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Le mura del suono. Funzioni sociali della musica nelle istituzioni totali

Il concerto in carcere: qualità e questioni

Ci sono alcuni momenti, nella vita di un carcere (e, come vedremo, di altre istituzioni totali), in cui esso quasi non sembra più ciò che è davvero. Prendono forma delle attività che, per un lasso di tempo definito e in una collocazione talvolta inusuale, sovvertono o quantomeno scuotono i rigidi equilibri istituzionali; gli ordinari ruoli, di solito incastonati nei rispettivi mandati taciti e prescritti, si disincagliano da questi, se ne allontanano momentaneamente, riflettendo talvolta l'inconsistenza di molti conflitti indotti dall'antagonismo dei livelli.
Sono quelle che Goffman definirebbe delle “cerimonie istituzionali”,

Una serie di pratiche istituzionalizzate – sia spontanee che di imitazione – attraverso le quali lo staff e gli internati si avvicinano fra di loro, tanto da ottenere l'uno dell'altro un'immagine in qualche modo favorevole, tale da identificarvisi reciprocamente.

Si tratta di un “incontro” istituzionalizzato, «caratterizzato da un abbandono delle formalità e dei ruoli che determinano il rapporto internato- staff, e da un ammorbidimento della dimensione autoritaria abituale». Tra queste forme integrate e condivise di “rilassamento” Goffman annovera principalmente la lavorazione/pubblicazione di un giornale interno, l'apertura periodica alle visite dal mondo esterno, la festa annuale e il teatro istituzionale. Ma se pensiamo agli eventi di carattere musicale che si sono tenuti e si tengono entro le mura di molte carceri, riconduciamo con facilità a tale dimensione cerimoniale anche il concerto, il viatico più ampio e ricco per l'analisi della musica in quella che è tra le istituzioni totali più inossidabili.
Il concerto in carcere credo rappresenti un'ottima sintesi dello spirito proprio delle cerimonie istituzionali: è innanzitutto un'occasione piuttosto rara, sporadica, che necessita una pianificazione accurata. Non si tratta soltanto dell'ingresso di un certo numero di persone esterne, ma del fatto che queste non si limiteranno a visitare lo stabile o i suoi ospiti, bensì occuperanno “artisticamente” una piccola porzione della vita dell'istituto: andranno perciò individuati i luoghi e i tempi adeguati, che soddisfino contestualmente le esigenze tecnico-musicali dell'esibizione e i principî di garanzia della sicurezza istituzionale. Generalmente si ricorre a un auditorium o al teatro interno (laddove presente), a un'ampia sala mensa o, più raramente, a uno spazio circoscritto all'aria aperta (come un campo sportivo annesso al carcere): riunire grosse quantità di detenuti – ossia molte individualità diverse, gruppi, clan – nel medesimo spazio, va a coinvolgere gli addetti alla sorveglianza in termini di numero, di gestione delle emergenze, o, più comunemente, di supervisione degli umori di una platea non assidua a questo tipo di socialità. È lecito comunque immaginare quanto sia difficile, davanti ad una simile opportunità di rilassamento istituzionale (oltre che sotto il costante spauracchio di una punizione), che uno o più detenuti “rovinino” il concerto ai loro omologhi e ai musicisti con risse o alterchi vari.
Almeno altri due elementi rendono, a mio avviso, peculiare il concerto in carcere inteso come fenomeno sociale: innanzitutto, come abbiamo visto nel par. 2.3, le musiche, per ragioni storiche, tradizionali, di abitudini acustiche, etc., si sono insediate in luoghi e contesti ben precisi, rispondendo ora alle richieste degli esecutori, ora a quelle del pubblico. In un carcere, in virtù dell'eccezionalità dell'evento-concerto, si tiene conto delle sue prassi basilari, ma se ne trascurano molte altre di minor peso: scenografie, impianto luci, messinscena, e così via, diventano inevitabilmente secondari nell'ambito di uno spettacolo musicale che, forse, proprio perché scevro da certi contorni autoreferenziali, potrebbe recuperare la sua spinta originaria tesa a fare della musica il vero nucleo dell'attenzione emotiva condivisa.
La seconda peculiarità del concerto in carcere è il suo pubblico e il rapporto che con esso instaura chi sale sul palco: essendo un'occasione di svago e divertimento, gli ascoltatori sono portati a non essere meramente tali, bensì a partecipare quanto più possibile, se, come in genere accade, essi sono stimolati e coinvolti dalla performance musicale loro proposta.
Accanto a ciò, assumono un loro rilievo anche i fatti e le vicende che, in musica, vengono narrati: è improbabile che un artista presenti lo stesso immutato repertorio tanto davanti ai suoi ammiratori in teatro, quanto per una platea carceraria. Quest'ultima, è legittimo credere, non ha pretese particolari, dato che non ha nemmeno pagato il biglietto, e non potrebbe spendere il suo tempo in maniera più proficua per un giorno. Storie di delinquenza e giustizia, di perdizione e salvezza, di galera e di libertà, non sono indispensabilmente da eseguire e da ascoltare solo perché ci si trova in un carcere: ma le canzoni fondate su tali tematiche, prima che esprimere sentimenti conosciuti e condivisi soprattutto dall'umanità detenuta, parlano della realtà in cui essa ha vissuto, vive e probabilmente vivrà. Cantare sull'istituzione dentro l'istituzione può mostrarne le crepe, le contraddizioni, i danni; il testo di una canzone non è il discorso di una guardia o di uno psicologo, è un racconto che, insieme alla sua musica, vuole sfiorare l'empatia o almeno l'emozione in chi la soglia di un carcere l'ha attraversata.
Ora, tutti gli aspetti che sinora ho illustrato penso trovino una valida corrispondenza storico-musicale nei concerti che il cantautore americano Johnny Cash tenne in California, nel 1968 a Folsom e nel 1969 a San Quentin, tra i primi eventi di questo tipo ad avere luogo nelle due prigioni statali di massima sicurezza più antiche degli Stati Uniti. Il carcere non era un'esperienza del tutto nuova per Cash, avendo trascorso qualche notte “al fresco” diversi anni prima; ma, anziché allontanarsene e dimenticarlo, egli, andando contro i suoi vincoli discografici e assecondando le richieste dei tanti estimatori detenuti, organizzò due concerti destinati a fare storia. Cash stringe le mani ai suoi spettatori prima di cominciare e viene accolto trionfalmente: accompagnato dal suo storico gruppo e da alcuni ospiti, alterna ai suoi successi giovanili più noti (Folsom Prison Blues, I Walk The Line, Ring Of Fire), brani particolarmente attinenti alla sensibilità dei detenuti, come alcune classiche ballate country dal sapore malinconico e nostalgico (Dark As The Dungeon, Send A Picture Of Mother, Give My Love To Rose, Green, Green Grass Of Home), fino a trascinanti e ironiche storie di reietti di provincia destinati alle sbarre o al patibolo (Busted, 25 Minutes To Go, I Got Stripes, Starkville City Jail); il tutto intervallato da dialoghi con i detenuti, frecciate alla sorveglianza e aneddoti vari.
Due fatti singolari anticipano i concerti: alla vigilia dell'esibizione a Folsom, Cash riceve dall'amico cappellano della prigione la registrazione di Greystone Chapel, brano composto dal detenuto Glen Sherley: l'artista ne è colpito e decide di impararla per il concerto, durante il quale la propone onorando il suo emozionato autore. Il giorno prima del concerto a San Quentin, invece, è Cash a comporre San Quentin, dedicandola a un pubblico entusiasta ed impaziente di sentire la sua canzone: ogni verso scandito dal cantautore viene accolto con urla, cenni di consenso, ovazioni e applausi su cui si affacciano le voci alterate delle guardie; al termine dell'esecuzione è necessario un immediato bis per calmare gli animi, infiammati da una semplice canzone, che però è forse riuscita a dire ciò che tutti lì dentro provavano ma non riuscivano o non potevano esternare.

Un parziale equivalente in salsa nostrana di questi storici concerti, è ravvisato dal sociologo (ed esperto di canzone italiana) Luigi Manconi in un concerto del 2006 tenuto da Franco Califano presso il teatro della Casa di reclusione di Rebibbia: anche il cantante, romano di adozione e spirito, ha conosciuto da dentro il carcere e ciò permette una sincera sintonia con le aspettative della platea calorosa che lo vede concedersi interamente, con disponibilità, in un dialogo emozionante animato dal reciproco rispecchiamento. A colpire Manconi, in quell'occasione, è soprattutto

La straordinaria facilità di comunicazione di Califano con quel suo pubblico così particolare: sembrava che ogni parola che diceva nel corso dello spettacolo fosse esattamente quella, esclusivamente quella che il pubblico volesse sentire. Non solo, ogni parola […] era tratta con naturalezza dal vocabolario della lingua parlata lì, dietro quelle mura e in quelle celle. Questo creava una potente identificazione e un'intensa condivisione.

Le esperienze di Cash hanno dunque spalancato una breccia che non si sarebbe più richiusa: la musica dal vivo può entrare nel carcere e, al suo interno, assume significati e propaga emozioni del tutto peculiari e degni di considerazione. I concerti cosiddetti “dietro le sbarre” si sono moltiplicati ovunque in maniera esponenziale nel corso dei decenni, divenendo, in casi sempre più numerosi, eventi frequenti se non a cadenza regolare. Da questa affermazione, credo si dipartano due questioni che ci ricollegano, senza fermate intermedie, alla cruda logica istituzionale:
a. l'istituzione è sempre lì: se la musica entra in un'istituzione totale, è soltanto perché qualcuno acconsente al suo ingresso; durante un concerto, le regole di un carcere non cessano la loro cogenza ma, nei casi migliori, se tutto procede bene, giacciono latenti in attesa di essere applicate di nuovo non appena verranno spente le luci e staccati gli ultimi cavi;
b. l'istituzione si rafforza?: se può entrare nell'istituzione, c'è il rischio che la musica cooperi astrattamente con essa? C'è la possibilità che un concerto, per quanto fuori dall'ordinario, sia in realtà funzionale a tenere saldati i cardini dell'istituzione? Si può determinare l'effetto contrario a quello auspicato, cioè che i detenuti non si sentano “più liberi” per un paio d'ore, ma che addirittura percepiscano nell'atmosfera dell'evento musicale un potente indicatore della condizione che vivono e del piacere che hanno lasciato fuori dal cancello?
Non credo si possano dare delle risposte definitive a queste domande, che in fondo richiamano la tensione di cui è portatrice ogni iniziativa che si protende dall'esterno verso l'interno e viceversa. Certo è che da quando le scienze sociali si sono interessate dell'universo penitenziario, si è cominciata a capire l'individualità nella percezione della pena e, di conseguenza, nell'interpretazione dei significati che assumono per ciascuno quelle deviazioni dalla quotidianità della reclusione a cui abbiamo ricondotto le cerimonie istituzionali e, dunque, i concerti. Anche in Italia, si registrano regolarmente avvenimenti di questo tipo nelle vecchie e nuove carceri sparse per la penisola.
Del resto, proprio in Italia, sono state formulate (e solo parzialmente applicate) alcune fra le norme più pregnanti e all'avanguardia in merito all'individualizzazione della pena e dell'annesso trattamento, di cui offro qualche breve cenno, dato che può contemplare anche lo svolgimento di attività di tipo artistico e musicale.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Le mura del suono. Funzioni sociali della musica nelle istituzioni totali

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Informazioni tesi

  Autore: Nazareno Lutzu
  Tipo: Laurea II ciclo (magistrale o specialistica)
  Anno: 2014-15
  Università: Università degli Studi di Sassari
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Politiche Pubbliche e Governance
  Relatore: Antonio Fadda
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 213

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sociologia della musica
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