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Nuove strategie di soft power della Cina. L'anno della cultura cinese all'estero

Il chinglish è una storpiatura della lingua?

Lo Zhongshi Yingyu, il chinglish, non è altro che una sorta di meticcio linguistico costituito dalla combinazione della grammatica cinese con le parole inglesi, diffusissimo tra i 250 milioni di cinesi che oggi parlano correntemente l’inglese.
I presagi di questa contaminazione linguistica risalgono al XVII secolo, quando nelle aree portuali di Canton, Macao e nell’area a nord di Shanghai si sviluppò il pidgin , l’inglese-cinese, una lingua franca per agevolare gli scambi commerciali con gli inglesi. Tale forma ibrida, di inglese sinizzato, cadde in disuso a seguito dell’arrivo dei missionari europei che diffusero la lingua inglese ufficiale.
Se in epoca maoista si conobbe un vertiginoso declino dell’uso e dello studio dell’inglese, con la visita di Nixon a Pechino nel 1971 e la graduale apertura all’occidente promossa a partire dal 1978 da Deng Xiaoping l’interesse per la lingua del commercio è accresciuto fino a divenire la prima lingua straniera studiata nel Paese, primato rubato alla lingua russa, la più parlata in Cina negli anni cinquanta.
La commistione dei due idiomi ha sortito la dura reazione dell’apparato amministrativo cinese, che bandisce quelle che definisce “storpiature” e “sgrammaticature” della lingua.
Sono stati chiamati a rapporto i tutori della cultura nazionale, i conservatori e i puristi della lingua, dirigenti politici e burocrati, in opposizione ai sostenitori del chinglish e del suo sviluppo, tra i quali Zhongmin Wu, Vice Presidente della Chinese Economic Association nel 2008 -2009, che “ha visto il fenomeno della creazione della parola come una naturale risposta dei giovani alle problematiche sociali”.
A riscrivere correttamente gli annunci sui manifesti, la cartellonistica stradale, le indicazioni segnaletiche e le insegne di ristoranti, negozi e hotel, ha provveduto un esercito di 600 volontari, conoscitori esperti dell’inglese, che prima dell’Expo 2010 di Shanghai ha disfatto 10000 traduzioni fantasiose dal cinese. Traduzioni che fanno sorridere gli occidentali e infastidiscono i funzionari cinesi, come quella che ha intitolato “Racist Park” il Parco nazionale delle minoranze etniche di Pechino.
All’origine di queste mistranslations è da rilevarsi la difficoltà di rapportare all’inglese i caratteri cinesi, la molteplicità dei significati, dell’interpretazione e della trascrizione di ogni singolo segno. Per tradurre dal cinese occorre infatti tener conto soprattutto della sostanza concettuale, filosofica e culturale espressa nei caratteri.
La sfida lanciata dalla Cina è finalizzata non solo a preservare il patrimonio culturale nazionale, ma soprattutto a ribadire la sostanzialità della sua sovranità linguistica, respingendo al contempo la forza seduttiva esercitata dagli altri Paesi ciascuno attraverso l’impiego delle proprie risorse di soft power.

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Informazioni tesi

  Autore: Letizia Martines
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Lingue culture e comunicazione internazionale
  Relatore: Alessandra Lavagnino
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 116

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Parole chiave

cina
cultura cinese
soft power
cinese
soft power vs hard power
chinglish
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