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Il ruolo economico della donna nell'antica Roma

Il modello di donna ideale e la gestione economica della casa

I diversi tipi di fonti dell'antichità, come una statuetta di terracotta, un documento su tavoletta d'argilla, una leggenda, un ritratto femminile, un'iscrizione sepolcrale o una scrittura privata, presentano caratteri femminili differenti, spesso in contraddizione tra loro, e l'immagine delle donne che riflettono si frammenta in tanti ritratti diversi, impossibile da collegare tra di loro in una visione unitaria e omogenea.
Ma gli scrittori greci e romani e, in particolare gli elogi funebri, concordano nel tramandarci il modello di una donna ideale, quello della "matrona", moglie e madre integerrima, dedita alla casa e alla famiglia.

Dopo essersi sposata e aver assunto lo status di matrona, la donna romana diventava il punto cardine della casa: era madre laboriosa che, circondata dalla servitù e raccolta nell'ombra dell'atrium, attendeva ai lavori donneschi e a tutte le varie mansioni domestiche, tessendo, filando, educando i figli, e compiendo il suo ruolo economico caratterizzato dall'amministrazione della casa e dei beni familiari.

Secondo la concezione romana, per la donna erano benefiche queste attività, poiché la distoglievano dal cercar fuori dall'ambiente domestico malsane distrazioni, infatti; ben poche erano le possibilità di incontrare persone diverse dai familiari. Lo spazio femminile era limitato all'interno della casa, luogo protetto e riservato; invece quello maschile era all'esterno tra i campi da coltivare, oppure il foro o la piazza, sede dell'attività politica e oratoria, ma anche commerciale, come scriveva con lucida convinzione Columella nel suo famoso trattato di agricoltura, la cui prefazione al dodicesimo libro è dedicata ai doveri della moglie del fattore (la vilica):

"Natura comparata mulieris ad domesticam diligentiam, viri autem ad exercitationem forensem et extraneam. Itaque viro calores et frigora perpetienda, tum etiam itinera et labores paci ac belli, id est rusticationis et militarium stipendiorum deus tribuit: mulieri deinceps, quod omnibus his rebus eam fecerat inhabile, domestica negotia curanda tradidit."

[La donna è destinata per natura ai lavori domestici, l'uomo all'attività forense e al lavoro all'aria aperta. Pertanto la divinità ha donato all'uomo la capacità di sopportare il caldo e il freddo, i viaggi e le fatiche della pace e della guerra, cioè l'agricoltura e il servizio militare, e, dal momento che l'ha resa inabile a tutte queste cose, alla donna ha affidato la cura delle faccende domestiche].

In effetti oggi, guardando gli affreschi di quell'epoca, ci si accorge che gli uomini venivano sempre raffigurati abbronzati, con una carnagione rosso-scura, mentre le donne erano dipinte con una carnagione chiarissima che rasentava il bianco. Il messaggio è evidente: l'uomo era più scuro perché stava molto tempo all'aria aperta, impiegato in svariate attività come lavoro, viaggi, caccia, mercato, foro, guerra; il candore della pelle della donna invece era sinonimo di vita passata in casa, ad accudire i figli e a filare, attività che non richiedevano di uscire.

Secondo Garnsey e Saller vi era una netta separazione dei ruoli tra marito e moglie con evidenti conseguenze sia in ambito privato sia sociale e pubblico. Entrambi cooperavano nel mantenimento della loro casa e dei terreni, dovevano attenersi ciascuno ai propri lavori ed entro i propri spazi, svolgendo un ruolo economico importante sia all'interno della casa, dove la donna si occupava dell'amministrazione dei beni di famiglia, sia all'interno della società, dove il marito si occupava degli affari esterni e di tutto ciò che riguardava l'apparato economico.

Anche la Cenerini afferma che tale divisione dei compiti era per gli uomini romani "una questione di natura, corrispondente alla volontà degli dei e ogni cambiamento comportava il rovescio dell'ordine naturale delle cose".

Per Plinio il Vecchio l'ambito domestico era l'unico luogo designato al lavoro femminile, sostenendo che: "se non si rispettavano questi limiti fisici e psicologici, l'ordine delle cose veniva ribaltato con conseguenze negative". Egli considerava la donna come una sorta di uomo incompiuto, debole e vulnerabile, da valorizzare principalmente nella sua funzione procreatrice tipica della natura femminile, ed esaltata nel ruolo di moglie, di madre e di lanifica, compiti impensabili da attribuire ad un uomo in quei tempi.

Le uniche attività cui la donna perbene e di alto rango poteva liberamente dedicarsi, erano la filatura della lana e le faccende domestiche, intese come sorveglianza del lavoro servile, citate anche nell'ultima riga della famosa epigrafe sepolcrale del cosiddetto "Elogio di Claudia", datata alla fine del II sec. a.C. , nella quale si afferma che:
"Domum servavit, lanam fecit" (custodì la casa e filò la lana).

Dall'epigrafe, oltre alle attività suddette, risaltano anche le qualità del tipico "modello di donna ideale romana": la matrona doveva essere non solo casta, pia, domiseda e silenziosa, ma anche "economa" (cioè parsimoniosa ed esperta nel gestire i beni della casa per farli fruttare il più possibile) e "laboriosa" (cioè doveva occuparsi dei lavori domestici e lavorare al telaio per confezionare vestiti per tutta la famiglia).
Dea protettrice di tale laboriosità era Tanaquilla, raffigurata con fuso e arcolaio in mano, simboleggiante la vita dedita ai lavori domestici e ritirata, imposta alle donne fin dai tempi delle origini di Roma.

Riguardo alla filatura della lana vi sono altre numerose testimonianze. Plutarco riferisce che tale uso risalirebbe ad un accordo tra i Romani e i Sabini, dopo che i primi avevano rapito le donne dei secondi; nella stele di Nonia Privata, oltre all'espressione lanam fare, nella parte superiore sono scolpiti un vaso, uno specchio e una conocchia; vi sono, poi, leggendari esempi come quello relativo a Lucrezia, lanifica per eccellenza, il quale narra che, per una animata discussione sulle virtù delle rispettive mogli, il marito di lei, re di Collatino e il figlio Sesto Tarquinio, irruppero a notte fonda nel palazzo, trovando Lucrezia intenta a filare la lana al lume di una lucerna, mentre le nuore del re se la spassavano tra banchetti e divertimenti.

Alla matrona, quindi, era maggiormente assegnato il lavoro del filare la lana e tessere stoffe, che venivano fatte tutte in casa; questa era un'usanza antica e un dovere quasi sacro per una moglie degna di rispetto, poi rimpiazzato dall'arte più raffinata del ricamo: acu pingere, come ci riferisce Paoli nella sua opera.

Si diceva lanifica a titolo di onore la matrona e in ogni casa di una certa importanza era organizzata la filatura domestica in un apposito laboratorio, nel quale oltre agli strumenti per filare e per tessere, vi dovevano essere anche la cassa (o l'armadio) dove venivano riposti abiti e coperte, e nella quale si custodivano i preziosi strumenti di lavoro, il cui buon uso doveva permettere il sostentamento del gruppo familiare. Tutto ciò che la "confezione" oggi ci offre, questa società senza officine lo faceva fare a domicilio. [...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Il ruolo economico della donna nell'antica Roma

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Informazioni tesi

  Autore: Sebastiana Nancy Grasso
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi di Messina
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Antonino Pinzone
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 126

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