reati da ‘minimizzare’. Se viene data tutta questa attenzione a singoli episodi, ancora più elevato è l’interesse per tutto ciò che può essere collegato al regime, a partire dalla figura del duce alle imprese di guerra in territorio nemico. Vengono addirittura creati elenchi di fotografie di Mussolini per indicare quali fossero gradite e quali no.

Ad esempio erano preferite immagini del duce mentre nuota o durante la trebbiatura, con l’esaltazione del dittatore giovane e forte, vietando addirittura di ricordare al popolo il compleanno e l’età dello stesso Mussolini. Vengono poi banditi ad esempio l’utilizzo delle parole e degli usi stranieri, o ancora viene mitizzata la città di Roma, l’unica che può essere definita ‘metropoli’. Per quanto riguarda l’Italia in guerra è facile desumere come ogni tipo di informazione proveniente dal fronte, spesso falsa o addirittura inverosimile, passi dall’ufficio stampa o, soprattutto per quanto riguarda le immagini, tramite l’Istituto Luce. A questo proposito è importante la figura di Galeazzo Ciano, dal 1933 capo dell’ufficio stampa e poi ministro della Cultura Popolare, competente anche per la Stampa e la Propaganda con un ministero ad hoc istituito nel 1935.
Un enorme centro di potere che lui stesso descrive come

«un’organizzazione che diventerà la prima in Italia. Tutto passerà attraverso le mie mani, parleremo al mondo intero […] Nessun altro paese avrà un complesso governativo così perfetto in questo campo».

Significative anche le parole di Mussolini al sindacato dei giornalisti, l’ennesimo colpo di frusta riportato in forma indiretta dal quotidiano «Popolo d’Italia», dove il duce paragona i giornalisti a soldati con armi più potenti e pericolose di ogni battaglia. Un giornalismo ‘militante’ che resterà tale fino al crollo del fascismo. Con alcune parentesi ancora più buie a causa del razzismo, che vedrà il Miniculpop impegnato nel diffondere l’ideale di difesa della razza e dell’italiano. Da sottolineare anche la campagna antisemita partita tra il 1933 e il 1934. Uno dei primi giornali che accenderà la miccia sulla questione è il «Tevere» che parla degli ebrei come antifascisti del presente e del passato, scatenando inizialmente non poche polemiche. Negli anni però sono diversi i giornalisti e i giornali che si occuperanno dell’attacco agli ebrei e delle cosiddette razze inferiori. Nel 1938 addirittura viene fatto un censimento degli ebrei all’interno delle redazioni dei giornali. Vengono conteggiati non solo i giornalisti, ma anche gli operai, gli impiegati e i collaboratori di razza semita.

Il passo successivo sarà la cancellazione dall’Albo e dal Sindacato di tutti gli iscritti all’Ordine di razza ebrea. Dodici professionisti che saranno dichiarati ‘discriminati’ vengono iscritti in un elenco a parte, ma anche per loro sarà impossibile riuscire a lavorare. La definitiva entrata in guerra al fianco della Germania comporta una serie di direttive sempre più insistenti nei confronti dei giornali, alcune dettate proprio da Benito Mussolini, ancora una volta a testimonianza di quanto il duce tenesse a questo settore. Uno dei divieti più assurdi prima del crollo è quello rivolto agli strilloni che vendono i giornali in strada, ai quali viene vietato di urlare le notizie, per non creare ancora più allarmismo in un momento non proprio positivo del regime.

L’ultimo periodo del fascismo è caratterizzato dall’assenza degli articoli di Mussolini dalle colonne del «Popolo d’Italia», che poi smetterà definitivamente di essere pubblicato nel luglio del 1943, e dallo smarrimento all’interno delle redazioni dei giornali. Un clima descritto perfettamente anche nelle pagine di Disonora il padre. Un clima che poi cambierà definitivamente con la fine del regime fascista e il primo governo Badoglio, che a sua volta si servirà della stampa, ma in maniera molto diversa.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Storia e giornalismo nella narrativa di Enzo Biagi

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Informazioni tesi

  Autore: Riccardo Antonelli
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi di Macerata
  Facoltà: Scienze della Comunicazione
  Corso: Forme della comunicazione letteraria
  Relatore: Andrea Rondini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 76

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