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La didattica del Lessico Francese Lingua Straniera

Il metodo audio-orale

Il metodo audio-orale, di matrice statunitense, si sviluppò definitivamente negli anni 50, dopo essere stato preceduto nel periodo fra le due guerre dal Reading method e dal metodo diretto, i quali iniziarono una serie di impostazioni che vedremo poi rispettivamente confutate e/o sviluppate dal metodo stesso. Le metodologie audio-orali hanno profondamente modificato il paesaggio dell’insegnamento delle lingue viventi occupando un ruolo dominante per la storia della glottodidattica. Le strutture del metodo e le relative procedure di applicazione esportate dall’America in Europa, modificarono l’idea del sistema di “interazione” all’interno della classe, inizialmente con l’introduzione del magnetofono ed in seguito con la creazione dei primi laboratori di lingua. Oggi, i mezzi audio-visuali sono al centro del rinnovamento metodologico. Con la seconda guerra mondiale, il governo commissionò alle università americane di sviluppare un programma per insegnare rapidamente ad un gran numero di militari a comprendere e a parlare le lingue dei differenti campi di battaglia. Dopo l’ASTP alcuni linguisti iniziarono ad adoperarsi per dare una dimensione scientifica all’insegnamento dell’inglese L2 e LS. La combinazione delle teorie della linguistica strutturale, dell’analisi contrastiva e delle teorie psicologiche comportamentiste, portarono alla nascita del metodo Audio - orale:

Audiolingualism (the term was coined by Professor Nelson Brooks in 1964) claimed to have transformed language teaching from an art to a science […].

Nell’esempio dei metodi tradizionali l’insegnamento della lingua straniera avveniva proponendo al discente più di quanto non fosse capace di apprendere, mentre nell’approccio audio-orale, l’insegnamento seguiva un tipo di progressione rigorosa, ma soprattutto calcolata per far apprendere al discente non più di quello che avrebbe garantito l’effettivo raggiungimento degli obiettivi proposti dal metodo stesso.

Lo strutturalismo descrittivista americano, si sviluppò, infatti, in reazione a quanto accadde per la grammatica tradizionale la quale idealizzò i vari aspetti della lingua in categorie grammaticali, secondo la logica utilizzata per il latino. I criteri applicati dalla linguistica strutturale, invece, riconoscevano la diversità delle lingue attraverso l’identificazione di una serie di regole che permettono la combinazione tra i vari elementi, (fonemi e morfemi, sintagmi, frase e testo.) presenti nel sistema lingua. Seguendo questo principio (che abbandona il testo come unità del linguaggio, e l’idea che l’acquisizione di una lingua dipendesse dall’acquisizione di più termini), il metodo audio-orale si concentrava sulla frase (sentence-patterns), ritenuta l’unità da cui far partire il processo di insegnamento/apprendimento. Imparare una lingua, significava, dunque, comprendere e acquisire le regole per la combinazione degli elementi fra loro. Lingua era “speech” cioè lingua come produzione orale. L’insegnamento (di tipo induttivo, implicito) poneva una sistematica attenzione alla pronuncia attraverso intensi esercizi orali (chiamati Drills) sulle sentence patterns (Patterns Practice) che proponevano l’implementazione degli schemi fonologici, morfologici, sintattici e lessicali, secondo livelli di complessità crescente e gli obiettivi del training erano esercitazione pratica/esposizione orale, per lo sviluppo di quattro disinte abilità: listening/speaking, reading/writing.
Si riteneva che le principali difficoltà per l’insegnamento/apprendimento delle lingue straniere, fossero dovute alle differenze strutturali esistenti tra i due sistemi, L1 e L2:

Fries set forth his principles in Teaching and Learning English as a Foreign Language (1945), in which the problems of learning a foreign language were attributed to the conflict of different structural systems

Perciò la preparazione dei materiali didattici (che potremmo definire più di impostazione scientifica che pedagogica) si basava sui risultati ottenuti dagli studi dell’analisi contrastiva che miravano a risolvere l’insorgere delle potenziali interferenze, grammaticali, fonologiche, etc.
Il comportamentismo (behaviorismo skinneriano) che era la teoria psicologica basata sullo studio del comportamento umano divenne fondamentale per l’approccio all’insegnamento della lingua. La comunicazione implicava una gestione appropriata delle abitudini verbali, il linguaggio era come un’abitudine (“habit”) verbale e consisteva nel produrre e comprendere automaticamente le espressioni) che si fissavano tramite “rinforzo” a tale catena di stimolo/risposta. Questa, doveva essere riproposta in classe attraverso processi di memorizzazione e di imitazione al fine di ridurre al minimo gli errori e portare l’apprendente ad una produzione meccanicamente corretta. Questa teoria fu criticata come “antimentalista”. Se consideriamo le critiche di Chomsky al riguardo, vediamo come nella sua teoria (innativista) l’idea di acquisizione della lingua prescindesse dall’acquisire una serie di abitudini, sulla base di input forniti dall’ambiente esterno, essendo questa secondo il linguista, un dispositivo innato.
Il significato delle parole era trasmesso riproponendo lo stesso contesto linguistico-culturale del parlante nativo e non era trattato in maniera isolata. Tutto questo, però, non nega il fatto che il posto occupato dal lessico in questa metodologia sia del tutto secondario, soprattutto se consideriamo la mancanza di una vera e propria trattazione sistematica che evidenzi il carattere distintivo delle parole. Ad esempio, nei caratteristici esercizi strutturali, il lessico (soggetti, verbi, aggettivi e avverbi… ciò che di solito è classificato sotto l’etichetta “vocabolario), rappresentava l’unità di contorno (per altro indispensabile) alla formulazione dell’esercizio. Gli esercizi strutturali erano finalizzati ad automatizzare le strutture grammaticali e fonologiche di base (considerate prioritarie dal metodo), acquisite nei dialoghi e il lessico era parte dell’insieme da memorizzare. In questo metodo non esiste un vero e proprio studio del lessico ma il noto linguista francese R. Galisson esprime al riguardo un’ opinione ben precisa, che potrebbe spingere a considerare diversamente anche questi esercizi di tipo paradigmatico (adottati dal metodo), e limitati per l’appunto all’insegnamento di un vocabolario di base:

Ainsi, après la Seconde Guerre mondiale, eut-il à souffrir de la mainmise du structuralisme sur la linguistique. […] cette théorie ne s’intéresse pas au lexique. Je préciserai ici qu’elle met le sens entre parenthèses, discrédite la lexicologie et la sémantique, et, par l’intermédiaire de la linguistique appliquée, gagne l’enseignement des langues pour le convertir au formalisme et au behaviorisme.

Direi che siamo ancora lontani dal punto in cui tutta la potenzialità a livello di “contenuto” del lessico sia ritenuta come indispensabile, per una “reale” gestione della lingua.

Questo brano è tratto dalla tesi:

La didattica del Lessico Francese Lingua Straniera

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Informazioni tesi

  Autore: Federica Cazzato
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2005-06
  Università: Università degli Studi di Napoli "L'Orientale"
  Facoltà: Lingue e Letterature Straniere
  Corso: Lingue e Letterature Straniere
  Relatore: Anna De Meo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 239

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